“L’amore cattivo” di Francesca Mazzucato. Ecco l’incipit

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L’ amore cattivo è il nuovo romanzo di Francesca Mazzucato. Un viaggio nelle conseguenze pericolose dell’amore e delle necessità di un sentimento universale di cui nessuno può fare a meno. Francesca Mazzucato scrive pagine significanti e dolorose sull’amore tra gli esseri umani. Quell’amore che ha delle ragioni che la ragione non conosce, ma anche quell’amore che perde il senno  e diventa crudeltà. Di quest’ultimo è pieno il dramma dei nostri giorni. La Mazzucato attraverso la storia di Nora, orfana dell’amore necessario, ce lo racconta. È davvero difficile non lasciarsi coinvolgere dalla sua scrittura corporale e fisica che non trascura  la poesia immanente di un presente  di cui siamo tutti parte.

n.v

E accade all’ improvviso, tutto insieme, la serranda del garage che si alza, il fremito, il sussulto, non c’è tempo per pensare troppo. Non c’è tempo per niente, l’erosione dei minuti è scandita dai passi composti e ritmici, dalla sua pelle che, nell’attesa, diventa rossad’apprensione, imperlata di un sudore gelato. Deve sistemare i cuscini sul divano, ordine perfetto, colori in gradazione,la bottiglia per l’aperitivo, il ghiaccio già pronto, i libri d’architettura uno sopra l’altro, l’ultimo aperto, le luci abbassate, la musica, il volto mansueto, le mani ferme, non una traccia di polvere, nessuna sbavatura, andrà bene, ripete, andrà tutto benissimo.

L’amore feroce, quello delle bestie selvagge.

Che scortica, taglia, incide.

Quello storto, che diventa crimine.

L’aveva conosciuto troppo presto.

Le era rimasto addosso come un’ustione.

Nora appoggiò il naso al vetro della finestra come faceva da bambina e nell’alone disegnò una stella, un sole e una farfalla sghemba. Uno slalom fiabesco. Come l’interno di un carillon antico. Quelli con musica e movimento. Meccanismi perfetti, così diversi dalla vita. Che si inceppa in un istante. Che si sfasa, si scombina. I carillon funzionano sempre. Li rompe solo l’incuria. Aggiunse un cuore. Due, tre, quattro cuori, una collana, un percorso.Si cerca nei segni un feticcio, una rivelazione. A volte si cerca l’oblio. Una fuga perpetua, un nascondiglio. La neve si era affacciata durante la notte stendendo un sottilissimo velo bianco sui tetti. Si era alzata a guardarla due volte, svegliandosi di soprassalto. La neve rendeva il buio meno feroce. Dalle sue finestre arrivava calore e conforto. Scivolare. Avvolgere. Abbracciare. La vedeva scendere sulla città addormentata e pareva che creature leggerissime danzassero nell’aria, illuminate dai lampioni e dai fanali delle macchine. Aveva pensato di mettersi a cucinare. Preparare una torta a pupazzo di neve o magari una meringata. Portarla al lavoro al mattino. Dividere la meringata in fette abbondanti. Sorprenderei colleghi. Raccogliere sorrisi. Le piaceva cucinare di notte. Scombinare la cucina, domare l’insonnia creando. Un suggerimento della zia Eloisa, tanti anni prima. Talmente tanti da non metterli a fuoco. Ma il consiglio era giusto. Muovi le mani se sei agitata. Crea, se non dormi, non perdere tempo. Le aveva dato retta, all’epoca, e anche dopo. Un muto cenno d’assenso, alla zia sulla porta che le mostrava una torta: – Questa l’ho fatta stanotte. Era alta e glassata, perfetta. Aveva pensato di fare lo stesso. Dormire era difficile con il tempo cambiato per via della neve, l’atmosfera gelida intorno. Bianco il cielo e il paesaggio. Cucinare serviva, una grande metafora. Lasciarsi andare agli impasti. Raccogliere grumi e rimasugli. Ma le mancavano ingredienti importanti. Così era tornata a dormire. A provare. Girandosi da ogni lato, bevendo ogni tanto un sorso d’acqua. C’erano notti che non miglioravano. Arrivavano tutti i ricordi, con la neve e l’infanzia, con la gola secca e gli occhi umidi, con quella sinfonia struggente che sentiva avvolgerla quando la sua mente tornava alla ragazzina che era stata. Magra, fragile, maltrattata. In bilico. Intrappolata in una storia non sua. Maltrattata nel corpo, in quell’estraneo invadente. La neve di Milano aveva una consistenza tutta speciale, lei ne ricordava una diversa. Da piccola l’aspettava con ansia insieme ai suoi compagni di scuola, ci giocavano fino a congelarsi le mani. Dietro di loro lasciavano interi mondi di pupazzi bianchi e fortini plasmati da chi aveva i guanti più resistenti. La neve disponeva alla creazione. Adesso era al lavoro ma si distraeva con niente in quei giorni di freddo e ricordi. C’erano finestre troppo grandi, ed era ancora tutto bianco. Fu inevitabile pensare ai genitori lontani e al paese soffocante dove era cresciuta che le riapparve davanti all’improvviso: rivide ogni angolo in sequenza, come un film troppo lento. Quei film angoscianti con immagini dai colori forti, lampi grigi e labirinti. Le case color ocra, la strada principale, gli anziani sulla panchina, la drogheria delle meraviglie, le corse, i turbamenti, la fatica dei doposcuola, la chiesa, lo spaccio, la loro villetta. La casa di Eloisa, le margherite raccolte con Claudia, le prediche del parroco vecchio, le paste della domenica. Morse l’unghia del pollice destro con lo stomaco ribaltato e la nausea mischiata alla paura.

(Francesca Mazzucato, L’amore cattivo, Giraldi editore,pagine 210, euro 12,50)

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