“Città di polvere” di Romano De Marco. Ecco l’incipit

copertina de marco

Romano De Marco è un maestro del noir italiano. In un Paese di giallisti troppo sbiaditi, Romano con i suoi libri si conferma un vero maestro del genere. “Città di polvere” è il secondo capitolo della serie “Nero a Milano”. Un thriller sociale e un noir metropolitano, ma soprattutto un libro che consegna alla letteratura vera uno spaccato del disastro Italia.

N.V.

Prologo

Sfuggire all’inferno ed essere costretti a tornarci, non è come la prima volta. È peggio. Perché sai cosa ti aspetta. Questo inferno si chiama carcere di Canton Mombello, a Brescia. Dietro la facciata ristrutturata e più che decorosa di quel palazzone di fine Ottocento, dietro a quegli uffici moderni e confortevoli, si nasconde una delle galere più disumane d’Europa.Quattrocentocinquanta detenuti che occupano i duecento posti disponibili, nelle celle suddivise in due raggi, il nord e il sud.Raggi. C’è una perfida ironia nel chiamare così quei corridoi oscuri, dove il sole non batte mai. Le celle sono di due tipi: quelle da otto metri quadrati occupate da sei o sette dannati e quelle un po’ più grandi dove spesso si vive stipati anche in dodici. Sono buie, umide. Puzzolenti, senza ricambio d’aria. I cessi alla turca, senza divisori, sono piazzati a pochi centimetri dai letti a tre piani, dove si dorme o si sta distesi per ventidue ore al giorno. Perché lo spazio non è sufficiente per stare in piedi.Alla estremità dei due raggi ci sono le docce. Squallidi ricettacoli di sporcizia, muffa e acqua fredda (poca…) dove stupri e violenze sono all’ordine del giorno.C’è una legge sulla salute dei lavoratori, in Italia, che prevede uno spazio minimo di due metri quadri e dieci metri cubi a persona, quattro ricambi d’aria a ora, servizi igienici separati dagli altri locali, luce e areazione naturali. Sono norme che vengono da lontano, addirittura dagli anni Cinquanta.Ma, per i carcerati di Canton Mombello, l’orologio dei diritti umani si è fermato molto prima. Per loro non ci sono regole, perché non vengono considerati persone. Sono scarti senza dignità, scorie della società civile che se ne frega di loro e preferisce fingere che non esistano.In questo inferno sulla terra, fra tossicodipendenti, sieropositivi, alcolisti e malati di epatite, si sopravvive grazie agli psicofarmaci che in gergo vengono chiamati “le gocce”. Ne girano in gran quantità e sono l’unica speranza di passare qualche ora della giornata in un oblio nebuloso che regali una illusione di privacy, di dignità.Prima del ritorno all’orrore.Mi chiamo Marco Tanzi. Sono un ex poliziotto, ex padre di famiglia, ex detenuto. Ho passato quasi otto anni in posti come questo. Quando ne sono uscito, ho scelto di vivere ai margini del mondo, di dormire per strada, di confondermi con gli angoli bui di Milano. Fino che qualcuno non ha rapito mia figlia.Per ritrovarla sono riuscito a risalire la china, a liberarmi dai miei demoni, a reintegrarmi nel cosiddetto mondo civile. E ora, eccomi qui, di nuovo. Stavolta, però, ho una missione. Disperata, come al solito, e dalla quale dipendono parecchie vite. Sempre ammesso che riesca prima a salvare la mia.

(Romano De Marco, Città di polvere, Feltrinelli, pagine 348, 15 euro)

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