Invento delle storie

caffe

“La lingua non è vita; io ho rinunciato a vivere per scrivere vite.” (Bernard Malamud)

Quello che faccio è osservare le persone, ascoltarne i discorsi, e poi inventarmi delle storie, le storie di questa gente o quantomeno le storie che secondo me questi individui stanno vivendo. Mi invento delle storie su persone vere, che incontro per strada, sul treno, in aereo, nei caffè, nei ristoranti, ma che io non conosco, che non conoscerò mai, che non mi interessa neanche conoscere, ma che divengono parte integrante della mia vita. Le vite inventate di queste persone reali le sto scrivendo in quello che potrebbe essere un libro, se non fosse invece un insieme confuso di appunti su decine di persone e sulle loro improbabili vite finte, vite che gli ho affibbiato io, arbitrariamente, vite che non sapranno mai di aver vissuto, come in una sorta di loro esistenza parallela sconosciuta, a loro, e conosciuta unicamente da me. Come se io potessi tutto e loro niente, come si io avessi il controllo delle loro vite fittizie. Ma è così, io ce l’ho questo controllo, questo potere nei confronti di persone che non sanno neanche che io esisto.

Io mi invento vite per non dover vivere la mia: bella teoria, complimenti. Niente niente ho cominciato anche a psicanalizzarmi.

Controllo le non vite degli altri e molto poco la mia.

Sto scrivendo un libro che non farò mai leggere a nessuno. Ma sto scrivendo davvero un libro?

Sto scrivendo perché il mio terapeuta mi aveva detto, anni fa, di scrivere tutto quello che mi veniva in mente, così, come una forma di esercizio, di ulteriore terapia, appunto, una cosa innocua, che poteva solo farmi del bene, come parlare con lui: lui seduto attento, o presunto tale, io sdraiato e in ansia, alla ricerca di cose da dirgli, come se fosse una sorta di compito, ad inventarmi, anche in questo caso, cose solo per farlo contento. Poi ho smesso la terapia, non mi è servita a un cazzo, anzi no, non è vero, mi è servita a farmi cominciare a scrivere, sempre che scrivere mi serva davvero a qualcosa, sempre che scrivere non mi complichi invece di più le cose.

Sempre che scrivere non sia un ulteriore fonte di stress.

Ecco, sono diventato una delle persone alle quali invento una storia: perché?, perché io non sono mai andato da uno psicoterapeuta, non ho mai scritto storie inventate osservando le persone, non sto scrivendo nessun libro.

Sto solo aspettando che mi portino un bicchiere di vino bianco che ho ordinato almeno un quarto d’ora fa, in questo dehors troppo affollato di persone che osservo ma delle quali non scriverò mai nulla.

Quello che sto facendo veramente è ammazzare il tempo aspettando il mio vino e Giulia, la mia ragazza, che è sempre in ritardo, anche se io provo, facendomi quasi violenza, ad arrivare in ritardo, lei è sempre più in ritardo di me.

E ammazzo il tempo con questi pensieri che evaporeranno dalla mia testa, senza lasciare nessuna traccia appena Giulia arriverà e comincerà a parlare, a sorridere, a sfiorarmi con la sua mano destra carica di anelli e braccialetti tintinnanti.

Dopo mezz’ora Giulia non è ancora arrivata ma in compenso il mio bicchiere di vino è già vuoto, anche perché ce n’era una quantità risibile di vino nel mio bicchiere: 10 cl. al modico prezzo di 7 €.

Dopo quarantacinque minuti prendo il cellulare e la chiamo.

Il cellulare squilla innumerevoli volte, a vuoto, ma lei non risponde.

Dopo pochi minuti però arriva un sms di Giulia:

“Non vengo, pensavo di essere stata chiara, abbiamo chiuso, fattene una ragione.”

Rileggo il messaggio cinque volte, come se questo potesse cambiarne il contenuto, e ordino un altro bicchiere di vino.

Digito un messaggio e lo invio a Giulia:

“Pensavo che avresti potuto anche cambiare idea, questo pensavo.”

Guardo il display del cellulare per tre minuti ma non arriva nessuna risposta.

Arriva invece il bicchiere di vino, lo bevo in tre rapidi ed avidi sorsi.

Dopo venti minuti non arriva nessuna risposta al mio sms, lascio 15 € sotto il bicchiere, mi alzo e me ne vado, indifferente alla gente che affolla il dehors di questo caffè.

*l’autore:

Roberto Saporito è nato ad Alba (CN) nel 1962.

Ha studiato giornalismo.

Ha pubblicato romanzi e raccolte di racconti. Tra gli ultimi romanzi pubblicati ricordiamo “Il rumore della terra che gira” (Perdisa Pop, 2010, nella collana “Corsari” diretta da Luigi Bernardi) e a luglio 2013 il romanzo “Il caso editoriale dell’anno” (come “Anonimo”) con Edizioni Anordest.

Nel 2015 pubblicherà un nuovo romanzo dal titolo “Come un film francese” con Del Vecchio Editore di Roma.

Suoi racconti sono stati pubblicati su antologie e innumerevoli Riviste Letterarie.

Collabora con la Rivista Letteraria di Milano [diretta da Gian Paolo Serino] “Satisfiction” [ http://www.satisfiction.me/ ] con una sua personale rubrica.

Nel 2013 il suo primo romanzo “Anche i lupi mannari fanno surf” [2002] diventa “oggetto di studio” di una delle dieci lezioni del corso di scrittura narrativa “Inchiostro rosso sangue”, per la precisione la settima intitolata “L’hard boiled in salsa italiana: il curioso caso di “Anche i lupi mannari fanno surf”, di Roberto Saporito.”, organizzato dalla Rivista Letteraria “Inchiostro” a Verona, insieme ai romanzi, oggetto di altre lezioni, di Giorgio ScerbanencoCarlo Lucarelli, Massimo Carlotto e Gianluca Morozzi.

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3 thoughts on “Invento delle storie

  1. Hai un marchio di fabbrica inconfondibile con quel tuo non dire dicendo. Non cambiare mai, Roberto, anche perché non potresti, sei fatto così e noi – plurale di humilitatis – non ti vorremmo diverso.

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