Euro Mortis, il profeta inascoltato Céline (parte terza)

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Se non lo apprezzate come uomo, amatelo come scrittore e non ve ne pentirete. La sua opera è pressoché autobiografica ma nasconde i germi della deriva contemporanea. Céline è un uomo schiavo delle sue passioni, della paura. Spaesato e incompreso. È un viaggiatore senza meta in debito con la vita, creditore nei confronti della morte. Con i suoi romanzi ha unito due periodi che la storia ha diviso, la Belle époque e Secondo dopoguerra.

L’anarchico scrittore accusato di antisemitismo e collaborazionismo con il regime filonazista di Vichy si è preso gioco anche delle periodizzazioni imposte dalla scienza. Ha creato un continuum.

Quando nel 1932 e nel 1936 pubblica rispettivamente Viaggio al termine della notte e Morte a credito, Céline si mette a nudo e racconta se stesso. Mostra la sua natura fragile, schiava delle passioni, incline al vagabondaggio ideologico.

Vorrebbe la vita semplice non perché ha paura di combattere ma perché è inutile opporsi a una realtà incontrollabile. Ma quando si accorge che la quotidianità sfugge alla propria volontà, ecco il desiderio della morte. Un premio che arriva dopo aver scontato i debiti con la vita. E Céline ce lo dice chiaramente fin dalle prime righe del romanzo Morte a credito.

Eccoci qui, ancora soli. C’è un’inerzia in tutto questo, una pesantezza, una tristezza. Fra poco sarò vecchio. E là sarà finita, una buona volta”.

Come difendersi da questa costante lotta per la sopravvivenza? Céline usa il delirio, la fuga tra i propri pensieri, tra i marosi delle sue sinapsi. È un cantuccio in cui lo scrittore si nasconde e solo da qui riesce a prendersi beffa del mondo, della società. In questa gabbia può essere furbo, attento, vero ma allo stesso momento dichiara di essere infelice perché non libero.

Céline è tutto questo. In lui scrittore e uomo sono un’unica cosa. La sua indecisione, i suoi vizi e la sua passionalità si trasformano in prosa delirante, graffiante e cinica. Le sue idee cambiano al ritmo delle pulsioni mortali che gli percuotono il corpo. In questo animo in fiamme nulla scampa al fuoco. È lo sfacelo.

Dopo la Seconda guerra mondiale con la sua opera raccolta ne La trilogia del Nord, Céline racconta il conflitto, l’inutile carneficina, la conferma che la quotidianità non è piegabile alla volontà dell’uomo. La guerra coinvolge tutti. La morte ancora una volta è un premio. Ma di nuovo Céline ricorre al delirio, sceglie la lente dei propri farfugliamenti per vederci meglio. Una soggettività che è luce, che disintegra l’oggettività plasmata dagli accidenti storici, da uomini che non vogliono morire.

Il profeta Céline se n’è andato nel 1961. Molti lo avrebbero voluto disintegrare ma la sua opera è sopravvissuta. La sua vita è stata irriverente come la sua letteratura. Le sue paure e il suo spaesamento sono frutto della storia e annunciano i tempi a venire. Oggi tutto è come Céline ce lo ha raccontato.

Certamente Céline non ha bisogno di giustificazioni o di avvocati. I suoi romanzi lo assolvono, la sua storia è attuale. Oggi siamo spaesati e deliranti non ce ne accorgiamo perché dovremmo dichiararci folli. Realmente bugiardi. (CONTINUA)

Martino Ciano

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