Il nada di Carmelo Bene

carmelo

“Io non vendo fumo.

Io sono il fumo”

Non c’è più nessuno.  Il palcoscenico è vuoto.

E lo sarà per sempre dopo che  Carmelo Bene ha messo in fuga l’illusione d’essere altro, di indossare una maschera, di perpetuare l’inganno.

Ha lasciato solo ai rapinatori, ai banditi, questo antico privilegio

della mascheratura.

Eppure ancora malviventi, fantasmi, predicatori

saccenti attraversano  i palcoscenici balbettando lezioni prese in affitto,

stringendo boccucce, ansimando versi e rime d’occasione.

In teatro si cena, si chiacchiera del più e del meno, si passa il tempo.

Recitando. Cioè citando ancora quel che si è già detto. Da qui la noia. Interpretando personaggi in un deserto di amichevoli applausi di abbonati.

Ma gli abbonati non sono un pubblico. Sono iscritti a un partito.

  “Non so cosa sia il teatro. Io sono il teatro. Devo rovinare il teatro, non solo quello italiano, tutto. E per fare questo devo rovinare me stesso” scrive Bene in odio a qualsiasi personaggio.

Chiama più volte lo spettacolo indecoroso delle compagnie “il presepe del teatro contemporaneo” dove gli attori mentono e chi mente sulla scena (attenzione) lo farà sicuramente anche nella vita. Scrive ancora “Bisognerebbe arrestarli gli attori, in palcoscenico bisogna disfarsi di tutto, non saper più che dire, essere altrove”.  Se solo si guardassero intorno allora. Se solo si fermassero a guardarsi le spalle dall’assalto di una tigre spietata. Invece di perdersi oggi come allora negli specchi dei camerini innamorati della propria mediocrità.  Il palcoscenico è vuoto da anni.

Da quel giorno dove Carmelo Bene giunse all’infinito disapprendere, straziato dall’indifferenza e dall’incomprensione, in totale solitudine.  Eppure ancora si va in scena dopo che lui ha insegnato al mondo che bisogna uscirne. Una buona volta e per sempre. Ancora suoi ammiratori

si dichiarano figli e continuatori del suo teatro d’avanguardia (termine che lo farebbe infuriare) senza farsi del male però, senza pagare nessun prezzo, senza strapparsi il cuore come Carmelo ha fatto ogni giorno della sua vita. Stanno al riparo della sua luce feroce citandolo come un comico di quart’ordine. Al riparo dalla sua lezione maestra che li  esclude per sempre dalla schiera dei grandi impossibili ai quali lui invece appartiene.

Dopo Bene  non si possono più dire i versi, non si “affrontano” più i testi, ma si deve sprofondare tra le cavità spaventose che si aprono come trappole tra le parole. Per poi riemergere, se si è capaci di sopravvivere, riportandone alla luce bagliori in forma di suono, di nervi, di sangue, di vita vissuta.

Carmelo è stato in parte dimenticato. Del resto dimenticato lui voleva l’oblio, voleva essere trascurato come i grandi artisti fanno e hanno sempre fatto.  Come Eduardo accomunati dalla stessa leggendaria ferocia. “Citati”, “recitati” a sproposito da chi li ha visti morire con soddisfazione stanchi della loro grandezza, accecati dalla loro inestinguibile luce.

Non esserci, diceva, Carmelo Bene, smarrirsi, non essere più in casa lontano dal quotidiano avendo per compagnia un’arte ormai ripugnante, volgare. “Il mio teatro- mi confidò in camerino con grande calma e tenerezza per il mio stupore di non essere stato messo alla porta dopo

un grande Majakovskji al Verdi di Pisa-  porta al nulla, al vuoto, conosci Juan de la Cruz? Il nada. L’arte o fa il vuoto o non esiste, questo ve lo insegnano a scuola? Dubito, dovrebbero chiuderle le scuole del resto”.

Ma lui era già molto lontano ed io ero solo un giovane ingenuo che

cercava spiegazioni intontito dal fumo delle sue sigarette francesi.

Ho dovuto vivere ancora un po’  per  capire che il grande teatro non attiene al  comprensibile, ma è ciò che è fuori dell’equivoco del bene e del male, che è fuori dal pensiero, nel non luogo del teatro. Per ritrovare l’arte,

per farsene ustionare,  bisogna liquidarla. Senza pietà.

“Io me ne sono andato per sempre, il giorno del mio debutto

a diciannove anni, nel Caligola di Camus. Me la sono svignata.

Non so, in quale mondo o non luogo,  il mio teatro non è,

non è e basta”.

Fabrizio Parrini

FABRIZIO PARRINI

Nato a Rosignano in provincia di Livorno. Laurea in Lettere  conseguita con la votazione di 110/110 presso l’Università degli Studi di Pisa. Docente di Storia dell’Arte presso l’Istituto d’Istruzione Superiore “G. Carducci”- Volterra. Ha insegnato Drammaturgia presso la Scuola Comunale di Teatro L’Artimbanco di Cecina dal 1995 al 2003 quando fonda con Roberto Veracini, Eleonora e Michele Bracciali il TEATRO DELL’ANIMA, una singolare esperienza di teatro di parola e in versi con centinaia di letture sceniche in varie parti del territorio nazionale, in teatri, chiese, piazze con sede nella Chiesa di San Dalmazio in Volterra. Nel 1995 pubblica la prima versione di UN CAVALLO NEL CIELOper le Edizioni Zephiro, nel 1996 pubblica per gli OSCAR MONDADORI una scelta di poesie d’amore. Nello stesso anno esce CANTI PER LA SCENA edito da Loggia dei Lanzi di Firenze. Pubblica il poema CAM sulla vita della scultrice francese Camille Claudel nelle Edizioni Giacchè di La Spezia. Nel novembre 1997 pubblica UN CAVALLO NEL CIELO per  RIZZOLI SONZOGNO di Milano. Nel 1999 vince il Premio Montale per la poesia inedita e pubblica il poema MARINA DAL PASSO DI COMETA presso VANNI SCHEIWILLER EDITORE. 2001 pubblica ICARO per la Bandecchi e Vivaldi, l’anno seguente IVAN per le edizioni Eurostampa di Livorno. Nel 2005 pubblica KADDISH a cura del Comune di Campi Bisenzio in occasione del giorno della memoria. Nel 2009 pubblica ANGHELOS presso la casa editrice IL VICOLO di Cesena. Cura per la casa editrice BARBES di Firenze la traduzione e la presentazione della raccolta di poesie di FEDERICO GARCIA LORCA dal titolo IO PRONUNCIO IL TUO NOME , di FERNANDO PESSOA dal titolo INQUIETUDINI , FlEURS di Arthur Rimbaud. dell’Ultima notte di Don Giovanni di Edmond Rostand sempre per Barbès. Pubblica NINELEVEN- 11 settembre – poema sull’attentato alle Torri Gemelle di New York per le Edizioni Tecnostampa di Livorno.  Pubblica con R. Veracini IL CRISTO DEI POETI – Versi sulle quattro Deposizioni di Volterra per le Edizioni ETS. Pubblica per IL VICOLO l’opera in versi CONTE TRAGEDIA e il romanzo breve NATIVITA’ SECONDO JOSEF. Nel 2012 pubblica MONTAG-Materiali di di un laboratorio di scrittura per le edizioni TDA. Partecipa con il poema MERCUZIO SEMPRE a Volterrateatro 2012. Nel carcere di Volterra presenta il reading GENET in Volterrateatro 2013.In ambito teatrale, accompagnato da vari musicisti, mette in scena negli ultimi anni più di un centinaio di letture pubbliche dei suoi versi in teatri, chiese, sinagoghe, sedi di esposizioni.Nel 2015 pubblica per  le Edizioni Clichy – CARMELO BENE.Il Teatro del Nulla.- In preparazione la pubblicazione di FIDES – Edizioni Il Vicolo  per le celebrazioni per Renato Serra a Cesena.

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