Guido Morselli, Dissipatio H.G. : proposte per una rilettura

morselli

La letteratura apocalittica o post-apocalittica ha vissuto  – rivissuto, a rigore, vista la sua parabola  ciclica –  una nuova stagione in questo 2015 che volge al termine.

A sfruttare l’espediente letterario dello spostamento temporale in un futuro molto prossimo, accorgimento che si fa funzionale a una diagnosi spietatamente lucida del marciume dell’oggi e all’analisi definitiva di falle ideologiche, politiche, intime e morali, si sono provati in tanti. Anche in Italia, con Paolo Zardi (finalista al Premio Strega con XXI secolo) in testa.

Per dare una spiegazione della fortuna e popolarità di questo filone si sono stabiliti paragoni importanti con i padri certi dell’apocalittico, scomodando i nomi soliti.

Banalmente: tra i mille richiami a Orwell e McCarthy, non ricordo infatti di aver letto un solo accostamento a Guido Morselli e al suo profetico, straordinario romanzo Dissipatio H.G.

Pubblicato da Adelphi nel 1977,  possiede in nuce tutti i topoi del post-apocalittico puro.

Il protagonista è un uomo tormentato, colto nell’attimo in cui sta per mettere in atto il proprio suicidio. La decisione è presa, luogo e modalità hanno un che di singolare: l’addio al mondo avverrà nel fondo di una caverna, che nasconde un laghetto difficilmente raggiungibile, dove intende  lasciarsi scivolare a morire annegato.

Pur avendone pianificato i dettagli nel tempo, all’uomo manca la volontà all’ultimo. Riesce dalla caverna, a “riveder le stelle” e si trova a fronteggiare uno spettacolo del tutto inatteso: nel breve lasso di tempo tra l’accesso all’antro e l’uscita, l’umanità intera pare essersi volatilizzata. E’ la “Dissolutio” del titolo, un’evaporazione, la nebulizzazione che non lascia cadaveri né tracce dell’intero genere umano, l’H.G. , l’Humani Generi, appunto.

Una sparizione totale priva del conforto di un chiarimento sulle sue cause.

Così, in modo del tutto paradossale, al di fuori di ogni logica, colui che era pronto ad abbandonare tutto e tutti, rimane unico brandello di umanità: condannato alla vita.

Le prime pagine riportano ogni millimetrica gradazione dello sgomento di fronte all’assenza di una logica, fosse anche divina (non lo è: non giungeranno né messaggi, né segni dall’alto).

Lo sbigottito protagonista si aggira per le strade di una Crisopoli (Zurigo) e di una valle svizzera, abbracciato da una natura indifferente che continua, lei sì, a vivere per conto suo. E dagli incessanti rumori dei macchinari: frigoriferi, tabelloni degli aeroporti, tutto continua a funzionare, tutto procede la sua corsa meccanica come nulla fosse in un panorama straniante con un sottofondo di ronzio sintetico perenne, penetrante, assoluto.

Un deserto in cui non è centrale la sfida alla sopravvivenza (al contrario di buona parte dei romanzi distopici): scorte alimentari ce ne sono, un albergo – siamo pur sempre nella ricca Svizzera – gli fornirà per lungo tempo colazione, pranzo e cena.

Alla paura e allo spaesamento, l’uomo alterna a tratti una sorta di euforia, un senso di possibilità: questo mondo svuotato che tanta paura gli incute, in cui il “silenzio da assenza umana non scorre”, ma “si accumula”, dopo qualche tempo “non è mai stato così vivo, come oggi che una certa razza di bipedi ha smesso di frequentarlo. Non è mai stato così pulito, luccicante, allegro.”

Ma nei tempi dilatati delle sue giornate, sotto quelle “luci che non [gli] daranno mai tregua”, le domande si moltiplicano.

Si chiede se il suo restare in vita sia da considerarsi un’esclusione dal resto dell’umanità o se debba, al contrario, considerarsi un eletto.

E poi se si debba attendere indicazioni, segnali, incontri con qualcuno magari venuto da lontano con cui scambiare pareri. Anche perché nonostante la confessata tendenza al solipsismo è l’assenza di contraddittorio di cui sente la mancanza. “Ho dei trascorsi da erudito di cui, dopo un’astinenza di anni, non mi pento”, si dice il protagonista, quasi a giustificare attraverso le sue parole l’atteggiamento analitico lucidissimo e anticipatore di Morselli.

Che fa interrogare il suo personaggio  sul significato  dell’Uomo, sulla sua pochezza, su ogni Sentimento più intimo (“sofferto, miniloquente e reciso”: la sua definizione eccezionale di un amore), sulla Dignità e sul Lavoro: “La vostra schiavitù la volevate, ne eravate gli autori. E non poteva scomparire che con la vostra scomparsa”. In ultima analisi, sulla Libertà.

Con una prosa tersa di straordinaria piacevolezza,  ricca di suggestioni letterarie e di straordinaria originalità: strumento unico e perfetto di restituirci una frammentazione del reale che aveva colto già quaranta anni fa, profeta come pochi.

Da leggere e da rileggere.

Anna Vallerugo

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