Perec flâneur: strada e pagina

georgeperecgp

È una Parigi colma di ricordi e di segni la città che attraversa e che scrive il camminatore modello Georges Perec.  Gli attraversamenti, le esplorazioni – per lavoro, per l’attività di redattore scientifico e di scrittore poi – annodano i luoghi al tempo, in una costruzione piranesiana in continuo divenire. I suoi percorsi e i suoi vagabondaggi, nei quali cerca il più possibile di lasciarsi portare dalle gambe, sono un entrare nel tessuto urbano, apparentemente per perdersi. Ma si tratta di un perdersi relativo – in strada come sulla carta – poiché il perdersi perecchiano assume tutti i connotati di una flanerie riveduta e corretta, giocata com’è all’interno di una struttura conosciuta, tenuta sotto controllo. È difficile perdersi in città, tanto che, come scrive Benjamin, “non sapersi orientare in una città non vuole dire molto. Ma smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta, è una cosa tutta da imparare. Ché i nomi delle strade devono suonare all’orecchio dell’errabondo come lo scricchiolio dei rami secchi e le viuzze interne gli devono scandire senza incertezze, come gole montane, le ore del giorno” (Benjamin, Infanzia, 9).

La flanerie di Perec, il suo abbandonarsi alla città, non è mai del tutto incontrollato: il lasciarsi andare all’abbraccio caotico della metropoli non è un cieco vagare nel labirinto stradale apparentemente infinito. L’uomo, prima dello scrittore, si misura con lo spazio cittadino per appropriarsene. Un lavoro che corre parallelo a un altro tipo di appropriazione: quella della propria identità, in cui la Storia con la sua grande ascia, ha lasciato un buco.

Come nella scrittura, Perec ricorre a contrainte, obblighi e regole interne – ora voluti e programmati, ora non del tutto coscienti – che si impongono come logiche ordinatrici, come possibilità di strutturare e ordinare ciò che ordine non ha.

In Specie di spazi, il testo che prima di tutti gli altri, in modo programmatico e dichiarato, si propone di sistematizzare la materia, Perec scrive:

Mi piace camminare per Parigi. A volte, per interi pomeriggi, senza meta precisa, né proprio a casaccio, né all’avventura, ma cercando di lasciarmi portare. A volte prendo il primo autobus che si ferma (non si possono prendere gli autobus al volo). Oppure preparo accuratamente, sistematicamente, un itinerario. Se ne avessi tempo, mi piacerebbe ideare e risolvere problemi analoghi a quello dei ponti di Koenisberg o, per esempio, trovare un itinerario che, attraversando tutta Parigi, passi soltanto per strade che cominciano con la lettera C (sds, 76).

Parigi è la culla, la città natale, e le sue strade – come aveva scritto Julien Green – “sembravano creare un nuovo legame a ogni passo posato sulle sue pietre e sul loro asfalto” (Green, 37). Perec ha una profonda conoscenza topografica della città, di cui ama strade e piazze, che esplora di continuo, senza mai perdere l’orientamento. I suoi percorsi, ogni volta, ricongiungono luoghi, tessono la grande tela da ri-costruire:

Non conosco ovviamente tutte le strade di Parigi. Ma ho sempre un’idea del posto in cui si trovano. Anche volendo, mi sarebbe difficile perdermi a Parigi. Dispongo di numerosi punti di riferimento. So quasi sempre che direzione prendere nel metrò. Conosco abbastanza bene i percorsi degli autobus; so spiegare a un taxista il tragitto che desidero fare. Il nome delle strade non miè quasi mai sconosciuto, le caratteristiche di un quartiere mi sono familiari; identifico senza grosse difficoltà le chiese e gli altri monumenti; so dove si trovano le stazioni. Molti posti si ricollegano a ricordi precisi: sono le case dove vivevano un tempo alcuni miei amici che ho perso di vista, o è un bar nel quale ho giocato per sei ore di fila a biliardino elettrico (con una posta iniziale di soli venti centesimi), o ancora il giardino pubblico nel quale ho letto La pelle di zigrino sorvegliando i giochi della mia nipotina (sds 1).

La città di Perec è la “la città del camminatore, del poeta e delle canzoni”, è quella che Michel De Certeau descrive ne L’invention du quotidien, e dentro la città la libertà dell’individuo “s’esprime pienamento attraverso la scelta di un itinerario, di un libero percorso” (Pour, 159).

Atto di libertà, certamente, quello del camminatore, ma soprattutto nel senso di un’appropriazione di uno spazio e di un’identità, meno, invece, o non solo, atto di ribellione nei confronti di un potere condizionante e oppressivo.

Un uomo che dorme, scritto nel 1967, è il terzo romanzo di Georges Perec. Il protagonista – uno studente che al risveglio decide di non andare a sostenere un esame, tornando a dormire – è seguito da vicino nel suo vivere quotidiano e alla sua progressiva deriva atarassica: non vuole, non desidera, preferisce dormire o, al contrario, vagare per la città. Abita in una stanza in affitto in rue Saint-Honoré, che frequenta da disteso sul letto contemplandone il soffitto, rifiutando il “da farsi” e periodicamente lasciandosi andare all’andare seguendo con i piedi lunghi percorsi nel dedalo topografico parigino, unità vivente persa tra mille altre. L’occhio dello studente raccoglie e descrive, elenca, cataloga.

Un uomo che dorme è il racconto di una deriva, di un autoannientamento o, meglio, di un’autoesclusione. I momenti di stasi assoluta si alternato ai lunghi vagabondaggi, versanti diversi di un’anestesia dentro un “romanzo di una metamorfosi sonnecchiante che sposta il rapporto verso l’identità, il tempo, la parola”. (Du palimseste, Huglo, cabinet).

Il protagonista del libro, che  vive in una zona di Parigi in cui abitò lo stesso Perec, si sposta in uno spazio che – pur sullo sfondo di un’apparente atonia e indifferenza – ricollega tra loro luoghi sotto la spinta dromomanica del movimento. Cammina nevroticamente, risponde a un disagio individuale, ma lo spazio che attraversa non è ancora affrontato come nelle opere successive, non è ancora, pienamente, oggetto di indagine e di studio consapevole. Lo spazio urbano fa da sfondo, viene percorso, battuto palmo a palmo, esaurito. Risponde all’esigenza esplorativa dello stesso Perec, l’esploratore metropolitano, l’appassionato utente dello spazio urbano:

Con un rigore encomiabile regoli i tuoi itinerari. Esplori Parigi strada a strada, dal Parc Montsouris ai Buttes-Chaumont, dal Palais de la Défense al Ministére de la Guerre, dalla Tour Eiffel alle Catacombes (Hom, 77).

Cammini ancora a caso, ti perdi, giri in tondo. Ti prefiggi, ogni tanto, mete ridicole. Daumesnil, Clignancourt, il Boulevard Ganvion Saint-Cyr, il museo postale (Hom, 41).

La dromomania spinge lo studente a percorrere per ore le strade della città, in una prospettiva tematica spesso trattata dal cinema e dalla letteratura: “la reclusione in una stanza, il girovagare sonnambulo nella città, l’anestesia del desiderio – Perec le rielabora e ne rinnova le basi” (Bourgelin, 55).

La notte quando, solo in mezzo alla folla dei Grands Boulevards, riesci quasi a sentirti felice del rumore e delle luci, del movimento, dell’oblio. Non hai bisogno di parlare, di volere. Segui il flusso che va e viene dalla République alla Madeleine, dalla Madeleine alla République.

(Uomo, 19)

Al camminare, all’esplorazione che si fa necessità compulsiva, si associa l’osservazione, la contemplazione dell’infinitamente piccolo, del quotidiano, dell’apparentemente insignificante:

 

T’inoltri nell’isola Saint-Louis, prendi la rue de Vaugirard, vai verso Péreire, verso Chateau-Landon. Cammini lentamente, torni sui tuoi passi, subisci le vetrine; esposizioni di droghieri, elettricisti, merciai, rigattieri. Vai a sederti sul parapetto del ponte Louis-Philippe e guardi farsi e disfarsi un mulinello sotto gli archi, l’avvallamento a forma di imbuto che senza posa si scava e si colma davanti agli speroni. Vaporetti, chiatte, passano più lontano, turbando a lungo andare i giochi dell’acqua contro i pilastri. Su tutto il lungofiume, pescatori seduti, immobili, seguono con gli occhi l’inflessibile deriva dei galleggianti.

(Uomo 38)

In altri casi l’errare si accompagna a complesse operazioni mentali, a classificazioni:

Ti trascini. T’inventi una classifica delle strade, dei quartieri, dei fabbricati; i quartieri folli, i quartieri morti, le strade-mercato, le strade dormitorio, le strade cimitero, le facciate nude, le facciate corrose, le facciate contraffatte.

(Uomo 39)

oppure:

Escogiti peripli complicati, irti di divieti che ti costringono a lunghi giri. Vai a vedere i monumenti. Enumeri le chiese, le statue equestri, gli orinatoi, i ristoranti russi. Vai a vedere i grandi lavori lungo gli argini, vicino alle porte, le strade sventrate simili a campi arati, le canalizzazioni, i fabbricati rasi al suolo.

(Uomo 46)

o a esplorazioni sistematiche:

Scopri i passaggi: Passage Choiseul, Passage des Panoramas, Passage Jouffroy, Passage Verdeau, con i loro venditori di modellini, di pipe, di gioielli in strass, di timbri, i lustrascarpe, i banconi di hot-dogs. Leggi, uno a uno, i biglietti da visita sbiaditi affissi nelle vetrine di un incisore: Dottor Raphael Crubellier, stomatologo laureato presso la Facoltà di Medicina di Parigi, Marcel-Emil Burnachs S.A.R.L. Tutto per i tappeti, Monsieur e Madame Serge Valène, 11 rue Lagarde, 2140735; Riunione dell’Associazione degli ex alunni del collegio Geoffroy Saint-Hilaire, Menu: Delizie di mare su letto di ghiaccio, Bloc del Périgord al caviale, Bella argentata del lago.

(Uomo40-41)

o ancora:

Hai fatto, dopo tanti altri, un pellegrinaggio a Saint-Julien le Pauvre, hai girato in tondo all’ingresso delle catacombe, ti sei piantato sotto la Tour Eiffel, sei salito in cima a monumenti, hai attraversato tutti i ponti, costeggiato tutte le rive, visitato tutti i musei, Guimet, Cernuschi, Carnavalet, Bourdelle, Delacroix, Nissim de Camondo, il Palais de la Découverte, l’Aquarium del Trocadéro, hai visto le rose di Bagatelle, Montmartre di sera, le Halles all’alba, la stazione Saint-Lazare all’ora di punta, la Concorde a mezzogiorno del 15 agosto.Ma turistica, culturale, oppure deludente, insulsa, o perfino provocatoria (la rue de la Pompe, la rue des Saussaies, la place Beauvau, il quai des Orfèvres) che fosse la meta, restava pur sempre una meta, cioè una tensione, una volontà, un’emozione. Il tuo turismo, perfino disilluso e risibile, nonostante il lontano ricordo dei Surrealisti, restava fonte di vigilanza, impiego del tempo, misura di spazio.

(Uomo 57)

È il camminare come risposta a un disagio, tentativo di esaurire lo spazio e, con esso, lo stesso sentire. È l’inizio di un processo, tutto ancora da svilupparsi, che riguarda l’agire individuale in relazione allo spazio urbano, a quella città dal cui brulicante tessuto possono emergere luoghi e memorie a cui aggrapparsi, luoghi con cui stabilire un rapporto. Perché “la città ha una storia e una personalità: un certo numero d’individui vi si riconosce e questa identificazione collettiva non è esclusiva, al contrario, è fatta di rapporti singoli che ciascuno può stabilire con essa” (Augé, Pour, 158). L’iterazione dell’atto del camminare, i passi ripetuti all’infinito, uno dietro l’altro sui selciati diventano per Perec, in prospettiva, opera di salvezza, “terapeutica”:

Camminare incessante, infaticabile. Cammini come un uomo che portasse invisibili valige, cammini come un uomo che seguisse la sua ombra, camminata da cieco da sonnambulo, avanzi con passo meccanico, interminabilmente, fino a dimenticare che cammini. Bighellone minuzioso, nictobate perfetto, ectoplasma che un lenzuolo fluttuante farebbe erroneamente passare per un fantasma incapace di far paura perfino ai bambini piccoli. Camminatore infaticabile, attraversi Parigi da parte a parte, ogni sera, emergendo dal buco nero della tua stanza, dalle tue scale fatiscenti, dal tuo cortile silenzioso; oltre le grandi zone di luce e di rumore: l’Opéra, i Boulevard, gli Champs-Elysées, saint-Germain, Montparnasse, sprofondi verso la città morta, verso Péreire o Saint-Antoine, verso la rue de Longchamp, il boulevard de l’Hopital, la rue Oberkampf, la rue Vercingétorix.

 

A partire da questo testo, il rapporto che lo scrittore-protagonista ingaggia con la città non è un semplice abbandono topografico, né una flanerie – pur sempre affascinante – come lasciarsi andare al flusso dei propri passi dentro il labirinto sconosciuto, confuso e multiforme della metropoli. Già in queste pagine compaiono, in maniera aurorale, le forme di riflessione sul rapporto con lo spazio che troveranno la loro compiutezza nelle opere successive. Perec-Uomo che dorme esce dal guscio della sua stanza per camminare, per esaurire il suo malessere in estenuanti camminate, incominciando contemporaneamente a utilizzare quegli strumenti di classificazione, di costruzione di griglie utili a contenere e addomesticare lo spazio, a delimitarlo per renderlo abitabile, comprensibile, utile. Nel camminare apparentemente senza senso si fanno avanti comportamenti e scelte che, di fatto, svelano un approccio diverso alla questione dello stare nello spazio urbano.

Lo spazio ha bisogno di essere percorso, e l’individuo ha bisogno di percorrerlo, ricorrendo a espedienti, a regole. Oppure raccontandolo.

Paolo Melissi

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