Tutte le carte in regola di un poeta vero

piero_ciampiPiero Ciampi è stato il cantautore più immeritatamente emarginato del mondo musicale italiano. Di lui dicevano che era stonato, che scriveva canzoni malinconiche, sgradevoli, popolate di vinti e di infelicità. Gli davano del presuntuoso e dell’antipatico e ai perbenisti e gli ipocriti dava fastidio la sua ubriachezza.

Le invettive del livornese maledetto sono dardi che ancora oggi non fanno prigionieri.

Di Piero Ciampi si è detto troppo e troppo male. Ciampi prima di tutto è stato un poeta. Di sé egli diceva «Sono un poeta». Troppo amava la poesia fino al punto di rivendicarlo come diritto assoluto della sua identità. Lui pretese che la qualifica di poeta finisse anche sul passaporto.

Non ha avuto una vita facile e tranquilla, le sue canzoni irriverenti disturbavano, i suoi versi taglienti e la sua vicenda bizzarra e esistenziale erano considerate scomode e quindi da emarginare.

Piero Ciampi è stato un artista che in vita ha conosciuto una forma malvagia di oblio e di ostracismo.  Questo è capitato spesso a quei pochi grandi poeti che vale la pena ricordare. Ciampi prima di tutto questo era, un grande poeta  che non si è mai risparmiato davanti alla vita che lo ha consumato fino alla distruzione.

«Io sono un poeta, sempre anche quando sbaglio lo faccio da poeta. E posso fare e dire quello che mi pare perché sono un poeta».

La poesia è l’unica cosa che Piero possiede e quando scrive cerca di non offendere gli altri avendo qualcosa in più dell’uomo più povero di questa terra: la parola che diventa poesia.

Il poeta  Piero Ciampi viveva male la sua vita ma lo faceva con tanto amore.

Nei bistrot parigini scrive poesie e si ritrova a  consumare parole con Louis Ferdinand Céline diventando compagno del suo viaggio al termine della notte Ciampi, come Leo Ferré  o Brassens, canta e scrive delle assenze che lo assediano e dei vuoti incolmabili dell’esistenza, ma soprattutto canta la vita di tutti i giorni guardando per strada la felicità finta che la gente porta negli occhi.

Ciampi considerava le sue poesie – canzoni un’alternativa al delitto. Egli canta perché non vuole ammazzare. Ma canta soprattutto perché una sera ha visto Montand che ha fatto uno spettacolo con un bastone e un pianoforte.

Di questo poeta e di questo straordinario e scomodo cantore è rimasto poco e la sua grandezza irriverente è stata dolosamente dispersa.

La sua voce macerata, il timbro roco e fondo delle sue parole assassinate dall’alcol, la sua insolenza  euforica e capricciosa, sono qui nelle sue ballate disperate di malinconia che raccontano la sua esistenza eccentrica di uomo e poeta estremo che ha vissuto nella consapevolezza che non sarebbe mai sfuggito al destino passionale del suo autodistruggersi.

Piero Ciampi aveva tutte le carte in regola per essere un artista e soprattutto per essere un poeta autentico che durante la sua breve esistenza ha diviso la sua cena e la sua fame con pittori ciechi, musicisti sordi, giocatori sfortunati, scrittori monchi.

Carmelo Bene quando morì Piero Ciampi scrisse «Come al solito, scompare una delle persone eccezionali che abbiamo e ci si accorge di lui troppo tardi».

Con lui se ne è andato un poeta che aveva scavato come pochi  nella disperazione e nel disincanto della vita, intuendo che essa è una cosa che prende, porta e spedisce.

Un poeta bohemien e inattuale che ancora oggi ci lascia addosso un appassionato senso di malinconia e inquietudine tutto da ascoltare, da leggere e da capire una volta per tutte.

Nicola Vacca

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