La poesia di Bernardo Pacini

bernardo pacini

(Nato a Firenze nel 1987, Bernardo Pacini è redattore editoriale. Ha studiato la poesia di Carlo Betocchi e Dino Buzzati, specializzandosi all’Università di Firenze. Ha pubblicato “Cos’è il rosso” (Edizioni della Meridiana  2013, premio Sertoli Salis Opera Prima, Premio Beppe Manfredi Opera Prima, premio Antica Badia di San Savino, secondo classificato al premio Libero de Libero, finalista del premio Ceppo Under 35). Di prossima pubblicazione sono “La drammatica evoluzione” (Oédipus) e “Perfavore, rimanete nell’ombra” (Origini Edizioni). Collabora con le riviste Atelier, ClanDestino, Nuovi Argomenti, Quid Culturae. Collabora con l’associazione Valigie Rosse.)

Da “Cos’è il rosso”

 

In fondo alla mina

                        

                                    a Ronda con Clarissa

«Si tratta di un’anatomia basata

sui carbonati azzurri» dicono i rondegni

piangendo un flamenco

sul nostro piatto di gazpacho

Ciò riguarda l’abisso di sole

che piomba sulla groppa del cavallo mascherato

nella plaza de toros

e il dedalo di case bianche

come vene vuote

invase di dissipato clarinetto

Ciò riguarda l’arancia

disfatta sull’asfalto e colata nelle entraglie

di una città ficcata nel passato

come una ciste

dentro un chiostro di sibili

e fantasmi aridi, senz’acqua

Ciondola stanca come i vecchi poeti

Ronda vana e strepitosa

su di un fiume che le bacia i piedi

Ronda peccatrice

carceriera di cigni

schiudimi i tuoi penetrali

dimmi per che sei

E naso in alto o bocca sulla guancia di lei

arrivo in fondo alla mina

del Rey Moro

al bacio dell’acqua azzurra

a imburrare le mie dita

delle umide pareti carsiche

che cingono la tua anima, Ronda

e la mia

Dalla natura alla pastura

Dal teschio della noce

si estrae come un dente

il linguaggio

Si getta in verso cavo

incrinato lungo il raggio

Niente anestesia ma soffi di sangue

Vaso sanguigno invaso

depredato svuotato

svasato

Inverso fiottare invasato

verso una deportazione

dalla natura alla pastura

dal gheriglio della voce

71 renfe

Addolorato, trafitto da sette binari

salirei sui vagoni vuoti del 71 renfe

sporcando di carbone il risvolto dei pantaloni

ma resto inerme a guardare

sanguinare come un verme

un mozzicone di sigaretta

71 renfe

compi la promessa della parola

che nascondi

portami dove sai

non farmi l’occhiolino

non mi orizzonto qua

dove tutto dice:

«Destino: Malaga»

e non è vero, non è vero…

com’è vero che le pale eoliche si stanno fermando

i loro muscoli rilassati dal sole

il tempo squagliato sopra come sapone vecchio…

Partire è tornare con più pelle addosso

da scartavetrare e ricomporre

più pelle addosso

da tenere ammucchiata

di scorta

nell’ultimo cassetto

Inedito

Degli ospiti sopiti, questo siamo

al netto delle sottolineature

di lapis sulla mappa dell’affetto

arenati nel limo del cervello

rimasti intatti nel miele di vespa.

Non disturbiamo chi fa militanza

dentro la turba di un bacio mancato,

di un’occhiata stornata al pavimento.

Degli ospiti sopiti, questo siamo.

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