OU, NICO’!

foto giuseppe

Sono pochi gli amici e i compagni di penna con cui condivido il coraggio della Parola. Giuseppe Cristaldi è uno di questi. Ieri sera mi ha inviato una lettera aperta per dirmi  a modo suo il racconto nudo della lotta che ci unisce quotidianamente. La rendo nota perché qui il privato diventa pubblico. Queste sue parole sono mie e nostre o almeno di coloro che sanno  osare al di là del bene  del male. Cecchini, mattanze, macellerie e deflagrazioni ma sopratutto la fatica di entrare nelle parole per non arrendersi a questo massacro che si compie ogni giorno.

Amico mio, ricambio la stima e l’affetto e ti dico già da adesso che il cortocircuito delle idee non ci avrà mai.

Anche io ti voglio bene

Tuo Nicola

Ou, Nicò!, dove sei? Slitti ancora sull’arcipelago greco? O sei seduto sul cerchio di fontana ai giardini delle Tuileries e guardi e leggi nelle piume dei piccioni?

No perché qui il mondo non alza vento e nemmeno una cresta d’acqua illude di voli e di altre menate alternative a questi cazzo di piedi piantati nel niente.

Ou, Nicò!, dimmi che credi ancora nel cortocircuito che veglia certi sintagmi, certe sillabe, certe parole.

No perché qui, quando do fiato alle mie di parole, piglia la scossa il corpo e mi addormento più rincoglionito di prima, con quel senso di fatica interiore dei ladri di rame appesi all’alta tensione. Folgorati nel mentre di un atto coraggioso.

Ou, Nicò!, dimmi che ne vale la pena ancora chiamare a convegno tutte queste bestie interiori, battezzarle come domestiche e ritrovarsi poi sbranati nel letto, nel mezzo del sonno.

No, perché passiamo la vita a vomitare villaggi a cui per decenza o forse orgoglio mettiamo l’etichetta di romanzo, poesia, monologo, canzone, e nel mentre moriamo un po’. Di una morte che non addebitiamo a nessuno, forse per evitare di sentirci ulteriormente in colpa. E poi non abbiamo un euro, e ci prostituiamo in silenzio, nella bile di una libreria, a trovare, a dire, a giustificare che pure Hesse fece il ciabattino, pure Faulkner fece l’imbianchino, e grazie al cazzo, intanto il tempo passa, o siamo noi a passare tra due schiere di amici e nemici che sputano: “Andate a lavorare piuttosto che perdere tempo con le parole.” Li vedi, Nicò, li vedi come simulano un letargo e poi scattano in piedi alla prima lacrima?

Ou, Nicò!, credi alle tavole della legge, alle tavole del gregge, o credi ai falegnami e all’artigianato?

No perché certo esoterismo, certi intenditori parlano del capomastro nel tempio di Salomone, parlano del grande Hiram e a lui si rifanno divaricando compassi e donne allo stesso modo, e omettendo che proprio egli fu ucciso dai suoi operai, dai suoi fedeli epigoni. E allora mi chiedo: quanto serve puntare al vertice quando la base non è geometria, ma infamia lineare.

Ou, Nicò!, quando mi parli della nuova mattanza e delle tessere di un domino che aspettano di cadere in successione fino all’ano della resurrezione?

No perché qui le formiche si moltiplicano come i Tupamaros e fanno gli equilibrismi le une sulle altre fino a raggiungere altezze d’uomo. E poi parlano e parlano, queste stronze, e uno lascia la sua scrittura di servizio per andare a comprare l’insetticida della Bayer, ché di marca è più efficace. E perde il filo, o a un filo di cotone minaccia di impiccarsi, per vedere l’effetto che fa in chi gli vuole bene, o in chi dice di odiarlo, capisci? Sì, tu capisci e sai che l’abusato luogo mentale del sognare di vedere chi verrà al proprio funerale, beh, non funziona. Non regge. Regge inscenare un malanno, un autoannientamento, quei cinque o sei minuti che valgano la gloria di noi camminanti scalzi. A cosa ci siamo ridotti pur di rifiatare.

Ou, Nicò!, ma Giovanna? Dimmi del tuo amore come si racconta dei traghetti ai bambini.

No perché qui tutti alla domanda amore, chiedono un paio d’ali per realizzare l’esempio, per rendere l’idea. E mai, cazzo, mai una persona che chieda radici d’ulivo, trecce di radici d’ulivo da interrare nel cuore, per farne fermezza, stasi, cristo, stasi lumacare. E da quella risalire.

Ou, Nicò!, ma i cecchini? Esistono veramente o sono personaggi mitici che ci rimpalliamo per sopravvivere a noi stessi? Le armi ce le hanno? O vogliono crivellare con le dita?

No perché i tizi che sai tu, quelli che un po’ stanno fuori e un po’ ci balzano nelle viscere, hanno gli stessi proiettili che raccattarono quei povericristi dei soldati italiani nella spedizione balcanica. Sì, hai capito, i povericristi che poi per l’uranio impoverito sparirono in un fondo di letto e nessuno se li cagò. In fondo che differenza c’è tra sparire e sparare, lo hai chiesto ai cecchini che stanno dalla parte nostra? T’immagini se cominceranno a mitragliarci dall’interno quei fetenti che battono la marcia sul nostro fegato? Dico, t’immagini che spettacolo? Imploderemo, fratello, imploderemo come i pupi di cartapesta la notte di Capodanno.

Ou, Nicò!, ce l’hai ancora quel vino francese?

No perché qui finisce sempre e il raglio dello scrivente salentino non arriva a Gioia del Colle. Chiamami quando hai tempo, parlami dei coglioni e delle anime salve, poi ridi e bestemmia, parlami della possibilità e delle redenzioni spinose. Chiamami quando hai tempo, anche se non ti rispondo, non puoi capire (stavolta no), quanto mi aiuti in questo periodo.

Ti voglio bene

Giuseppe

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2 thoughts on “OU, NICO’!

  1. Quando ingrana la marcia giusta, è un fiume in piena che travolge auto e alberi. Miti e dogmi, dubbi e certezze. E’ – come scrisse Emmanuel Lèvinas – un esistenza che parla, ad altri esistenti. Le parole di Cristallo non sono mai banali, ma ponderate da una coscienza che ride e piange, da sogni diurni e notti sul tappeto di stelle. Mio fratello Joe è figura viva della schiera degli incompresi. Alla quale appartengo. Abbiamo doni non riconosciuti. Meglio. Non dovremo prostrarci per un tozzo di pane. Fieri preseguiamo il percorso. Saremo dimenticati come tutti. Nessuno potrà dichiarare che fummo perdenti. Perchè chi oserà farlo è il vincitore. Quello che odiamo. Ciao Nik –

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  2. Poesia pura, lacrime e sorrisi di parole.
    Sì, le ali sono di troppo, occorrono radici e la terra di Giuseppe Cristaldi ne ha di forti, di quelle che “reggono” ai venti più feroci, alle brezze più subdole.
    “Andate a lavorare e non rompeteci i coglioni con i libri”
    Ecco la frase ricorrente, una frase priva di parole, ma che non ha a che vedere con i silenzi che Giuseppe ascolta, che noi ascoltiamo. Un’esortazione che si colloca nel limbo estremo e profondo del “non essere”, di “un divenire” privo di meta.
    Devo passare al tu, per dare più vicinanza alla voce che ascolto e a cui rivolgo questo “mio poco”.
    Sì, amico, andiamo a lavorare, a coltivare radici ed impronte, per lasciare un barlume di testimonianza.
    Le tue parole sono secrezione di un’anima, segmenti pregiati di un pensiero, feriti, intaccati, piaghe senza sutura, ma che donano sollievo.
    Sì, tu degno figlio di una madre terra che ti ha forgiato come strumento adatto a lasciare segni leggibili.
    Ou, Giuseppe!, leggerti è un’avventura!

    Dimenticavo, in verità mi sono commosso, lasciando appesa la mia emozione al tuo canto.

    P.s.: i cecchini esistono, ma non imbracciano moschetti, a tal proposito salutami l’amico Nicola.

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