La scrittura itinerante di Giovanni Catelli

io praga slavia bn

Caffè, Yalta

E tu sapevi tutto eterno, mi ricordo, in quei caffè del porto, a Yalta, dissipavi le penombre, con la mano leggera, l’incessante sigaretta, vigilavi sull’autunno, quell’onda più lesta, nel buio, quel rammarico di sabbie, cancellavi, le distanze dalla vita, reclamavi quei minuti, lì, per sempre, li fissavi nell’acciaio, dello sguardo più lucente, nella voce di sirena e vento, che scioglievi tra i bicchieri, lungo il fumo azzurro ed il silenzio. Mi guardavi, già severa lungo il dubbio, già più amara nella corsa molle, d’ogni cosa verso il buio, non crescevano le navi alle finestre spente, non salivano i rumori d’ogni folla dileguata, solo un fragile tinnire di metalli, fra le dita cieche della brezza : balenava, nella fioca indifferenza di candele, un lampo d’accendino, divorava già la tenue carta, le materie profumate dell’incendio, ti donava quel respiro fondo in cui fuggire, quella nostalgia del tempo da lasciare, piano, alle risacche scure d’altri flutti.Aspettavo, la tua voce tra i pensieri, le parole pallide sorprese già negli occhi, la più tenue confidenza con le ore, con la tenebra indifesa che accoglieva i nostri gesti, mi giungevano, gli sguardi lenti, le magnifiche incertezze delle mani lungo l’aria, le distanze impassibili affondate tra i lumi, cercate, con dolore improvviso, bagliore di lampo, rincorsa di anni.Segrete banchine condonano il tempo, dispongono quiete le cose, accolgono i volti, là non toccavi l’approdo che insegui, so della fuga che insidi all’avvenire, già mi sfuggivi alle spalle, oltre il dubbio, ti promettevi al futuro nell’ombra, senza concedere l’attimo grande, il viso imprendibile, il tocco leggero, senza tradire i moli raggiunti, l’ampia catena d’ore divise, i treni del viaggio, mai più disperdere il vasto presente, l’umida luce dell’alba, i gesti del sonno, le tazze sfiorate al risveglio, la stretta felina degli occhi al mio fianco.

 Dnepropetrovsk, stazione

A volte mi siedo nella piazza, in ombra, e guardo le nubi vagare sulla stazione, in silenzio : gigantesche, bianche, quasi certe di un approdo, una meta, dopo il cieco viaggiare ; ruotano, lentissime, sopra le torri grigie, sopra le grandi lettere candide, l’attesa infinita della piazza, che tace le sue direzioni, e non promette, neppure il domani, la sera, soltanto s’inclina, verso la nera schiena dell’eroe, sospeso in un gesto d’annuncio, ma già fermato dalle cose, prima del decidere fatale : ora, e per sempre, vacilla, non vede più il vivere inquieto, l’avanzare della stazione incontro al futuro, soltanto promette, senza fine, a un incrocio, a colorate insegne, a binari del tram, a un limbo vuoto che già non è piazza, e ancora non è viale, dove tutto è già in fuga, e non vede, e dimentica. Il pomeriggio, deserto, m’assiste, già l’estate dispiega le sue corazzate di luce, mi raggiunge, nel respiro, con la sua lama d’incendio, mi dissolve la camicia sulla pelle, popola di polvere la gola, disperde i miei averi nella sete, semina il silenzio tra gli asfalti, confina per l’ombra gli ubriachi, le spazzine, gli eroi della guerra patriottica, i tassisti, l’intera legione dell’attesa, sospinta qui, come da un’onda, che agiti sul lido resti di bufere. Forse, le lancette del quadrante, sole, trascinano il tempo neghittoso, un alito serale s’affaccia malcerto dai binari, e già dirada la pattuglia del vuoto e della sete, migliori fortune potrà la solitudine, la notte, la quiete d’altre ore senza fondo.Mi alzo, muovo impercettibili aliti di polvere, nel torrido cratere della piazza, inclino adagio i miei vestiti ad altro vuoto, e sento, un sottilissimo spezzarsi nella sera, un moto circolare delle cose intorno a me, un fuggire irreparabile del giorno fra gli istanti, come se l’attesa indomabile di tutto, la sosta misteriosa del tempo e del silenzio, cedessero di colpo, ad un segreto scatto, al transito invisibile, muovessero di nuovo gli ingranaggi della pena, lanciassero le ore il buio alla rincorsa, d’ogni attimo sospeso nel destino.

 Kievska Rus

 Quando il tassista, carico di sonno, mi lascia, sull’orlo dell’alba e della primavera, nella notte limpida di aprile, di fronte al Kievska Rus, un improvviso prodigio m’attende, mentre nel silenzio traverso l’Artioma deserta : un vagoncino giallo, immobile, sui binari del tram che vanno verso casa e sulla Diktiriovskaia, cela, per un attimo, una favolosa luce azzurra : l’eterno bagliore ossidrico, invincibile, a sorvolare gli anni, e le città, stagioni mai concluse, notti, rammarichi segreti, lontane, ormai smarrite attese : i saldatori, fermi per sempre nel gesto luminoso, nel possesso indistruttibile del fuoco, gli elmi barbarici disegnati a silenziose guerre con il buio, con il ferro infido, con la notte breve : lavorano, immortali, a rinnovare, la trama ignota dei binari, la vena fragile che soffia i viaggiatori nel destino, mi consegnano, il remoto chiarore della vita che non cede, il gesto buio delle cose senza voce, la profondità, rovescia, d’infinite cose senza luce.

Treni

I treni continuano a lasciare Žižkov. Li vedo, sul ponte immobile di ferro che moltiplica il peso del partire, li raccolgo, quasi ombre, nella sera di carbone che richiama inverni e polvere, li stringo, nelle palpebre che afferrano la luce dell’istante, li muovo tra le sabbie dei cantieri silenziosi, li sommergo di sterpaglie rovi copertoni, li rinchiudo nelle secche amare della ruggine, sugli aridi ghiaioni dei binari e dello sguardo, non potrei saperli accesi dalla vita, morsi dagli opachi venti della notte, sazi di pinete laghi temporali, carichi di luci e di stazioni, li rivoglio, incapaci di fuggire, abbandonati nel ritorno, chiusi nell’eterno sospiro di frenata, colmi di silenzio, certi della meta e dell’approdo, sigillati alla rapina del minuto, chiari, nella trina pallida che regge la città, per abitare i doni dell’arrivo, desolare dubbi e lontananze, convocare i demoni del fiume, dissipare ogni gesto del buio, sospendere le ombre liete nel destino.

Giovanni Catelli è nato a Cremona. Autore di prosa e poesia, i suoi racconti sono apparsi sulla Nouvelle Revue Francaise, sul Corriere della Sera, sul sito letterario Nazioneindiana, e sulle riviste L’IndiceDiario, L’Immaginazione. I suoi libri sinora pubblicati sono: In fondo alla notte (Solfanelli, 1992), Partenze (Solfanelli, 1994), Geografie (Manni, 1998), Lontananze (Manni, 2003), Treni (Manni, 2008), Camus deve morire (Nutrimenti 2013), Diorama dell’Est (Lavieri 2013). Geografie, con una prefazione di Franco Loi, è stato tradotto in Ceco, Russo, Ucraino, Polacco e Castigliano (Argentina). Altri racconti sono stati tradotti e pubblicati in Ceco, Francese, Slovacco, Russo e Finlandese. Da più di vent’anni segue le vicende letterarie, storiche e politiche dell’Europa orientale, e viaggia nei paesi dell’ex blocco sovietico. Collabora con l’Indice dei Libri, la rivista praghese Babylon edirige Cafè Golem, la pagina culturale di Eastjournal.net.

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