Tutta la catastrofe in un rumore bianco

cop delillo

 

Ci sono libri amati da subito.

Sarebbe però bello, impegni permettendo, poterli leggere a caldo e poi donare loro un’altra volta parte del nostro tempo e nuova attenzione, frapponendo – scientemente o per “caso” – anni di vita tra una lettura e l’altra. Rileggerli decontestualizzandoli, strappandoli al momento in cui li abbiamo incontrati (che spesso, ma non sempre, coincide con il momento dell’uscita) e liberi dall’urgenza del venire a conoscere ogni sviluppo della trama, spostare di poco a lato lo sguardo per focalizzarlo stavolta a coglierne a fondo la pura bellezza stilistica.

Personalmente, per quel che può valere, a me capita, tra altri, con i libri di Don DeLillo: tra i maggiori narratori contemporanei del mondo occidentale, amatissimo scrittore di origine italo americana, vincitore del National Book Award e del Faulkner, è riconosciuto come una delle voci più alte del panorama internazionale dal primo romanzo, Americana del 1971 fino a (per citarne solo alcuni) Great Jones Street, Giocatori, Libra e Underworld.

La sua fama indiscutibile è stata in parte attribuita alle tematiche post-moderne che ha scelto, e che ricadono in linea con i sommovimenti sotterranei della letteratura degli ultimi quattro decenni, in parte alla sua prosa, cristallina, perfetta, luminosa. Una scrittura che rimane anche nei casi in cui i topoi siano col tempo in qualche misura diventati frusti, sfruttati, in un termine ottuso, “sorpassati”.

Rumore bianco è opera di vera magnificenza. Scritta trentuno anni fa, è per certi versi frutto dei suoi tempi: vi si narra di una possibile fine del mondo colta in itinere e quindi è romanzo che si colloca dunque ancor prima del filone post-apocalittico. Siamo qui nell’ambito dell’apocalittico puro, del momento esatto dell’implosione di una società, momento di rottura che si fa espediente letterario funzionale a una diagnosi ideologico-morale.

In questo romanzo, la catastrofe scende sotto forma di una nube chimica di imprecisato carattere, presaga di sviluppi imprevedibili, che si muove veloce ad avvolgere la città e la fino ad allora tranquilla esistenza della famiglia di Jack Gladney. Professore universitario, emblematico prodotto del Sogno Americano ormai disatteso, esperto di studi hitleriani (altra catastrofe, altro olocausto), l’uomo è costretto a una precipitosa fuga per la salvezza. Sotto pressione, in lui e nei componenti della sua famiglia, inattesi, emergeranno comportamenti anomali, in uno svelarsi progressivo di personali ma universali lati oscuri. Ne esce un panorama di un desertificazione morale di dimensioni planetarie, a noi lettori occidentali tragicamente affine, una deflagrazione del quotidiano e dei suoi riti di marca consumistica. DeLillo incide,  smuove coscienze con una presa di coscienza impietosa e acutissima di una società, la nostra, ormai minata alle fondamenta, vuota di idee e aspirazioni, che vede franare ogni solida certezza basata su possesso e accumulo di beni ma pure di affetti, come la famiglia del professore stesso che comprende oltre alla moglie Babette altri tre matrimoni precedenti e un complicato intreccio di figli di primo secondo e terzo letto.

Una vita serenamente benestante, a binario fisso, una casa in cui si respira aria di buone letture, di frequentazioni selezionate, con agio di tempo da dedicare a piaceri esclusivamente dell’intelletto, nelle ampie e luminose stanze ricche di oggetti feticcio, rappresentazioni tangibili di un benessere occidentale ostentato: “Comperavo con abbandono incurante. Comperavo per bisogni immediati ed eventualità remote. Comperavo per il piacere di farlo, guardando e toccando, esaminando merce che non avevo intenzione di acquistare ma che finivo per comperare. Mandavo i commessi a frugare nei campionari dei tessuti e colori, in cerca di disegni esclusivi. Cominciai a crescere in valore e autoconsiderazione.”

Una bulimia di oggetti e di informazioni pressanti che arrivano inarrestabili da radio e computer e che producono, come effetto collaterale, onde e radiazioni avvolgenti, obnubilanti, un perenne basso ormai non più percepibile ma presente: il “rumore bianco”, appunto.

Ai tempi della scrittura del romanzo, nel 1984, a prevalere erano la televisione e il suo potere ipnotico, indiscusso e indiscutibile: “una forza di fondamentale importanza nella tipica casa americana. Conchiusa in sé, senza tempo, autolimitata, autoreferente.”

Ma la nube, la minaccia incontrollabile, lo scherzo del caso, costringono appunto alla fuga dal bozzolo comodo e caldo: per strada si riversano in migliaia, uomini, donne e bambini allo sbando come un fiume in piena; un’orda precipitosa, disordinata, vanamente controllata dai dispacci governativi che vorrebbero imporre autocontrollo e cieca fiducia nelle verità ufficiali. Più si cerca di soffocare ogni timore, più si aumenta la paura delle persone che si fa profonda, ancestrale. (DeLillo in un’intervista ha indicato questo come tematica portante del romanzo). Unico antidoto a una nube frutto di laboratorio, ancora la chimica, sotto forma di un farmaco, il Dylar: la droga assoluta, che cancella ogni paura della morte.

La trama, a rigore, assume poi tutti i toni del giallo con l’apparente contatto del professore con i fumi della nube tossica (ma lo sarà, tossica, poi? Tutto si sviluppa in interpretazioni aperte, nel solco del “ciò che pare, è. O non è”) e con le sue conseguenze.

In prima lettura, come si diceva, c’è il piacere immediato di seguire ogni snodo verso l’epilogo – e quelli che critici meno generosi hanno definitivo sfilacciature e perdita di coesione – : è forse questo il piano di lettura immediato e superficiale, il primo livello, che attrae probabilmente buona parte della nostra attenzione.

Ma riprendiamolo in mano ora e lasciamo da un lato l’intreccio e la sua funzione di servire propositi politici, la critica feroce dell’Occidente, l’implicazione di connivenza dell’Uomo nella sua autodistruzione (questa nube è prodotto umano, va ricordato, non calamità naturale).

In seconda lettura lasciamoci totalmente incantare da ciò che DeLillo stesso ha ammesso di ricercare con assiduità e precisione nella sua prosa: la chantlike quality, una affinità con la musica, il canto, meglio ancora con qualità di cantilena, ipnotica e avvolgente come un mantra. Una sua caratteristica lontana dall’esercizio di stile: l’esito, difficilissimo da eguagliare, è una scorrevolezza di scrittura che pur conserva carattere di permanenza e deposita tracce nel profondo. (Per inciso, renderla in italiano conservandone ritmo e partitura sillabica è sfida di portata straordinaria per i traduttori: lode a Mario Biondi, di cui ho letto la versione).

E ancora: andiamo alla ricerca delle scelte inattese degli aggettivi, degli accostamenti stranianti ( qui il gioco è facile): quegli imballi dei cibi che assumono “coraggiose forme nuove”, i capelli che non sono mai banalmente “corti e chiari”, ma hanno invece una “zazzera di biondo entusiasta”, le abbronzature che diventano “coscienziose”, la voce in fase di cambiamento degli adolescenti, definita “di recente conio”.

Soffermiamoci a cogliere lo sguardo “altro” di DeLillo sul già visto: “La nostra è una città piena soltanto di lavanderie e ottici. Le vetrine delle società immobiliari sono adorne di foto di torreggianti case vittoriane. Foto che non cambiano da anni. Le dimore sono state vendute o non esistono più, oppure stanno in altre città di altri stati.”

O godiamoci la ferocia secca di frasi che cadono come lampi in una giornata di sole: “Le persone in gamba non pensano mai alle vite che schiantano, proprio per il fatto di essere in gamba.”, o : “Per la maggior parte della gente, in questo mondo ci sono soltanto due posti. Quello dove vivono e la loro tv”.

E infine, l’ironia caustica, senza appello: “Sono cose che succedono alla povera gente che vive nelle zone esposte a rischio.[…] Chi vive nei bassifondi subisce la alluvioni, chi vive nelle baracche subisce gli effetti di uragani e tornadi. Io sono un professore di college. Ne hai mai visto uno solo, in una di quelle inondazioni che si vedono ala tv, remare in barchetta nella strada di casa?”.

Piccoli momenti di grazia che farebbero perdonare tutto, proprio tutto, anche quell’ipotetica, ipotizzata debolezza della tenuta della trama rimarcata da una sparuta minoranza di detrattori.

Proviamo, insomma, a cogliere ciò che lo scrittore ha dichiarato a Paris Review di cercare di ricreare in Rumore Bianco: la “luce”. Placando però facili entusiasmi di interpretazione consolatoria, dopo tale affresco terribile della marcescenza del mondo occidentale: perché, dice DeLillo: “…ho  cercato un squarcio di luce nel quotidiano. E a volte, è una luce quasi spaventosa”.

Quella sua, una magnifica, spaventosa luce, piena di poesia.

Anna Vallerugo

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