Euro Mortis, i profeti inascoltati della decomposizione (parte seconda

decadenza

Nel cuore dell’Europa non c’è stato forse nessun popolo come quello tedesco che ha avuto bisogno di dimostrare al mondo intero la propria identità. Dopo la seconda guerra mondiale si manifesta un ansioso bisogno di liberarsi dell’eredità nazista.

Il senso di colpa per l’olocausto ebraico e la repentina divisione della Germania tra occidente democratico e oriente comunista non permetteranno a questo popolo né una sana elaborazione del lutto, né una riflessione sul nazismo.

Ma un popolo cui si tolgono la memoria storica, anche se vergognosa, e la possibilità di riflettere sui propri errori, è condannata a commettere gli stessi sbagli.

Il nazismo è una colpa da cancellare, da dimenticare. Yankee da una parte e sovietici dall’altra lavoreranno per questo. Hitler e la svastica diventano la vergogna a cui però nessun tedesco ha partecipato, ergo, il nazismo è un elemento estraneo alla struttura sociale della Germania, una forza aliena e non un prodotto dell’ethos tedesco. Insomma, la polvere può essere gettata sotto il tappeto.

Ma tutti i tedeschi accetteranno questo? No, ancora una volta l’arte e la letteratura romperanno le uova nel paniere.

1963.Georg Baselitz esponente del Nuovo espressionismo firma La notte nelle fogne. Un bambino deforme, sfigurato, con un gran pene tra le mani. Ecco il tedesco che come gli adolescenti scopre la propria virilità giocando alla guerra. La decomposizione della figura umana è il simbolo di un’identità offuscata, non netta. È il senso di colpa. Ne Gli eroi, invece, Baselitz calca la mano sul senso di spaesamento del tedesco, privato della propria unità territoriale. Sono ritratti soldati logori, sconfitti, sfigurati. Vinti o vincitori? Non importa! Sono disorientati.

Negli stessi anni Joseph Beyus promuoverà i suoi happening in cui unisce oggetti comuni e simboli nazisti. Un’attività di recupero della memoria per ricordare ai tedeschi che quella polvere è sotto il tappeto e qualcuno deve rimuoverla.

Ma questo processo non coinvolge solo i tedeschi ma anche gli austriaci.

1963. Un giovane Thomas Bernhard esordirà con la sua imponente opera, Gelo.

Un pittore folle, un dottore che ne spia i comportamenti, come cornice un paese malinconico, buio e freddo. Nella solitudine del pittore, isolatosi volontariamente in questo borgo fuori dal mondo, Bernhard delinea la sensibilità della nuova generazione, chiusa in un involucro e rimasta a gelare nella liquida apatia della vita. Il protagonista del libro è un iceberg alla deriva, ma è anche l’unica cosa viva e in movimento. Una follia che sbatte contro il perbenismo e il bisogno di dimenticare le proprie colpe.

La parabola letteraria di Bernhard termina con Estinzione. È questa l’opera in cui la memoria è mezzo per ricompattare il passato e chiudere con esso i conti. È un processo di disintegrazione doloroso, quel dolore che l’Europa e i tedeschi non vogliono più ricordare… (CONTINUA)

Martino Ciano

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