“La forma minima della felicità” di Francesca Marzia Esposito. Ecco l’incipit

felicità

La forma minima della felicità è l’opera prima di Francesca Marzia Esposito. Letteratura come vita in queste pagine. La scrittrice milanese racconta con una cifra autentica il vero delle piccole cose con cui ogni giorno non riusciamo a fare i conti. Quello che resta è una solitudine scandita da un tempo immobile e noi abbiamo il dovere d attraversarla. ” La Vita, qui c’è la Vita contenuta in un microcosmo, talmente compressa che esplode nell’aria, dentro e fuori una stanza milanese. Un romanzo dell’anima”.Così Massimiliano Santarossa parla  de La forma minima della felicità, romanzo in cui ogni lettore troverà un frammento della propria fragilità.

n.v.

Aspettavo che tutto ricominciasse all’improvviso. Il verde lampeggiante della farmacia di fronte pulsava ritmico in tre croci concentriche, dalla più grande alla più piccola, come un muscolo cardiaco artifi ciale sempre uguale, sempre uguale. La catena infi nita di lampioni si spense mentre i quattro semafori all’incrocio erano ancora un gioco di luci intermittenti. Giallo e verde, gli altri colori erano una scia sbiadita nel cemento di Milano sotto un cielo che affi orava dall’oscurità. Un viale lunghissimo spaccava in due la città. Da una parte il centro, dall’altra periferia. Nel mezzo c’ero io. Nel mezzo di questa fi nestra, di questa casa, di questo palazzo. E lei correva in perfetto orario. Una sagoma grigia lungo una fi la di alberi deformi. La coda di capelli oscillava a metronomo, dalla bocca usciva un fi lo biancastro di condensa. Aveva le cuffi ette nelle orecchie. O forse ero io, immaginavo che stesse correndo con Björk nella testa. Forse le piaceva Björk. Correva bene, coordinata, senza fretta ma veloce. Correre per correre, per igiene, per controllo, per avere tutto sottocontrollo, per pensare, non pensare, non pensare, seminare qualcosa, correre per correre ha quel ritmo lì, nessuna fretta, solo velocità. Sparì in curva. La strada era silenziosa. Ogni tanto una macchina che non facevi a tempo a vedere, arrivava dal nulla e se ne andava via per sempre. La terza fi nestra a partire dal basso del palazzo 12 sull’altro lato era illuminata, il busto e le gambe di qualcuno tagliavano a passi veloci la luce subacquea della stanza. Prima andavo anch’io. La ragazza con la coda fece il giro. Si fermò al muretto, si prese un piede per fl ettere la gamba, e al portone non la vidi più. La via si riempì di traffi co, la croce andò a buio, i quattro semafori si alternarono in rosso e verde, la fi nestra si riassorbì, diventò giorno, tirai giù la tapparella.

AVVISO AI SIGNORI CONDOMINI Si prega i signori condomini di evitare di sciorinare sul balcone il bucato inzuppato d’acqua che gocciolando va a bagnare quello dei piani inferiori già in fase di asciugatura. Per cui, si sensibilizzano i signori condomini a controllare lo stato effettivo della biancheria stesa al piano sottostante per evitare incresciosi problemi.

Grazie                                                                                   L’amministratore Umberto Saggese

C’E’ TROPPA DEFINIZIONE NEL MONDO.

 D’IO

Tè al limone, fette biscottate, miele, marmellata, candeggina, scottex, carta igienica, sapone, dentifricio. Desidera? Due scatolette di certezze senza sospiri. Desidera? Un barattolo di possibilità miste. Desidera? Una confezione di sicurezze non dogmatiche. Desidera? Un sacchetto di decisioni già prese. Desidera? Delle alternative opzionabili in barretta. Dovrebbe esserci rimasto qualcosa nei surgelati— Al telefono il Super mi disse che avrebbero consegnato nel pomeriggio. Riagganciai, mi misi sul divano a guardare Canale 32, e pensai che il 51 era sfi tto da un po’. Mi serviva un cartello. Uno di quelli fosforescenti da mettere giù al cancello. L’ultimo inquilino del 51 era stato il ragazzo che poi partiva a costruire piattaforme petrolifere sul mare. Quando me lo disse io feci una ics con la faccia, lui mi fi ssò come a dire Guarda che è vero. Prima di lui c’erano stati quei due francesi, lui pilota di aerei, lei hostess, quattro mesi. E prima ancora gli studenti musulmani, due femmine e due maschi, non sposati, non fi danzati tra loro. Musulmani moderni, uomini senza baffi , donne con facce antiche senza velo e a caviglie scoperte. I nominativi me li aveva sempre passati Alfonso, il portinaio. Fino a due mesi fa, quando lo avevano beccato. Pare si intascasse metà dei soldi delle pulizie del palazzo. Non sarei durata a lungo senza inquilini. Mi sarei mangiata nel giro dei prossimi, diciamo tre mesi, tutti i miei esigui risparmi. Adesso che un lavoro non l’avevo più. Adesso che il mio lavoro mezza giornata in libreria non c’era più. Adesso che i giorni e le notti non esistevano più se non in un perenne giorno elettrico e notte artifi ciale. Comunque a stare a casa spendevo poco, bollette e spesa al minimo, stop. A non fare si spende poco. A non essere si spende pochissimo. O moltissimo. Mi serviva un cartello. Ma sarei dovuta uscire per comprarlo. Oppure avrei potuto farlo io con un cartoncino. Per il momento guardavo Canale 32. O era lui che guardava me. Facevamo a gara a chi non si muoveva prima. Il 32 era un canale senza tempo, monotematico, in primo piano il verde del velluto, la telecamera faceva una carrellata ininterrotta stringendo in dettaglio, andava avanti e indietro a mostrarmi una distesa continua di anelli e bracciali in oro e argento, mentre il sottopancia mandava a nastro il numero da chiamare. Quando mi stancavo di guardare, alzavo il volume e la voce di un tizio diceva Questo è oro 24. Pietre tagliate a vivo. Ma guardate il disegno dell’intreccio. Signore, anche questo è oro 24. Catene a maglia grossa, piatta, sottile, con ciondoli e pietre dure. Questo è oro rosso. Questo è oro bianco. Questo è corallo. Argento, non alpacca, ben inteso. Argento e Swarovski. Molto luminosi. E abbiamo le verette con zircone. Il tutto a un prezzo, solo per oggi, ripeto, solo per oggi— e poi diceva una cifra. Per un anello con diamanti, ottanta euro circa. Canale 32, l’unica rete che prendeva la 17 mia tv. È successo così. Un giorno lo schermo scompone l’immagine in tanti regoli supercontrastati bloccati, tutti i canali incastrati, tranne il 32, che si vede benissimo. E se mi stancavo di ascoltare, abbassavo di nuovo a zero e guardavo l’Africa, la macchia di muffa sul muro. L’Africa, nata perfetta come solo un’infiltrazione capillare di vecchia data può fare. Un’Africa grigio scuro su fondo chiaro. Una macchia secca. Una volta era fatta d’acqua. Una volta ero fatta d’acqua anch’io. A un certo punto si era seccata per sempre. Una crosta di istanti eterni sulla parete. Il citofono squillò. Il citofono era sul muro. Io ero sul divano. Lo guardai. Tra il muro e il divano c’erano due metri e mezzo. Tra il muro e il divano c’era la fi nestra e il mio corpo immobile. Dai buchi della tapparella abbassata fi ltrava poca luce. Schiacciai ok sulla tastiera del telefono, le 17.30. Addirittura. Il tempo girava per affari suoi, lo toccavo tangenzialmente a volte, la maggior parte delle altre era una ruota che scandiva minuti vacanti, coordinate numeriche galleggianti. Mi alzai, andai in cucina, tirai su l’avvolgibile, giusto per accertamenti che fosse davvero il fattorino del Super. Un uomo in miniatura con due buste giallo fl ash davanti al cancello. Citofonò una seconda volta. Mi impigliai con la manica nella maniglia della porta, nello sganciarmi sventolò il calendario. Dicembre 2007. Il duomo di Milano irradiato come un’apparizione extraterrestre nella metà pagina inferiore, sopra, la griglia mensile delle date. Una patina di cerume opacizzava la stampa. Lo lasciai lì, di sbieco, sollevai il citofono. Al terzo, dissi. Presi cinquanta euro dal cassetto delle posate. I soldi li tenevo arrotolati tra cucchiai e forchette. Il cassetto lo avevo lasciato sulla mensola. La mensola era appoggiata in equilibrio sul frigo. Era l’unica orizzontale, le altre tre rosse erano smontate, 18 verticali, tra il frigo e il lavello. Mentre il borsellino lo avevo nella borsa. La borsa non ricordo più dove l’avessi. Comunque non in cucina. Sentii l’ascensore che si fermava, centrai l’occhio nello spioncino, misi a fuoco una faccia che si ingigantiva e sfocava. Stava suonando. Si girava verso sinistra, azionava il clic clac afono del campanello. Quando iniziò a premere il tasto ritmicamente, aprii. Era sempre lui che mi portava la spesa, l’afroamericano addetto alle consegne e al magazzinaggio, Yatma, c’era scritto sulla targhetta appuntata sul giubbino blu. Mi consegnò le buste, prese i soldi, firmai su Consegnato usando la Bic che passò dal suo taschino alla mia mano, ghiacciata. Gli restituii la penna, mi disse qualcosa tipo che sottocasa non riusciva mai a trovare parcheggio. Non so che farci, mica guido, non dissi. Mi fece cenno con la testa, annuii, chiusi la porta. Il 15 era un anello con la doppia fascia in argento, due cerchietti saldati insieme, non costava nemmeno molto, trentadue euro. La mia attenzione scivolava su un continuum di gioielli che variavano per millesimi di particolari, le immagini scorrevano, bagliori luminescenti accecavano qua e là la visione, un’ipnosi caleidoscopica senza interruzione ma alla fi ne gli occhi si impallavano sempre su quell’anello. Trentadue euro, doppia fascia in argento. Trascorse un tempo imprecisato, fuori la pioggia era un dettato di puntini sulla mia tapparella. Smise. L’aria si seccò, si scurì, si freddò di più. Il mio cervello girava lento sui numeri del sottopancia, erano facili, a coppie, molti zero alla fi ne. Quando presi il cordless, mi squillò in mano. Gentile signorina che ci guarda sempre, volevamo ringraziarla per la fedeltà accordataci, le inviamo l’anello che le piace tanto. Invece era mia madre. Mi fece il solito test a risposte multiple, Sì, No, Abbastanza, Sì, No No. Non ho ancora trovato, dissi quando mi chiese del 51. Certo che sto cercando, ho messo anche un cartello giù al portone, dissi. Mentii, non sarebbe certo tornata a Milano per verifi care. Ti chiamo proprio per questo, disse, visto che ancora non hai nessuno, Yuri avrebbe bisogno di una casa. Le parole Yuri e casa si accoppiarono storte nel mio cervello. Cercai un appiglio visivo nel verde sintetico della tele. È che dovrebbero passare a vederla domani, dissi. Hai detto che non c’è ancora nessuno. Ma scusa, lui ce l’ha già una casa. Hanno litigato, stavolta è seria. Visto che la nostra è sfi tta, ti pagherebbe. Non voglio la sua elemosina, non dissi. Quando e per quanto, dissi. Appena possibile. Yuri ha bisogno e tutto il mondo si genuflette a risolvergli i problemi. Perché non mi ha chiamato lui. Datti una risposta. Attaccai. Mi accosciai davanti alla scatola, accanto al letto. Scartai quaderni, fogli sparsi, cartelline morbide, mi serviva di un formato più grande, gettai l’album fotografi co in fondo, tra la parete e lo scaffale. O meglio, dove prima c’era lo scaffale. Al suo posto adesso era comparsa una cassapanca su cui avevo impilato parte dei libri che una volta erano ordinati sulle mensole. Altri volumi invece torreggiavano a mucchi a terra in un angolo. L’incavo dietro la rotula iniziò a pulsare, lasciai perdere, mi alzai, andai in cucina. Sollevai dicembre 2007, controllai il retro, era bianco, lucidissimo. Con un colpo secco lo strappai lungo la parte dentellata, comparve la basilica di Sant’Ambrogio, diventò gennaio 2008, e il mese di dicembre si trasformò in un cartello. Affi ttasi trilocale arredato blabla telefonare— Bisogna attaccarle subito le cose, altrimenti poi si attacca mio fratello e non mi molla più. Uscire di casa voleva dire aprire la porta, prendere l’ascensore, rischiare di incontrare qualcuno, dover dire qualcosa a qualcuno, camminare fi no al cancello, aprirlo e non vedere i confi ni delle cose. Il corpo trovò tregua nel soffi ce dell’imbottitura, mentre la mente andò in loop sull’anellino ripreso in primo piano. La mano con le unghie blu faceva ruotare il gioiello in modo che la telecamera inquadrasse il solco circolare della fascia in oro. Scintillava nella rotazione. Allungai la gamba, con l’alluce schiacciai l’interruttore, rimase solo il bagliore sottomarino della tv. Ero sudata. Tolsi il cartello dalla pancia. Avevo fatto un sogno, uno sconosciuto stazionava davanti a casa mia. La porta sembrava chiusa, non lo era, era solo socchiusa, allora avevo fatto pianissimo, in modo che da fuori non si sentisse il mio avvicinamento, c’ero quasi, dovevo solo spingere, la serratura si sarebbe sigillata a scatto e il tizio non sarebbe entrato, solo che nell’attimo in cui appoggiavo il palmo sulla maniglia, la porta mi si spalancava addosso e l’individuo, che in realtà non esisteva se non come onda energetica, mi travolgeva. Nemmeno troppo diffi cile da interpretare. Bisogna attaccarle subito le cose, altrimenti poi si attacca mio fratello e non mi molla più. Dalla tapparella spifferava buio. Trovai il cellulare in bagno, sul lavabo. Le cinque e mezza, troppo presto per chiunque, anche per me. Non mi lavai nemmeno i denti, mi cacciai il berretto nero sugli occhi, giubbino, stivali, presi il cartello e— Uno, aria gelida sul ballatoio, doppia mandata. Sette, tasto di chiamata. Chi ci abita al 32? Mistero. Otto, una volta abitavo su, una volta abitavamo al 51. Vivo qui da sempre e non ho ancora memorizzato il nome della signora del 30. Chi sono i vicini? Le facce dei vicini a chi corrispon- dono, chi c’è dietro una faccia? Zero, le facce della gente mi stordiscono, una girandola di nasi occhi bocche, ognuno con il proprio disagio tatuato in millimetrica variazione. Zero, i disagi che la gente porta scritti in faccia fanno paura. Zero, facce per le scale, sottocasa, in ascensore, facce che salutano, che guardano, che controllano, non parlo con le facce, non saluto le facce, non vedo le facce. Zero, facce sospese in un limbo geografi co ristretto nei confini edilizi del mio palazzo. Zero, dove vivono? Zero, a quale porta corrispondono? che vita fanno? per chi esistono? Facce del palazzo, il palazzo è pieno di facce, vuoto di facce, facce fantasma, alle volte le cose sono zeppe e deserte allo stesso tempo. Un rumore di funi e metallo sottosforzo, il vuoto nella tromba delle scale dà le vertigini. Il pieno era al quinto. Il vuoto al terzo. Il pieno era io mamma e Yuri. Il vuoto, Yuri mamma, e io. Dieci, entrai, premetti terra. Il neon dello specchio mi sparò negli occhi, venuzze blu affioravano tra tempia e zigomo, pelle sottile e trasparente come la pancia delle rane, occhiaie viola a bucarmi le orbite. Occhi grandi, bocca esangue. Mi diedi un semimorso al labbro inferiore, e se non sono fatti come me gli ufo, allora come diavolo sono. Si spense il secondo, si illuminò il primo. Fronte e specchio si toccarono freddo contro freddo. Microscopici brufoli punteggiavano il setto nasale, tutto è maledettamente irregolare da così vicino. Una ruga svasava obliqua verso la bocca. Tesi la guancia in punta di lingua, altri brufoli in superfi cie. Ne strizzai uno. Siamo fatti di carne ossa e pus. Quindici, portone e umido congelante, sono sulla luna, le gambe non pesano, devo solo camminare e contare, contare e camminare, camminare e 22 arrivare. Venti, le gambe non ci stavano, volevano fermarsi, tornare a casa, anche la pancia se ne voleva andare. Ventidue, ritirati, sei in pericolo, non ce la fai. Hai ragione, non ce la faccio. Invece adesso ti sforzi e vai. Ma io non ce la faccio. Allora poi stai zitta e ti tieni Yuri in casa. Ventisette, ventotto, ventinove, trenta, trentuno, trentacinque, trentasei, trentasette, cinquantatre, disequilibrio. Una volta ero stabile, andavo come tutti, non è mica sempre stato così diffi cile camminare e respirare contemporaneamente. Quarantadue, riuscivo a fare un sacco di cose, contemporaneamente, una volta. Quarantaquattro, non ero nemmeno io, una volta. A vent’anni non conta, non c’ero nemmeno, io sono diventata dopo. Quarantasette. A ventidue bene, a venticinque benissimo, a ventisei benino, a ventisette? ventotto? nel 2005 quanti anni avevo? Quarantanove. Muro interminabile del porticato di cemento, buio pesto, luci fulminate nel sottopassaggio, il neon al cancello è la tua meta. Voglio tornare a casa. Muoviti. No. Muoviti. Mi fermo. Cammina. Conta e tocca, tocca e scappa. Andavo veloce, avevo il fiatone, io non so correre. Prima impari a correre, poi a camminare. I denti facevano tic tac, denti da dattilografa, mi bendai la bocca con la sciarpa, presi il telefono, pigiai un tasto, il calore illusorio della luce del display per compagnia. Illusorio, è tutto finto, siamo tutti immersi in un mare di plastica. Cinquantatre, aprii il portoncino. Il viale era una striscia nera costellata di lampioni in prospettiva. Cinquantaquattro, cinquantasei, il rotolino di scotch nella tasca, la testa già visualizzava il percorso al contrario, di nuovo la porta, in salvo, al chiuso, libera, in casa. Cinquantasei. Nessuno in giro. Addentai la striscia appiccicosa, attaccai il lato del Duomo sulla grata di ferro. Cinquantatre, cinquantadue, cinquantuno, cinquanta, mi bloccai. E se lo scotch non avesse tenuto? Cinquantuno, cinquantadue, cinquantatre, cinquantasei, lo sapevo. Un lato si era già staccato, non si leggeva la scritta Affittasi. Lo fissai meglio. Dal fondo della strada un motore di grossa cilindrata carburava da questa parte, come di furgone, di spazzole rotanti. Ma a te che ti frega, tu conta e passa, passa e scappa. Zero, casa.

(Francesca Marzia Esposito, La Forma minima della felicità, Baldini& Castoldi, pagine 261, 16 euro)

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