E.M.Cioran, apologo del fallimento

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In virtù della frammentarietà del suo pensiero Cioran può essere avvicinato, sempre pudicamente e vigilando contro i rischi latenti di un’ermeneutica aggressiva e dunque mis-interpretante, con traiettorie diversificate, talvolta persino apparentemente contraddittorie. Il suo noto disprezzo per il principio di non-contraddizione autorizza questo approccio “virale”, quasi si trattasse di individuare un qualunque punto di ingresso alla membrana iridescente che segue i labili e costantemente cangianti confini del suo universo. Vi sono tuttavia alcune tematiche che costituiscono i nodi di una rete concettuale mediante cui è possibile inseguire il pensiero zigzagante del privat Denker rumeno.

Le sue “parole inzuppate di silenzio” (E. Jabès) si configurano come un campo semantico sul quale tracciare non tanto correlazioni forti, operazione che tenderebbe in modo ingiustificabile a sistematizzare il volutamente non sistematico, quanto costellazioni di senso. Il tema del fallimento costituisce uno dei possibili accessi al grande fiume della Weltanschauung cioraniana. Si tratta di un aspetto di non secondaria importanza in quanto ammonisce l’uomo ponendosi contro la cecità terrificante del verminaio umano che, mentre crede di realizzare sè stesso, corre inconsapevole incontro alla catastrofe, τέλος ultimo della storia. Se “l’uomo era fatto per non fare niente” allora il fallimento diviene sintomo di aderenza a un aspetto essenziale dell’uomo stesso. Esso riflette e stabilisce una connessione con la condizione di scacco, di impossibilità consustanziale al suo esserci. “Fallimento” va tuttavia letto in chiave anti-etimologica. Se “fallire” viene dal latino fallere, ossia “ingannare” o “ingannarsi”, in Cioran esso prefigura invece un’operazione di “disinganno”, di contatto con il fondo irrimediabilmente tarato, dannato (sulla base dell’idea di peccato originale senza la quale, per il pensatore di Rasinari, nulla si spiega) dell’umanità, essendo l’uomo un “disertore dell’innocenza”. Strumento di chiaroveggenza dunque, dispositivo esistenziale atto a catturare qualche atomo di verità, manifestazione lucida (Così in Squartamento: “Quando vedo qualcuno battagliare per una causa qualsiasi, cerco di sapere che cosa succede nella sua mente e da dove può derivare la sua mancanza così evidente di maturità (…). Prendere sul serio le cose umane  è segno di qualche segreta carenza”).

Visto da una prospettiva cosmologica l’agitarsi forsennato dell’uomo si rivela, nella migliore delle ipotesi, un intorno destro dello zero. Se la resa è una versione volontaria del fallimento non possono che tornare alla mente le parole di un altro grande veggente, Guido Ceronetti: “vince chi si arrende”.

Ne L’inconveniente di essere nati si legge: “una sola cosa conta: imparare ad essere perdenti”. Si tratta da un lato di una diagnosi sulla condizione umana, figlia della Geworfenheit heideggeriana, dall’altro di una sorta di compassionevole invito che Cioran ci rivolge con lo scopo di depotenziarne la carica paralizzante. Si tratta di trovare uno spazio di manovra, un gioco, nel senso meccanico del termine, ove mettere in atto strategie difensive e decomprimenti, prima fra tutte quella del riso. L’effetto potentemente ilare di molti aforismi di Cioran è del resto ben noto. Attraverso il suo “riso sterminatore” (e mediante l’espressione, lo scrivere) prende forma una sorta di autoterapia che, provvisoriamente, ci salva. Questo gioco, questo lievissimo slittamento, è il solo spazio concessoci per opporci all’impossibilità.

Tra il dado e il bullone, Rilke parlava di zwischen Dasein, la nostra modalità di esistenza: “La nullità del qui e l’inesistenza dell’altrove…schiacciato da due certezze” scrive Cioran nei Quaderni e, poche pagine più avanti, “per quanto mi slanci un sangue di piombo mi tira giù”. Ogni slancio è votato al fallimento poiché l’uomo è da sempre condannato. Convoco sulla scena anche Fernando Pessoa che, ne Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares, così si esprime: “ Noi non ci realizziamo mai. Siamo due abissi: un pozzo che fissa il Cielo”.

È una vera e propria arteria quella che si stende tra il tema del fallimento e quello dell’impossibilità. Arteria feconda che nutre l’organismo cioraniano con mille anastomosi, rivoli, derivazioni, in cui è una sorta di distillato di lucidità a scorrere.

Per trovare scampo dall’irrespirabile, per abitare il gioco, per non soffocare nella zwischen Dasein, per resistere è dunque necessario astenersi, strappare il velo illusorio che ricopre ogni atto, diffidare delle sue lusinghe. Fallire e ridere del proprio scacco.

Naturalmente ci sarà sempre qualche benpensante pronto ad uscirsene con la favola della volpe e dell’uva. Per costoro valga l’adagio dantesco “non ti curar di loro ma guarda e passa”.

Alessandro Seravalle

Alessandro Seravalle  si è laureato in Filosofia  con una tesi su Emil Cioran e da oltre vent’anni è attivo sulla scena musicale come compositore ed esecutore. Alcune sue
composizioni sono state presentate in due diverse edizioni del Festival di musica contemporanea Luigi Nono di Trieste.
Leader del gruppo Garden Wall, con cui ha finora pubblicato otto dischi, si definisce “orgogliosamente autodidatta” nella
composizione musicale. La lotta contro ogni forma di cliché artistico è la cifra della sua ricerca espressiva. Ha avviato da
tempo un percorso di sperimentazione nell’ambito del rock progressivo, come manipolatore di suoni elettronici, chitarrista e
cantante. In parallelo all’attività dei Garden Wall sta sviluppando nuove forme di linguaggio musicale con diversi
progetti: in Schwingungen 77 Entertainment incrocia la sua chitarra a quelle di Andrea Massaria ed Enrico Merlin su sostrati
elettronici da lui ideati (il loro primo disco è uscito nell’estate 2014 per la nota etichetta avantgarde Setola di maiale). Progetto Film, lo vede ancora al fianco di Massaria e di uno dei padri dell’avanguardia italiana, il trombonista-tubista romano
Giancarlo Schiaffini con i quali si cimenta nella sonorizzazione dal vivo di pellicole delle avanguardie storiche e non solo.
Nell’esperimento coreutico-visivo-musicale degli Agrapha Dogmata è affiancato dal violoncellista e cantante Mariano
Bulligan, dalla danzatrice Laura Della Longa e dalla visual artistLuigina Tusini. Con l’album Logos (2010), ha dato avvio a Genoma, il suoinnovativo progetto elettronico solistico il cui secondo capitolo, dal titolo Silenzioso, è stato pubblicato da Zeit Interference nell’inverno 2014. Di recente formazione il duo con il pianista e tastierista Giorgio Pacorig denominato Tzim Tzum, improntato alla ricerca nel campo della libera improvvisazione.

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