Ma vai a lavorare (racconto di Roberto Saporito)

Roberto-Saporito-07-2009

“Il mondo è un minuscolo paesino pieno di coincidenze esilaranti.” (Philippe Djian)

Fausto stringe le mani all’altezza dei muscoli delle braccia, o quantomeno dove dovrebbero esserci dei muscoli, ma lì non c’è nulla, oltre a pelle e ossa, come tutto il suo esile corpo, consumato dal di dentro. Cammina e sbanda e dondola la testa come se fosse ubriaco, ma non è ubriaco, lui non beve, ma è ad uno stadio allarmante di dipendenza da eroina.

Si stringe le braccia come se avesse freddo, ma è il 15 di luglio e fa un caldo insopportabile, Torino appare umida e malsana, sovrastata da una cappa di calore, anche se in lontananza appaiono i fantasmi sfumati delle creste delle montagne. Ha finito i soldi, quei pochi che gli erano rimasti dopo l’ultimo misero scippo, ha un disperato bisogno di farsi e chiede al primo che passa:

“Mi dai qualcosa?”

“Ma vai a lavorare…” afferma il tipo in giacca e cravatta griffati.

“Ma vaffanculo” sbraita Fausto stringendo gli occhi a livello di minuscole capocchie di spilli.

Il tipo in giacca e cravatta si ferma, lo scruta negli occhi vuoti e inespressivi: lui va in palestra tre volte alla settimana, fa karate, avrebbe voglia di colpirlo, di dare un vero senso al suo andare in palestra a far finta di picchiare qualcuno, ma scuote la testa e sospirando rumorosamente passa oltre.

Fausto guarda una vecchietta con la borsa appesa al braccio sinistro, ma non ha neanche più la forza di pensare a uno scippo, figurarsi di portarlo a termine.

“Mi dai qualcosa?” apostrofa una ragazza dall’aria gentile in vestitino a fiori bianchi e rossi svolazzante.

“Ma vai a lavorare…” dice lei senza fermarsi ma trasformando lo sguardo da gentile e simpatica ragazzina a dura e stronza suora nazista.

Fausto ci rimane male, malissimo, si ferma, cerca di respirare con calma, ma non ce la fa, l’aria della città è come immobile, è come se non trovasse il modo di entrare nel suo corpo. Gira in una strada, poi in un’altra, sempre meno trafficata, periferia di una Torino trasfigurata dal caldo e dalla migrazione delle persone verso il mare e la montagna e la campagna o forse più semplicemente verso i centri commerciali con aria condizionata, gira in un vicolo deserto annegato nel caldo umido. Fausto suda ma è scosso dai brividi e ha lo sguardo allucinato e respira come se la sua riserva di ossigeno fosse ormai agli sgoccioli, barcolla.

Una Uno bianca svolta di colpo nel vicolo, sbanda paurosamente, prende in pieno i bidoni della spazzatura, che quasi esplodono, e Fausto nascosto dietro ad essi, cade a terra tra la spazzatura e il piscio dei cani.

“Ma che caz…” dice Fausto.

Si spalanca la portiera posteriore sinistra della Uno e una mano lancia una valigetta verso i bidoni della spazzatura, richiudendosi subito dopo e sgommando via lungo il vicolo.

Dopo pochi secondi appare nel vicolo un’auto della polizia a sirene spiegate che in sbandata controllata segue la strada appena percorsa dalla Uno, sparendo, urlando fastidiosa, nella scia dell’utilitaria. Fausto si rialza a fatica, sbatte gli occhi un paio di volte, si guarda intorno ma non c’è nessuno. Guarda in fondo al vicolo ma le due auto sono scomparse. Si toglie degli spaghetti al sugo dai pantaloni militari trattenendo un conato di vomito, allontana il guscio di un uovo dagli anfibi, si avvicina alla valigetta e la raccoglie titubante, come se potesse esplodere da un momento all’altro. La borsa, sicuramente d’autore, è di pelle marrone, ed è molto pesante. Fausto si allontana senza aprirla, tentando di camminare disinvolto, anche se non gli riesce tanto bene: è già tanto se riesce a stare in piedi, se riesce a dare un qualche ritmo regolare alle sue gambe.

Nel frattempo dalla Uno è scesa una ragazza vestita completamente di nero. La Uno è ripartita, lei è ritornata indietro verso il vicolo. Quando ha visto Fausto prendere la valigetta si è nascosta veloce in un portone.

Fausto attraversa Torino a piedi, più si avvicina al centro, più essa si anima di gente vestita a festa con abiti leggeri e griffati, auto di lusso, moto potenti e rumorose e inadeguate alla metropoli ma che starebbero molto meglio su qualche dritta e larga strada americana.

In via Po, sotto i portici, si vede riflesso nella vetrina di una libreria e quella valigetta nelle sue mani lo fa sembrare ancora più magro, filiforme, quasi un personaggio dei fumetti di Andrea Pazienza.

Entra in un condominio fatiscente vicino alla stazione Porta Nuova, non lontano da un albergo di lusso, in un contrasto che si trova solo nelle metropoli dall’evoluzione veloce e fuori controllo, all’ultimo piano senza ascensore c’è il suo monolocale che subaffitta da un senegalese. Fausto è l’unico italiano di tutta la casa. Si trascina a fatica su per le scale, entra nel suo appartamento e si chiude la porta alle spalle. Si siede sul letto sfatto, esausto, sudato, senza più fiato, ma con un bottino inatteso, qualunque cosa sia, anche solo vendere la valigetta che sembra di pelle pregiata è un buon affare. Appoggia la valigetta sul letto e la osserva rapito, come se non sapesse esattamente cosa fare.

Fa scattare la serratura che non essendo chiusa a chiave si apre senza opporre alcuna resistenza. Dentro ci sono dei sacchetti di polvere bianca, ma tanti sacchetti, una mazzetta di euro, grossa, e una pistola, nera.

“Cazzo…” riesce a dire lentamente Fausto.

Prende un sacchetto, bello pesante, lo apre, intinge un dito insalivato nella polvere bianca e assaggia.

“Cazzo…” riesce solo a dire sospirando estasiato.

Bussano alla porta. Fausto si pietrifica, smette di respirare, smette quasi di esistere. Non si muove, pensa, se ne andranno. Ribussano con più convinzione e determinazione. Se ne andranno, ripensa. Se ne andranno, se ne andranno, se ne andranno: ripete nella sua testa. La porta si spalanca con un rumore di legno che si spezza e la ragazza vestita di nero irrompe nel monolocale. Fausto prende la pistola dalla valigetta come se fosse la cosa più naturale del mondo e spara due colpi, uno a segno e uno che si infila nel muro già tarlato dall’umidità e dagli strati di colore mal dato, la ragazza colpita si affloscia a terra a pochi metri dal letto. Fausto osserva la ragazza inebetito, come se non capisse bene di che cosa si tratti, come se non riuscisse a far combaciare l’uso della pistola e il corpo steso a terra, si alza, chiude la porta, che però rimane solo accostata perché la serratura è saltata, prende un po’ di polvere bianca, una siringa usata da un piccolo tavolo di plastica bianca rubato al dehors di un bar, si prepara una dose con tutto il suo armamentario da tossico esperto e se la inietta nel braccio sinistro.

La ragazza vestita di nero si muove impercettibilmente ma lui non se ne accorge.

Pochi secondi e comincia a sentirsi meglio, comincia a respirare con più regolarità, comincia a non avere più freddo e si corica lentamente, sorridendo, sul letto.

Dal letto vede che la ragazza si muove, allora si alza, seppure a malincuore, prende il suo zaino rosso, ci mette tutta la droga, la pistola, i soldi, due paia di pantaloni militari, due maglioni rossi, due T-shirt rosse con il logo della Rote Armee Fraktion, delle calze, delle mutande, un paio di anfibi, il passaporto, scavalca la ragazza che si muove e mugugna a terra e se ne va.

La ragazza estrae un piccolo telefono cellulare nero, compone un numero e a fatica, tra uno spasmo di dolore e l’altro, spiega a qualcuno cosa è successo e dove si trova. La ragazza sa di aver sbagliato a sottovalutare il tossico, sa che gli altri due la prenderanno male questa cosa: più che dolore per la ferita quello che prova è paura per la reazione di Nicola, che già si fida poco di lei, una donna.

Fausto cammina lentamente, ma si sente bene, si sente da dio: droga di ottima qualità, pensa soddisfatto. La Golf rossa si ferma sotto casa di Fausto, escono due tipi alti, robusti, uno italiano, l’altro albanese. Salgono le scale di corsa e trovano la porta del monolocale di Fausto semiaperta, frutto del primo sfondamento. La ragazza vestita di nero è ferita alla spalla destra e spiega a fatica quello che è accaduto, descrive il ragazzo, descrive il suo zaino rosso.

“Io vado a cercare lo stronzo,… tu portala via… Ci sentiamo dopo…” dice rapido l’italiano.

“Ci penso io… Non ti preoccupare…” dice l’albanese. L’italiano è già fuori, si fa tutte le scale di corsa e si precipita sulla strada che si è riempita di una folla multietnica e colorata: italiani in cerca di fresco o sesso a pagamento e extracomunitari in cerca di soldi e fresco e di sesso magari gratis. L’italiano, che si chiama Nicola, va prima a destra per pochi metri, poi a sinistra per pochi metri e con poca convinzione ma tanta rabbia, poi attraversa la via intasata di tram, auto e moto e si avvia verso la stazione dei treni.

Fausto osserva il tabellone delle partenze indeciso. Nicola entra in stazione, vede lo zaino che gli ha descritto la ragazza e un sorriso veloce e maligno gli taglia il viso dalla carnagione scura.

Fausto si appunta mentalmente l’orario di partenza di un treno per Genova, lì conosce Tommaso, che in qualche modo può piazzargli la roba, poi da lì con i soldi, e Fausto spera tanti, un aereo per il Messico. Fausto acquista un biglietto per Genova e pensa che lasciare Torino può essere un bene comunque: avrebbe dovuto andarsene da tempo, Torino non è più la sua città ma una specie di nuovo nemico.

Nicola segue Fausto nel bar della stazione. Fausto apre lo zaino rosso e dalla mazzetta estrae una banconota da cento euro. Nicola lo guarda e vorrebbe ucciderlo, subito: quelli sono i miei soldi, ma come si permette, pensa furente.

Fausto si siede a un tavolino, ordina un caffé freddo e un tramezzino, posa lo zaino sulla sedia di fianco alla sua. Guarda lo zaino e sorride soddisfatto, come se avesse appena portato a termine un buon lavoro o semplicemente avesse vinto alla lotteria: soldi facili, i migliori.

Nicola ha ordinato una birra e la sorseggia lentamente, senza perdere di vista Fausto.

Fausto esce dal bar. Nicola gli va dietro cauto. Fausto si ferma alla bancarella dei libri e comincia a studiarli con calma. Nicola lo spia dall’edicola. Fausto compra a metà prezzo un libro di Jean-Patrick Manchette ‘Posizione di tiro’, nelle mitiche edizioni Metrolibri-Granata Press e si avvia ai bagni della stazione. Nicola lo osserva e quando sparisce nei bagni si muove dalla sua postazione presso l’edicola. Fausto si chiude in una cabina dal penetrante odore di piscio e si prepara una nuova dose, piccola, per il viaggio: non si sa mai. Nicola entra, studia le cabine che sono tutte aperte e vuote, tranne l’ultima, estrae la pistola da dietro i pantaloni, un’automatica russa proveniente dall’Albania, ci innesta un silenziatore e la infila nuovamente dietro la schiena, sotto la T-shirt verde.

Fausto richiude lo zaino, tira l’acqua, apre la porta della cabina e si ritrova davanti Nicola sorridente. Fausto fa per sorridere ma poi vede la pistola e allora lancia lo zaino in faccia a Nicola che perde l’equilibrio e scivola sul pavimento umido e viscido. Fausto ha un brevissimo attimo di esitazione: scappo e mi salvo la vita, questa vita di merda, o lotto per una nuova vita possibile, una qualunque, ma diversa? Fausto impugna una scopa dal manico di ferro appoggiata al lavandino e colpisce con rabbia ripetutamente la mano di Nicola finché non molla la pistola.

Fausto si abbassa per prendere la pistola ma Nicola gli è addosso, incazzato e furente e umido di piscio e candeggina, e colpisce Fausto con un pugno micidiale al naso che per un attimo non vede più nulla, poi il suo naso comincia a vomitare sangue.

Nicola colpisce ancora, e questa volta prende l’orecchio destro, Fausto non sente più nulla, se non un dolore atroce, un rimbombo sordo all’interno del cervello, ma stringe la pistola col silenziatore e comincia a sparare nel ventre molle di Nicola, vuota tutto il caricatore, ma in maniera silenziosa e umida.

Fausto si alza, si lava la faccia e le mani ricoperti di sangue al lavandino, si tampona il naso con la carta igienica, osserva per un macro secondo il corpo di Nicola a terra in una enorme pozza di sangue che si allarga a vista d’occhio, raccoglie lo zaino rosso e se ne va.

Arriva al binario sette dove lo aspetta il suo treno per Genova. Sale sul convoglio che dopo dieci minuti, puntuale, parte. Fausto si siede di fianco al finestrino sporco e rigato e guarda la stazione di Torino che lentamente si allontana, osserva il Lingotto in avvicinamento che da fabbrica si è trasformato in una sorta di mecca del consumismo, che da centro di produzione è diventato luogo di consumo sfrenato.

L’autore:

Roberto Saporito è nato ad Alba (CN) nel 1962.

Ha studiato giornalismo.

Ha pubblicato romanzi e raccolte di racconti. Tra gli ultimi romanzi pubblicati ricordiamo “Il rumore della terra che gira” (Perdisa Pop, 2010, nella collana “Corsari” diretta da Luigi Bernardi) e a luglio 2013 il romanzo “Il caso editoriale dell’anno” (come “Anonimo”) con Edizioni Anordest.

Nel 2015 ha pubblicato un nuovo romanzo dal titolo “Come un film francese” con Del Vecchio Editore di Roma.

Suoi racconti sono stati pubblicati su antologie e innumerevoli Riviste Letterarie.

Collabora con la Rivista Letteraria di Milano [diretta da Gian Paolo Serino] “Satisfiction” [ http://www.satisfiction.me/ ] con una sua personale rubrica.

Nel 2013 il suo primo romanzo “Anche i lupi mannari fanno surf” [2002] diventa “oggetto di studio” di una delle dieci lezioni del corso di scrittura narrativa “Inchiostro rosso sangue”, per la precisione la settima intitolata “L’hard boiled in salsa italiana: il curioso caso di “Anche i lupi mannari fanno surf”, di Roberto Saporito.”, organizzato dalla Rivista Letteraria “Inchiostro” a Verona, insieme ai romanzi, oggetto di altre lezioni, di Giorgio ScerbanencoCarlo Lucarelli, Massimo Carlotto e Gianluca Morozzi.

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