La Città nell’anno 2025

max per metro

Ho 51 anni.

Guardo l’orologio: 7:07 del mattino.

Entro al bar. L’unico rimasto aperto in quartiere.

Il salone è vuoto.

Il bancone è lucido.

Il silenzio avvolge tutto. I sette videopoker, la televisione e i due computer sono ancora spenti. Mancano tre ore all’avvio dell’elettricità.

Mi siedo. Il barista accende il gas manuale e scalda il caffè.

Oggi resto qui, al tavolo.

La fabbrica è chiusa. Come ieri. Come domani.

Penso al mio primo giorno di lavoro. Sono trascorsi trentasette anni.

Avevo la pelle delle mani dolce.

Afferrai il maniglione ruggine, tirai e con un urlo la porta del capannone si aprì.

Vidi in lontananza quello che sembrava il caporeparto. Lo raggiunsi.

«Qui tu sei in prova, ragazzo.

Vedi di rigare dritto, ragazzo.

In due settimane ti giochi un contratto a vita, ragazzo.

Lavora tanto, piscia poco, parla niente. Capito, ragazzo?!»

Urlò la bestia.

Alzai e abbassai la testa.

«Sì.»

Mi sistemai davanti al mostro di ferro.

Dentro la cassetta di cartone trovai dei guanti gialli di pelle spessa.

Afferrai il trapano elettrico, mi misi in posizione e dopo un fischio lungo il macchinario partì.

Mi girai e arrivò il primo motore.

Afferrai la lamiera e avvitai le otto viti più veloce che potevo.

Arrivò il secondo motore.

Afferrai un’altra lamiera e avvitai altre otto viti più veloce che potevo.

Arrivò il terzo motore.

Afferrai ancora un’altra lamiera e avvitai ancora altre otto viti più veloce che potevo.

Mi voltai verso l’inizio del rullo.

Motori su motori scivolavano sopra la catena di montaggio.

Una fila di mostri d’acciaio. A perdita d’occhio.

Non c’era modo di fermarli.

Non c’era modo di combatterli.

Non c’era modo di sconfiggerli.

A quattordici anni capii che tutti i sogni erano morti.

E ora non resta nemmeno la memoria di quel mondo industriale.

Guardo fuori dal grande finestrone.

Osservo il cielo basso, grigio seta, colmo di acqua pronta a scendere sulla città come una punizione, acqua disposta a maledire i peccati di questa povertà postmoderna.

In lontananza vedo la pancia del serpente infinito che chiamano strada Statale. Silenziosa. Immobile. Svuotata. Marcescente.

Fino a qualche anno fa il serpente d’asfalto era colmo delle minuscole bestie d’acciaio. Entravano e correvano in lui, come in un budello di carne in via di putrefazione, la carne d’un gigante che stava lentamente crollando, un gigante chiamato progresso, ma ormai piegato su se stesso, mostro dagli occhi di ceramica, dalle labbra blu, dalle unghie nere, in decomposizione. Bestie di metallo giallo, rosso, verde, bianco, nero; erano piene degli ultimi eroi dell’alba e del tramonto, quegli ultimi eroi che il sole lo vedevano solo qualche istante la mattina e qualche istante la sera, perché il resto dei loro giorni, giorni su giorni a riempire i mesi, mesi su mesi a riempire gli anni, anni su anni a riempire la vita, li trascorrevano senza luce, in catena dentro la pancia d’una balena travestita da capannone industriale. Balena grigia cemento vicina a altre balene grigie cemento, enormi, infinite a creare moltitudini, tutte poggiate sul mare d’asfalto che sfoderava innumerevoli denti ruggine. Per mangiare anche gli ultimi eroi.

Li mangiava in giornate come questa, senza sole, giornate maledette da una pioggia fina che nemmeno scompone i capelli, ma capace di avvelenare l’anima. Giorni che furono maledetti da una luce che non era luce, che non è luce, che non sarà luce.

Guardo fuori. Eccola qui la città nell’anno 2025.

Penso a ciò che è stato. Agli ultimi eroi. Agli ultimi operai.

Ora sono tutti nelle proprie stanze, tengono gli occhi sbarrati, hanno le bocche chiuse, attendono anche loro le tre ore di elettricità quotidiane, per vedere al computer le immagini di ciò che erano.

Sono nelle loro case, all’inferno.

Io sono in questo ultimo bar, in purgatorio.

Tutti in attesa di altro.

Massimiliano Santarossa

Massimiliano Santarossa è nato nel 1974 a Villanova (Pordenone). Ha pubblicato i libri Storie dal fondo e Gioventù d’asfalto per Biblioteca dell’Immagine; Hai mai fatto parte della nostra gioventù? e Cosa succede in città per Baldini Castoldi Dalai editore; Viaggio nella notte e Il male per Hacca edizioni. Prima di dedicarsi alla scrittura ha lavorato come falegname e operaio in una fabbrica di materie plastiche e ha trascorso buona parte della propria vita a contatto con i personaggi che ha narrato. I suoi libri sono stati oggetto di diverse rappresentazioni teatrali. Oggi è scrittore, editor e collaboratore di pagine culturali per quotidiani e radio. Da poco è uscito per Baldini & Castoldi “Metropoli”.

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One thought on “La Città nell’anno 2025

  1. Santarossa non fa sconti alla scrittura e tantomeno alla vita , come è giusto che sia . Leggiamo una verità che ci appartiene nella misura della consapevolezza maturata in anni e anni di conflitti sociali vissuti sulla propria pelle . La testimonianza di Santarossa non celebra né si celebra ; e questo ce la rende fraterna .
    grazie
    leopoldo –

    Mi piace

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