“Azrael”è il nuovo romanzo di Pierluigi Porazzi. Ecco l’incipit

porazzi

LA FINE

Il sangue gli scorre caldo tra le dita. La mano sinistra premuta sul fianco, come a trattenere la vita dentro di sé, Alex Nero stringe l’impugnatura della Glock 17 con la destra. Sul pavimento, sotto di lui, una pozza del suo stesso sangue continua ad allargarsi.

Solleva la pistola e la punta verso l’ingresso. Il braccio trema, deve appoggiare il gomito sul pavimento per prendere la mira. Adesso è solo questione di tempo, poi potrà raggiungere sua moglie e sua figlia, dovunque si trovino. Tra poco il Teschio tornerà per finirlo.

Soltanto una sensazione di stanchezza, come se non avesse dormito da giorni. Le palpebre pesano, chiuderle sarebbe un sollievo. Ma sa che deve aspettare. Almeno finché non lo vedrà ricomparire sulla soglia. Deve sparare all’uomo che si nasconde dietro la maschera da teschio, per porre fine alla sua follia.

Distoglie lo sguardo dall’ingresso solo per un istante, cercando il cellulare. Gli è caduto quando l’assassino lo ha ferito. Lo vede accanto alla sua gamba destra. Allunga il piede e lo avvicina finché riesce ad afferrarlo. Preme il tasto di chiamata ma lo schermo resta buio. Impreca tra i denti e lo riappoggia a terra.

Riporta gli occhi sul mirino. Fissa la soglia, la vista appannata. Inizia a sentire freddo. Il braccio gli trema sempre di più. Non sa quanto potrà resistere.

1.

I passi dell’uomo fanno scricchiolare la ghiaia, nel silenzio della notte, il cono di luce di una torcia a illuminare il terreno. Si accovaccia vicino a una lapide e vi passa sopra una mano guantata, come a pulirla.

Sulla lapide una scritta incisa nel marmo: REBEC. Nient’altro. Non c’è alcuna data, né la fotografia. Solo il cognome, per evitare vandalismi. Il marmo da poco prezzo è ingrigito dalle intemperie e dalla trascuratezza. Nel vaso al centro, un mazzo di fiori ormai appassiti. Niente fiori per suo padre. Per l’uomo che un tempo era conosciuto come Lucignolo, un pedofilo assassinato alcuni anni prima. Un omicidio senza colpevoli, del quale fu sospettato l’ex poliziotto Alex Nero.

Si alza e cammina verso l’ala opposta del cimitero, dove stanno dissotterrando le salme più vecchie, per fare spazio ai nuovi arrivati. Si dirige deciso verso il miniescavatore e carica vicino al posto di guida un badile e una scala a pioli. Poi lo accende, manovrando il braccio mobile. Dà un’occhiata intorno. Il cimitero è isolato, nessuno dovrebbe sentire il rumore. Si sposta di nuovo verso la tomba di Lucignolo. La benna affonda nel terreno, sollevando la lapide. Appena raggiunge una profondità sufficiente, spegne il miniescavatore. Scende nella buca portando con sé la scala e il badile, poi continua a scavare.

Quando ha raggiunto la bara, la lama incontra il legno ormai marcio. Il sudore gli cola dalla fronte. Si pulisce con un fazzoletto che infila in tasca: non deve lasciare tracce.

Fa leva con la pala per aprire la cassa. Il coperchio cede subito alla pressione. Getta la pala a terra e prende la torcia, puntandola verso l’interno della bara.

C’è ormai poco del corpo di colui che un tempo era suo padre. Appoggia la torcia e strappa l’imbottitura della bara, con cui avvolge i resti del cadavere. Uscito dalla buca, infila il fagotto in un sacco nero delle immondizie. Poi prende da una tasca del soprabito una bottiglietta di benzina e ne versa il contenuto su ciò che resta della bara. Accende un fiammifero e lo getta all’interno della fossa. Le fiamme si alzano illuminando il suo volto. Il calore del fuoco gli arriva sulla pelle. Il fuoco che purifica, che distrugge ciò che è stato, la sua eredità, il suo passato. Appena le fiamme si sono placate, ricopre la buca, rimettendo a posto il terreno. La lapide è leggermente storta, ma nessuno ci farà caso.

Quando ha finito, scavalca il cancello del cimitero con il sacco nero legato intorno a una spalla.

2.

Il vapore denso sembra nebbia. Flora è in piedi di fronte allo specchio completamente appannato. Inizia a pulirlo con un asciugamano e si prepara alla consueta visione del suo volto: i capelli biondi corti, la ricrescita scura alle radici, il piercing al labbro inferiore, le lentiggini sul naso, gli zigomi alti, gli occhi grandi e verdi.

Appena ha rimosso la condensa dallo specchio, sussulta. Il suo viso, nel riflesso, è pallido, troppo pallido. E quella specie di collana rossa…

Lei non ha mai portato una collana così. Si tocca il collo; sente un liquido caldo bagnarle le dita. E allora si accorge che la sua gola è tagliata e il sangue sta uscendo a fiotti dalla ferita. Vorrebbe gridare, ma dalla bocca le esce solo un suono sgradevole, come un gorgoglio. Deve uscire dal bagno, chiamare aiuto. Ma le sue gambe non si muovono. Qualcosa la trattiene davanti al lavandino.

Flora raddrizza di scatto il busto, ansimante, passandosi le mani sul collo. È stato soltanto un incubo. Con un sospiro si lascia ricadere sul letto. Fissa il soffitto, grigio. Grigio? Le pareti della sua stanza da letto sono bianche, sua madre le ha appena fatte riverniciare.

Si solleva di nuovo e si guarda intorno. I muri di cemento grezzo, i suoi vestiti abbandonati sul pavimento, una sedia accanto a una parete, una telecamera al centro della stanza, un tavolo e altre sedie dalla parte opposta. E una porta chiusa. Aggrotta la fronte, ripensando alla sera prima.

Una sfilata di moda al Castello. Lei era lì da sola; l’amica che avrebbe dovuto accompagnarla le aveva dato buca. Al termine della sfilata si aggirava annoiata tra la gente. Poi lo aveva visto. L’uomo che aveva conosciuto in palestra. Alto e robusto, il fisico imponente, come piace a lei. Avevano parlato, mentre il buffet veniva preso d’assalto. Il tempo era passato senza che se ne accorgesse. Aveva guardato l’orologio quasi incredula. «Adesso devo andare.»

«Ti accompagno» aveva detto lui.

Stavano camminando sotto i portici della Loggia del Lionello quando l’uomo aveva emesso un verso strano, piegandosi sulle ginocchia. Si era avvicinato al muro, dandole la schiena, continuando a lamentarsi.

«Ti senti male?» gli aveva chiesto Flora, sfiorandogli la spalla con le dita.

Lui aveva agitato la mano, come a chiederle aiuto. Flora si era avvicinata ancora, cercando di controllare la nausea. Non aveva mai sopportato la vista di qualcuno che vomita, si sentiva male anche lei. Per fortuna sembrava che non avesse ancora rimesso. È accaduto tutto talmente in fretta che lei non si è resa conto di nulla. Il braccio dell’uomo che le ha circondato le spalle, qualcosa – un ago, forse – che le ha punto il collo; una sensazione strana, di stanchezza, che l’ha assalita improvvisa. La testa che girava, le palpebre che non riusciva più a tenere aperte. Subito dopo il buio. Non si ricorda nulla. Non si ricorda che l’ha sorretta, mentre perdeva conoscenza, conducendola fino alla sua auto come se fosse ubriaca.

E adesso non sa nemmeno dove sia, e perché sia nuda.

Il respiro affannato, scosta le lenzuola. Sta per scendere dal letto quando perde l’equilibrio e cade a faccia in giù. Fa appena in tempo ad appoggiare le mani sul pavimento, evitando di battere la testa. Qualcosa le ha trattenuto la gamba destra, all’altezza della caviglia. Forse è impigliata nelle lenzuola. La tira verso di sé con un movimento nervoso, ma non riesce a muoverla. Si gira, per cercare di liberarla. E vede la corda che le stringe la caviglia. Una fitta di paura le attraversa le viscere. Frenetica, cerca di sciogliere il nodo.

Il tocco di una mano sulla spalla la fa sobbalzare.

«Non penserai di andartene così presto?» L’uomo è in piedi dietro di lei.

Flora scuote appena il capo. «No, però adesso slegami» gli dice.

«Certo.»

La lama di un coltello le passa davanti al viso, si abbassa verso la sua gamba e iniziare a tagliare la corda. È sufficiente la vista della lama a paralizzarla, gli occhi sbarrati da cui stanno scendendo delle lacrime.

«Ecco. Adesso non sei più legata.»

Flora si alza lentamente, dandogli sempre la schiena, e cammina verso i suoi vestiti. Li raccoglie dal pavimento e li stringe tra le braccia. «Posso andare in bagno?» chiede, girandosi verso di lui.

Lo osserva per la prima volta da quando si è alzata dal letto. Non riconosce quasi più l’uomo che si trova di fronte. La luce che scorge ora nei suoi occhi è fredda e nera, diversa da quella calda e blu della sera prima.

Lui le si avvicina senza rispondere. La afferra per un braccio e la getta sul letto. I vestiti le cadono dalle mani, volando nella stanza. L’uomo salta su di lei, premendole il corpo contro il suo, e le punta il coltello alla gola. «Non ho ancora finito, con te» sibila. Poi affonda la lama nella carne.

Aveva ragione lui. Ci si sente Dio. Le lacrime che gli scorrono sulle guance non sono di dolore. Sono lacrime di gioia. Di esaltazione.

Adesso arriva la parte più difficile. Deve aprirle il ventre e toglierle gli organi interni. Devono trovarla così, come le lasciava lui. Appoggia il coltello sulla pancia della ragazza. Serra le palpebre e preme con tutte le sue forze.

Quando ha finito, l’uomo, in piedi, vede soltanto rosso. Il rosso del sangue che ha intriso lenzuola e materasso, che è schizzato sulle pareti, sui suoi vestiti. Apre le dita e il coltello cade, lasciando sul pavimento alcune gocce scarlatte.

Accanto al letto, un contenitore di plastica con le viscere della ragazza. Un ultimo sforzo. Dovrà metterle in un sacco delle immondizie e farle sparire. Le seppellirà in un bosco, fuori città. Il cadavere, invece, farà in modo che venga trovato. Ha già deciso dove portarlo.

Ancora sporco di sangue si siede alla scrivania. Di fronte a lui, il monitor è scuro. Preme un tasto; sullo schermo compare la pagina di un programma di posta elettronica. Clicca su “nuovo messaggio” e inizia a scrivere.

“L’ho fatto. Aspetto altre istruzioni”.

Si ferma un istante, per concentrarsi, poi continua a digitare sulla tastiera. Quando ha finito, nella casella del destinatario scrive l’indirizzo: falco2@gmail.com. L’indirizzo di Cristiano Barone, il serial killer che aveva seminato il terrore in regione alcuni anni prima, e che ora si trova in un carcere a cinquecento chilometri di distanza. Il suo mentore, il suo idolo. Il Teschio.

Ripensa alla prima volta che l’ha incontrato.

«So tutto di Maria» gli aveva detto Barone, tenendo con le mani un asciugamano attorno al collo, nella sala della palestra Audax, di viale Palmanova.

Lui non sapeva ancora chi fosse. Lo aveva osservato dal basso, sdraiato sulla panca, e aveva visto un uomo sulla quarantina, capelli chiari, lunghi, e barba di un paio di giorni. Aveva appoggiato il bilanciere ai sostegni. «Scusa?»

Barone gli aveva sorriso. «La prostituta strangolata nel suo letto. Vuoi che ne parliamo qui o preferisci un posto più tranquillo?»

Si era alzato dalla panca e si era guardato attorno.

«Tranquillo, non mi ha sentito nessuno» lo aveva rassicurato Barone.

«Ok, andiamo al bar.» Mentre camminavano stava pensando a chi potesse essere quell’uomo. Si ricordava che qualcuno gli aveva detto che era un poliziotto. Una stretta alle viscere. Un attimo e la sua vita sarebbe stata rovinata. Era stato solo un incidente. Avrebbe detto così. E in fondo era vero. Era stata lei a provocarlo, a chiedergli ancora più soldi, a dire che non poteva aspettare tutta la sera. Lui le aveva stretto le mani alla gola per darle una lezione, per spaventarla. Ma poi si era eccitato, e aveva continuato a stringere. Quando le aveva lasciato il collo era troppo tardi.

Davanti al bancone del bar, Barone gli aveva spiegato che era un ispettore di polizia, e che stava indagando sull’omicidio della prostituta. Aveva scoperto che era stato lui, ma non aveva intenzione di portarlo in questura.

«Allora cosa vuoi? Non ho soldi da darti.»

«Non voglio soldi. Ti tengo d’occhio da un po’. So di te più cose di quanto immagini. Potresti divertirti molto di più, senza alcun rischio.» Barone aveva fatto un sorriso complice, sorseggiando uno spritz.

«Cioè?»

Il poliziotto si era piegato verso di lui, abbassando la voce. «Sai cosa si prova a tagliare la gola a una ragazza?»

Si era sentito la bocca secca. Aveva bevuto un sorso e gli aveva chiesto: «Tu l’hai fatto?»

Barone era rimasto in silenzio.

Era cominciata così. Non gli aveva detto molto altro. Quando aveva letto sui giornali che Barone era stato arrestato, si era messo in contatto con lui, scrivendogli al suo indirizzo e-mail. Non sapeva quando avrebbe potuto rispondergli, ma dopo alcuni giorni gli era arrivato un messaggio.

Barone gli aveva scritto la combinazione di un armadietto della palestra, dove aveva nascosto un mazzo di chiavi e un indirizzo.

Ci era andato subito. L’indirizzo corrispondeva a una casa in pietra a tre piani, di quelle antiche, costruita nel dopoguerra e ristrutturata dopo il terremoto del 1976. La zona era tranquilla, a Reana del Rojale, un paese a pochi chilometri da Udine. Aveva aperto la porta con le chiavi trovate nell’armadietto. All’interno odore di chiuso, di vecchio. «C’è nessuno?» aveva chiesto, a voce alta. Silenzio. Aveva fatto un giro della casa. A parte la polvere, era tutto in ordine, aspettava solo di essere abitata da qualcuno. Quando era sceso nel seminterrato, aveva trovato quello che stava cercando. Una grande stanza insonorizzata. Al centro una telecamera su un treppiedi, già posizionata per filmare un nuovo omicidio, sul lato destro una sedia, con accanto una catena fissata alla parete da un anello. Dalla parte opposta all’ingresso un letto. Sul materasso due corde e una catena, anche questa fissata al muro. Sul tavolo vicino alla porta c’erano alcuni coltelli, un bisturi, un’accetta, una pistola. Era già tutto pronto.

Alcuni mesi dopo, appena rientrato a casa dal lavoro, aveva trovato un’altra e-mail. Un messaggio in cui Barone gli aveva scritto quello che avrebbe dovuto fare. Gli raccomandava di seguire le istruzioni in modo preciso; faceva tutto parte di un piano, e qualsiasi errore, anche minimo, avrebbe potuto farlo fallire.

Finito di leggere, si era alzato dalla sedia con un ghigno sulle labbra, aveva aperto un armadio ed estratto dalle guide un cassetto, appoggiandolo sul pavimento. Al dorso del cassetto era fissata una busta di plastica. Aveva preso la maschera di lattice contenuta nella busta e se l’era infilata in testa. La schiena dritta, il petto in fuori, si era guardato nello specchio dell’armadio.

Al posto del suo volto, un teschio.

3.

Ucciderò Alex Nero.

Cristiano Barone, il serial killer conosciuto come il Teschio, ha aperto la sua casella e-mail e sta leggendo l’ultima frase del messaggio che ha ricevuto dall’indirizzo azrael@hotmail.it. È seduto di fronte allo schermo di un computer, nell’ufficio del direttore del carcere. Sul suo volto si è disegnato un sorriso malvagio.

Barone chiude le finestre di Windows e spegne il computer. Poi si alza dalla sedia. Esce dalla stanza e fa un cenno al secondino che sta presidiando l’ingresso. «Ti arriverà un bonifico sul conto.»

Il secondino si guarda intorno. «Sarà meglio. Sto rischiando grosso. Adesso andiamo, devo riportarti in cella. Hai finito?»

Cristiano Barone sorride. «Abbiamo appena iniziato.»

Pierluigi Porazzi

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...