Natura quasi morta (racconto di R. Saporito)

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“…Scrivere è il modo migliore per non dover vivere  avendo però l’illusione di stare in mezzo alla vita, e di viverla intensamente.  Ma lo scrittore è quello che manovra i fili rimanendo nascosto…” (Arnon Grunberg)

 

Osservo la scansione dei colori con occhi dubbiosi, poco convinto della scelta, scettico nei confronti del risultato raggiunto, non attento alle parole che mia moglie mi sta scaricando direttamente nell’orecchio. Lei parla. Io collaboro poco alla buona riuscita della conversazione telefonica. Divago con la mente.

“Allora ci sentiamo più tardi” dice mia moglie, con la sua voce modulata, sensuale e al contempo autoritaria, sicura delle parole scelte.

“Certo…più tardi” concedo e appoggio il cordless sul tavolo, di fianco a Flash Art aperto alla pagina che pubblicizza la mia mostra in una galleria di Torino.

La mia cara moglie lavora per una importante fondazione di arte contemporanea, è consulente di una prestigiosa casa d’aste internazionale, è sempre in giro per il mondo, non si perde una Biennale, una Documenta, una Fiera d’arte contemporanea, l’inaugurazione di un nuovo museo, magari a Malindi o a Tokyo o a Bratislava.

E’ riuscita, e non era certo cosa facile, a far comprare alla fondazione due miei quadri: è in gamba lei, questo è indiscutibile. E’ sempre indaffaratissima, non c’è mai, e forse è anche ubiqua.

Io invece, dall’alto del mio talento artistico, cazzeggio buona parte della giornata nel mio studio, poi in questo periodo non dipingo neanche più: più che altro taglio, seziono e assemblo enormi pannelli di PVC espanso coloratissimi, ma il lavoro fisicamente lo fa il mio corniciaio, io gli do i progetti, i pannelli tagliati in un certo modo e lui li realizza.

Mia moglie è piena di energia positiva, un fiume in piena, piace a tutti, è simpatica, divertente, sa sempre cosa deve dire o fare, non si tira mai indietro di fronte al lavoro, alle levatacce, al tirar tardi, anzi, guai a toglierle le frenetiche attività, guai a lasciarle momenti morti: io invece sono sempre più depresso, indolente, non ho voglia di uscire, di vedere gente, di socializzare, non ho voglia di fare niente, continuo la mia lenta ma inesorabile trasformazione in orso asociale.

Lei dice in continuazione che devo fare pubbliche relazioni, farmi vedere ai vernissage delle mostre, parlare con i critici e i curatori e i galleristi e i mercanti e i mecenati, io però non voglio fare niente, non voglio vedere nessuno, c’è già lei che fa pubbliche relazioni, che partecipa a tutti gli eventi. Che fortuna eh! Che immensa fortuna.

Già, una bella fortuna, non c’è che dire: solo che mia moglie ha un amante, ma lei non lo sa che io lo so. Mi tradisce con uno psicologo, e già questo è fastidioso, un discreto collezionista di arte contemporanea, pieno di soldi, da generazioni e generazioni, bello, abbronzato, pieno di fascino e consapevolezza, con una moglie altrettanto bella e bionda e abbronzata e piena di fascino e due bambini, un maschio e una femmina, rispettivamente di nove e di undici anni, belli, abbronzati e. Il bastardo ha un quadro mio in casa, è un quadro di dieci anni fa, enorme, per l’esattezza due metri per tre, composto da sei tele un metro per un metro assemblate insieme, un’opera pubblicata su Flash Art ma anche su Art Forum e Art Press, un’opera storica, bella, anche se non dovrei dirlo io: comunque sia l’ha pagato carissimo, una cifra folle, glielo ha fatto comprare mia moglie, ad un’asta, anzi all’asta che ha fatto schizzare i prezzi delle mie opere alle stelle: naturalmente tutto pilotato, ma pilotato ad arte. Anche quella del mercato è una forma d’arte, sottile e subdola, ma piena di glamour.

Il mio quadro era passato, e non a caso, dopo una tela degli anni sessanta di Andy  Warhol, una sedia elettrica, blu, e prima di un Sol Lewitt da museo, e dal valore esorbitante.

Adesso però non mi va più di dipingere: penso le cose e voglio che queste siano realizzate nel più breve tempo possibile, e in modo particolare non fisicamente da me: la mia arte oggi è pura idea, la manualità non mi interessa più, la manualità è artigianato, e io non sono un artigiano, senza togliere nulla agli artigiani, anzi, senza di loro cosa farei? Massimo rispetto agli artigiani. Lode agli artigiani. E’ che io non lo sono, tutto qui: io sono un artista. Sono un po’ come un architetto: gli architetti firmano le case ma mica le realizzano fisicamente!

L’amante di mia moglie si chiama Martino, e già il nome è da fighetto ricco. In questo momento è legato in piedi al cavalletto d’acciaio che usavo per lavorare alle tele enormi, in bocca ha uno straccio coloratissimo, è quello che uso per pulire i pennelli, diciamo usavo, è un po’ che non dipingo. Martino indossa una camicia bianca, penso di Prada, comunque d’autore, pantaloni grigi, penso di Armani, scarpe inglesi marroni: cazzo come odio le scarpe marroni. Vicino al piede destro c’è il suo mignolo della mano destra: gliel’ho tagliato col mio coltello da collezione, quello che mi porto sempre in tasca, quello che fa inorridire mia moglie: “Ma cosa te ne fai di un coltello, sembri un delinquente e poi lo sai che l’avvocato ti dice sempre che non è legale andare in giro con un coltello del genere, con quella lama lunghissima, non è normale andare in giro con un coltello, per niente” dice sempre mia moglie.

Non è stato facile tagliare quel dito, si agitava lo stronzo, non collaborava per niente.

Suona il cellulare di Martino, qualcosa come la cavalcata delle valchirie di Wagner, pomposo e ridicolo, lo prendo in mano, lo studio un attimo: sul display appare il numero di chi sta chiamando: il numero di mia moglie. La stronza. La traditrice. Mi viene da rispondere, ma non lo faccio, mi controllo ma con una certa fatica, cerco di respirare con calma. E non è facile.

L’amante di mia moglie, che era svenuto dopo il taglio del mignolo, si sveglia, avrà riconosciuto il suo amato Wagner probabilmente, mi osserva terrorizzato e sgomento, lo stesso identico sguardo lo lancia al mignolo ai suoi piedi, poi si guarda la mano incredulo, mi riguarda e mugugna qualcosa nello straccio sporco di colori acrilici secchi. Chissà cosa vuole dire con tanta urgenza.

Suona il mio telefono, un suono normale, da telefono, è mia moglie, dice:

“Ciao…tutto bene…cosa fai di bello?”

Anche lei lo sa che passo buona parte delle mie giornate a cazzeggiare: ma noi artisti siamo fatti così, pieni di momenti morti, che poi non è neanche vero, un artista è sempre al lavoro, anche quando non lo è: la mente lavora e quindi vuol dire che anche io lavoro. Comunque rispondo:

“Mah…niente…taglio del materiale…del materiale nuovo…sperimento…” e osservo affascinato il mignolo insanguinato di Martino e la lama del mio bel coltello da collezione che brilla colpita dalla luce dei faretti alogeni.

“Crei…ottimo, allora ti lascio lavorare” afferma lei con una punta di allegria nella voce.

“Si, ne avrò per un po’…sai oggi sono ispirato…ultimamente non è che mi capiti spesso…colgo l’attimo” dico sorridendo come se lei potesse vedermi, e infondo mi piacerebbe che potesse vedere questo interno di studio di artista con natura quasi morta.

“Allora ciao…e non lavorare troppo, mi raccomando” fa lei già proiettata verso un nuovo impegno.

“No, non c’è pericolo…ciao, ci sentiamo più tardi” affermo posando il cordless sul tavolo vicino alla riproduzione fotografica di un mio quadro che ho esposto due anni fa alla Biennale di Venezia.

Prendo in mano il mio coltello, studio compiaciuto la lunga lama e ricomincio a tagliare con calma.

*racconto pubblicato nel libro Generazione di perplessi (Edizioni della Sera, 2011)

 L’autore:

Roberto Saporito è nato ad Alba (CN) nel 1962.

Ha studiato giornalismo.

Ha pubblicato romanzi e raccolte di racconti. Tra gli ultimi romanzi pubblicati ricordiamo “Il rumore della terra che gira” (Perdisa Pop, 2010, nella collana “Corsari” diretta da Luigi Bernardi) e a luglio 2013 il romanzo “Il caso editoriale dell’anno” (come “Anonimo”) con Edizioni Anordest.

Nel 2015 ha pubblicato un nuovo romanzo dal titolo “Come un film francese” con Del Vecchio Editore di Roma.

Suoi racconti sono stati pubblicati su antologie e innumerevoli Riviste Letterarie.

Collabora con la Rivista Letteraria di Milano [diretta da Gian Paolo Serino] “Satisfiction” [ http://www.satisfiction.me/ ] con una sua personale rubrica.

Nel 2013 il suo primo romanzo “Anche i lupi mannari fanno surf” [2002] diventa “oggetto di studio” di una delle dieci lezioni del corso di scrittura narrativa “Inchiostro rosso sangue”, per la precisione la settima intitolata “L’hard boiled in salsa italiana: il curioso caso di “Anche i lupi mannari fanno surf”, di Roberto Saporito.”, organizzato dalla Rivista Letteraria “Inchiostro” a Verona, insieme ai romanzi, oggetto di altre lezioni, di Giorgio Scerbanenco, Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto e Gianluca Morozzi.

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