L’estenuante bellezza del morbo

specchio

Come una pestilenza era venuta alla vita la statalità dell’uomo, da quel primo artigiano e la bambina, alla grassa moglie, al suo amante, alla città intera che s’era impadronita del corpo dell’individuo, l’aveva squarciato con forza inumana, aveva costruito templi pagani tra i polmoni dei cardinali, chiese sulle cosce delle prostitute, scuole nelle mani dei poeti. Gridavano agonizzanti per le strade i piccoli e innocenti fanciulli da cui sporgevano fontane purificatrici e piccoli labirinti sessuali, mentre le madri immergevano in acqua il seno cascante florido delle ciminiere d’alcune fabbriche di quella nuova costruzione. Alcuni lavoravano ancora, indifferenti al dolore e all’alienazione dell’io, altri semplicemente si lasciavano morire al sole, svuotati come santi. La democrazia era diventata un’anarchia spontanea che tutti avevano accettato, testa china, osservando l’ennesimo Occidente che si globalizzava in loro. Disse un giorno uno studioso cui cresceva una biblioteca sulla schiena Non c’è metafora che regga, il dolore che sentiamo ci ferisce davvero la carne, non solo l’Idea.

Tra gli ammalati esisteva un uomo piccolo, dai capelli rossi e i denti malsani di cui tutti avvertivano la presenza ma che nessuno aveva mai davvero veduto in viso. Zoppo si aggirava fra entrambe le città senza che nulla gli crescesse in corpo: né una strada, né una casupola, nemmeno una piccola fogna. Una mattina, prima che la malattia soffocasse l’ultimo barlume di vivere umano, s’era trovato per caso specchiato nella vetrina d’un negozio e si era soprannominato Il Topo.

Il Topo era un passante, un omuncolo che viveva la propria esistenza camminando per le strade del posto e osservando nel mutismo più assoluto quella commedia bassa che è l’umanità. E come si divertiva a farsi beffe di lei, a mettere lo sgambetto agli anziani o ad appiccare il fuoco nei parchi di notte. Egli apparteneva tutto intero all’arte del cattivo gusto, votato a quella con tutto sé stesso. Di tanto in tanto alzava le vesti alle suore mostrando ai religiosi le calze rovinate delle spose di Cristo, entrava di notte nelle case e punzecchiava con uno spillo i piedi di donne e bambini, correva nudo per gli asili gridando canzonette volgari e stonate. Nessuno, tuttavia, sembrava accorgersi di lui, per le sue vittime egli non era che una brezza dispettosa, simile a un capriccio divino. Avrebbe potuto strangolare un uomo a mani nude e i parenti avrebbero scambiato quel decesso per morte naturale.  Il Topo era nato da una famiglia borghese e un bel giorno dei suoi quattordici anni i genitori l’avevano dato per disperso, sebbene lui fosse ancora a tavola con loro: d’un tratto era scomparso agli occhi degli individui e la famiglia l’aveva pianto giorni interi senza che ad alcunché servissero i suoi Mamma, sono qui, ti sto toccando la veste, Mamma, sono qui. Dopo un mese aveva abbandonato davvero la casa materna e iniziato il suo tormentato teatro perché ci si accorgesse di lui. Durante la pestilenza statale egli era rimasto l’unico uomo sano.

Come mai?, si chiedeva Persino la disgrazia si è dimenticata di me, persino per la malattia io non esisto davvero, e continuava nell’esegesi dei suoi scherzi passando di vicolo in vicolo. Per la strada governata dal dolore gli uomini chiedevano pietà a Dio e il Topo pensava che avrebbe donato la sua intera anima per conoscere anche solo un momento dell’estenuante bellezza del morbo. Che io senta dolore!, gridava Che mi cresca anche solo un giardino sul viso, un sentiero sul capo. Toccava gli uomini, li baciava sulla bocca sperando in un contagio, li tagliuzzava per berne avido il sangue, si strusciava sui loro edifici: nulla, assolutamente sano. Che me ne faccio di questa sanità?, continuava disperato Perché fui generato nell’indifferenza completamente sano?, e correva disgraziato per la nuova metropoli. Sputò un grido verso Lucifero Tu, tu almeno ascoltami, prenditi la mia anima, ma lascia che mi ammali, fa’ che mi nasca anche solo un edificio insignificante sul petto, almeno un piccolo operaio che s’arrampichi sulla superficie della mia testa. Io ti dono l’anima, tu donami l’agonia!

Come è straziante il bene che si dimentichi dell’uomo così straziante è il male. Al Topo, sano e deforme passante, dopo l’ennesimo silenzio non restò che sedersi e veder morire nell’angoscia uomini di certo più fortunati di lui.

Antonio Iannone

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3 thoughts on “L’estenuante bellezza del morbo

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