“Homo homini virus” di Ilaria Palomba. Ecco l’incipit

copertina palomba

 Homo homini virus” è un affresco tagliente della nostra decadenza di essere umani. Ilaria Palomba è una scrittrice che chiama le cose con il loro nome e certo non usa parole accomodanti per narrare tutta la drammatica viralità dell’uomo abisso dell’altro uomo.

“Dedico Homo homini virus ai santi, ai dannati, agli artisti incompresi, ai folli e a tutti coloro che sono, oggi più che mai delusi dall’umano”. Sono sufficienti queste parole di Ilaria poste all’inizio del libro per rendersi conto della caduta in cui si precipiterà avventurandosi nella lettura. Homo homini virus è libro inattuale e coraggioso. Un romanzo destinato a fare male, un antidoto contro l’imbecillità di ogni conformismo.

N.V.

Traccia 1 Tu odi (Rammstein – Du hast)

In principio credevo nel corpo. In principio credevo nella salute. In principio credevo bastasse amare. Ora provo solo odio. La parola “corpo”, svuotata di senso, perde la propria dignità d’essere. Tutto procede nel caos. E non credere stia parlando del niente. Il vuoto che mi pervade non ha nulla a che fare con l’assenza di materia. Al contrario, si tratta di un eccesso. Un surplus di esistenza che non sono in grado di contenere. Da ciò ne consegue, con una stringata logica del non-senso, l’odio viscerale che nutro nei confronti dei ben riusciti. Non ci sono Übermensch in questa storia, Bowie. Non vertiginose altezze. Non ideali. Tutto mi sovrasta. E da questa totalità sono escluso in de1nitiva. La protervia della comunicazione si è insinuata in me avviluppandomi. La comunicazione porta alla ribalta soltanto una parte di questa eccedenza. E in linea di massima la parte più inutile. Ciò che consola non ferisce, non crea dubbi. L’eccedenza accolta è soltanto quella che non getta nel dubbio. Sono stato battuto da quell’eccedenza, quel residuo di realtà che non posso più esperire. È l’odio a tenermi in vita. Il giornalismo come l’arte, la moda come il degrado, l’estetica del nulla come l’etica dell’assoluto. Di tutto io vedo l’opposto. Non vi è più nulla al mondo in cui valga la pena credere. Certo, vi è stato un tempo in cui ho creduto. Vi è stato un tempo in cui ho amato. Vi è stato un tempo in cui ho lottato. Ma contro cosa, Bowie? Mi sono illuso. Ho creduto di vincere il fato e in1ne lui ha vinto me. Ora mi domandi giusti1cazioni teoriche per l’odio che mi nutre. Non ve ne sono. Ho provato a elaborare teorie, a estrapolare signi1cati reconditi, a mitigare il senso d’impotenza con bieco altruismo da gregge. Ho provato a 1gurarmi la morale e la democrazia come strumenti per combattere i demoni. Nulla di più ingannevole, Bowie. I demoni non si combattono e non si addomesticano. Si può solo sperare di incarnarli mentre a poco a poco sbranano e devastano. Sono arrivato a Roma per cercare un lavoro, una posizione sociale, un ruolo. Ho trovato una donna. Io l’adoro. Io la venero. Io la amo. Ma lei è morta.

Traccia 2 Sgradevole (Radiohead – Creep)

La tua sagoma si fa largo nell’oscurità di questa stanza. Come stai, Angelo? Sbuffo. Hai voglia di parlare? No. Sai perché sei qui? No. Pensi che io possa aiutarti? Storco il naso e mi sento perforare lo stomaco da un riso disperato che viene fuori come un rantolo. Echeggia nelle pareti. Qual è l’ultima cosa che ricordi di lei? Mi sento strozzare, quel riso mostruoso si è tramutato in un nodo alla gola che m’impedisce di deglutire, è una spada, tra1gge. Non ricordo, dico distogliendo lo sguardo. Perché non cominci dal principio, eh? Lascia perdere adesso la ragazza e l’odio e tutte queste cose. Raccontami la prima cosa che ti viene in mente, così a caso. I corsi di Renato Paolini, dico scatarrando a terra. Ti tocchi il mento, fai gli occhi piccoli, poggi le mani sulla scrivania. Sono ruvide, attraversate da vene che sembrano serpenti. Sei l’unica cosa che abbia un odore gradevole qui dentro. Mi fai cenno con la mano di continuare. Chiudi gli occhi. Lasciati andare, dici. Torno indietro e mi ritrovo lì dove tutto ha avuto inizio. Odore di suffumigi. Pareti dagli affreschi neoclassici. Sedie nere. Hipsters dalle lunghe barbe. Ticchettio su touch screen. Le lezioni di giornalismo sono uno strazio ma non ho il coraggio di dissentire. Sai, Bowie, ho questo fottuto desiderio di emergere. Il corso mi tiene attaccato alla vana speranza che un futuro esista. Peccato mi sfugga il concetto fondamentale. «Non gliene importa niente a nessuno delle vostre idee, delle vostre 11 opinioni, quello che la gente vuole è la carne, quello che la gente vuole è il sangue, il sesso e le risse, quello che la gente vuole è lo scandalo. Voi dovete trovare lo scandalo anche in una mostra di Giotto, voi sarete dei procacciatori di scandali, voi dovete trovare l’inaudito, rendere inaudita anche una passeggiata tra due innamorati, una giornata in autobus, una compagnia di balletto. Qualsiasi cosa vediate dovrete cercare quel dettaglio inaudito che nessun altro prima di voi aveva mai notato». Immagina un Ricky Martin cinquantenne: Renato Paolini, alto, brizzolato, con pizzetto, camicia indaco, jeans Levi’s e scarpe di vernice nera. Guarda negli occhi ciascuno dei presenti. Ti fa sentire che sta parlando proprio a te, sì, che proprio tu puoi farcela. Sono seduto accanto a Luisa Del Giudice. Immagina una Britney Spears prima della pazzia. La migliore del corso, nonché donna con cui esco da un paio di mesi. A lei piace de1nirsi mia !danzata. Prende appunti senza perdere una sola riga. Segue le lezioni di giornalismo da più di un anno e qualche volta riesce a scrivere sul Quotidiano e a farsi addirittura pagare. Siamo nel cuore della comunicazione mediatica. Presto saremo addestrati a divenire automi. A sbranarci l’un l’altro. A immolare l’intuito sull’altare del mercato. A scarni1care la parola sino a svuotarla di senso. A ribaltare gli equilibri tra volere e valore. A considerare valore un’unica forma di vita: l’audience. «Adesso» riprende Renato «chiederò a ognuno di voi un’idea di articolo innovativo, in un ambito che v’interessi, riguardo eventi che si svolgono qui a Roma in settimana. Dato che siete all’inizio, penso che non sia il caso di cominciare dalla cronaca». Luisa mi batte il 1anco con la mano destra. «Io gli propongo la s1lata di Armani, se mi dice bene mi ci manda come inviata speciale per la rivista». La sua sicurezza m’inquieta. Io, al contrario, mi sento angustiato manco dovessi dare un esame, come da piccolo di fronte a un’interrogazione. L’autorità è inversamente proporzionale alla 1ducia. Il suo modo di camminare, di guardare, di posare il freddo dei palmi sulle spalle e sulle guance di ciascuno dei presenti, non è una manifestazione di fratellanza. È una misti1cazione dell’altruismo. Un gioco di prestigio. Un catalizzatore della sfera emozionale.

(Ilaria Palomba, Homo homini virus, Meridiano zero, pagine 305, 18 euro)

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