Tommaso Landolfi, il sognatore verista

Tommaso-landolfi

Immaginate uno scrittore che poco si sposta dalla sua dimora immersa nella campagna ciociara. È un uomo schivo e solitario. Per alcuni un folle che preferisce fare lunghe passeggiate serali. In cerca di ispirazione non è però preso da quella corsa alla fama che insegue molti letterati di oggi. Anzi a lui poco interessa e fa di tutto per tenersene lontano, tant’è che nei suoi libri c’è un linguaggio ricercato, ricco di termini arcaici che costringono il lettore a stare con il vocabolario in mano. Benvenuti nel mondo di Tommaso Landolfi, nato a Pico in provincia di Frosinone nel 1908. Come tutti gli innovatori della letteratura italiana, per lui la notorietà è arrivata dopo il 1979, anno della sua morte.

A dargli l’onore che meritava fu un altro padre nobile della letteratura, Italo Calvino.

Landolfi, sognatore verista. Verista, perché le sue novelle partono dalla provincia. Da quel mondo di campagna che si muove secondo leggi arcaiche e moralismo indotto. In quell’universo in cui il buonismo ipocrita fa a cazzotti con un’ingenuità disarmante, dando vita a leggende, miti e fiabe. Landolfi ci immerge in una regione sconosciuta, piena di misteri difficili da spiegare e che fa confrontare l’uomo con le sue ancestrali paure.

Sognatore, perché Landolfi scrisse fiabe. Racconti. Gotici, fantasiosi, utopistici. Non c’è una morale finale. Landolfi non dà lezioni di vita e non vuole spiegare il mondo. Guarda la sua campagna e da essa evade. Ecco La pietra lunare in cui una fanciulla-capra ci porta in un altrove abitato da creature misteriose. Un luogo incantato in cui il protagonista ha come un rito di iniziazione erotica.

Le Zittelle. Due nubili, prima prede dell’autoritaria madre, poi della scimmia Tombo, unico maschio di casa e per questo castrato. Anche in questo racconto, Landolfi, inserisce il mistero. L’animale viene sorpreso mentre celebra strani riti ancestrali e le zitelle chiamano in loro soccorso due preti per interpretare i gesti di Tombo.

Racconto d’autunno. Ossia la guerra raccontata da Landolfi, spiata dalla provincia ma anche letta secondo il proprio registro. Il conflitto è solo il contorno di una storia di amore e morte su cui si staglia la figura di una donna perversa, forse appartenente all’oltretomba. Ecco l’incontro-scontro tra sessualità e morte, coscienza e incoscienza, sogno e realtà.

Landolfi ama le contraddizioni e le legge attraverso la metafora. La fantasia è via di fuga tanto dal mondo di provincia, quanto dalla propria coscienza. La sessualità è al centro della lotta tra moralismo e naturalezza. I protagonisti delle opere di Landolfi sono ammaliati e spaventati dal nuovo. Hanno paura di attraversare la cortina sottile oltre cui l’ignoto si fa presenza. Ma questo misterioso mondo che i suoi personaggi attraversano è la coscienza dello scrittore stesso.

Landolfi opera un rito di spoliazione prima di tutto su se stesso e portando alla luce la sua paura per quell’al di là provinciale, ci apre contemporaneamente le porte delle sue fobie. Paure di un mondo rurale e personale in cui la sessualità è pronunciata in stornelli, miti, ancestrali timori. Lo scrittore ciociaro, insomma, esprime la sua libido nella letteratura e ricerca l’estasi nella fantasia.

Gurù, la fanciulla-capra de La pietra lunare, prende per mano il protagonista e lo porta nelle viscere della terra per iniziarlo. La luna, la donna, la capra (Pan-natura-Dioniso?) sono immagini che ci perseguitano per tutto il racconto.

Di qui si può vedere la grandezza di questo scrittore ancora poco letto e sottovalutato. Landolfi è una piacevole scoperta. Si rimane colpiti da scritti così attuali e controcorrente. Soprattutto se pensiamo che le sue opere più importanti furono composte tra gli anni trenta e quaranta dello scorso secolo.

Insomma c’è di tutto per conoscere questo novelliere rimasto in ombra per troppo tempo nonostante abbia saputo produrre miti moderni poggiando su ancestrali paure.

Martino Ciano

 

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