Lettere a Cioran

sulla tomba di cioran2

Prologo

Tutto ha inizio il 28 novembre 2014 a Parigi, in una giornata autunnale mite e nuvolosa. La prima tappa di una settimana senza meta nella bellezza della capitale francese è il cimitero di Montparnasse. La prima stazione del mio errare è la tomba di Cioran, l’apolide e il pugnalatore della parola che scorre da sempre nelle mie vene, il sangue dei miei pensieri estremi.

Arrivo davanti al marmo grigio e essenziale che indica il luogo eterno dove riposa uno dei più taglienti pensatori del secolo breve. Mi siedo e inizio a parlare con Emil. Gli dico subito quanto le sue parole siano state fondamentali per la mia formazione. Non gli nascondo tutta l’ammirazione che provo per le sue stilettate che hanno disarmato i pensieri e le emozioni. Mentre mi perdo nel mio stesso parlare, sento la sua voce. Cioran inizia a parlarmi: «Nicola, grazie di essere venuto. Non ti nascondo che ti aspettavo già da tempo, come attendo qui tutti coloro che mi hanno apprezzato e non si sono mai vergognati di amarmi e di capirmi».

La sua voce di dentro mi giunge improvvisa e mi stordisce come la vertigine del suo pensiero quando si tuffava negli abissi della contemporaneità.

Emil caro,  credimi ogni giorno della mia vita è scandito dalle parole che squartano il nostro passaggio umano troppo umano su questa terra stuprata dalla nostra stessa presenza.

Sulla tomba noto una piccola cassetta. Mi avvicino e guardo dentro. Vedo una manciata di bigliettini. Ne apro qualcuno,  sono indirizzati a Cioran. Prendo il mio taccuino e mi associo a chi prima di me è passato e ha voluto lasciare una testimonianza con un frammento di poche parole. Ne scrivo due. Il primo contiene un piccolo esercizio di ammirazione, nel secondo scrivo di getto una poesia.

                                               Sulla tomba di Cioran

Siamo l’abisso che nessuno racconta.
Di questa terra gli apostoli estremi
della distruzione e della rinascita.
Non smetteremo mai di squartare il tempo
perché tu ci hai insegnato la vertigine
degli uomini che non temono la paura.

«Vedo che hai notato la cassetta», mi dice ancora Emil, mostrandosi felice ogni tanto di ricevere posta da quei pochi viandanti che si fermano per donargli un fiore o due parole.

Lo sento sorridere compiaciuto quando mi dice di aprire la cassetta e portare via con me il suo contenuto.«In questa piccola cassetta ci sono parole e persone che mi hanno voluto bene. Portale con te e scrivi un libro e fai in modo che la voce di Cioran continui a vivere nell’evidenza delle tue parole e nei pensieri di tutti coloro che ancora si ricordano di me».

Lettere a Cioran si intitolerà il viaggio che mi è stato suggerito dalla sua stessa voce.

Vado via con la gioia nel cuore e con la convinzione che ancora una volta Parigi sappia essere così feconda per le intuizioni di chi ha sempre voglia di scrivere.

Caro Emil, cercherò di tenere fede a questa promessa e farò tesoro del tuo suggerimento.

Il viaggio è appena iniziato, il libro lo scriverò insieme a tutte le lettere che ti spedirò. Sono certo che le leggerai tutte, insieme a quelle parole dissolute e scandalose che tu ami tanto, giungerò fino al fondo di quell’abisso per portare alla luce la vertigine del tuo pensiero che ha ancora molto da dire.

Nicola Vacca

 

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