Curzio Malaparte, un arcitaliano scorretto

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Ho incontrato Curzio Malaparte cinquant’anni dopo la sua morte. Lo spettro di Malaparte era molto diverso dai soliti spettri orrendi e risentiti che compaiono per far dispetto ai vivi, vendicarsi di un vecchio torto, lanciare anatemi o annunciare sventure. Lo spettro di Malaparte era un fantasma garbato e di bell’aspetto; vestiva un abito di taglio sartoriale, vagamente demodé ma impeccabile, il fazzoletto candido nel taschino della giacca; portava i capelli nerissimi riavviati all’indietro e lucidi di brillantina. Il volto perfettamente rasato era disteso e sereno e solo osservando con molta attenzione si poteva notare, in fondo alle pupille, una luce di inquietudine. Nello sguardo c’era grande intelligenza e una vitalità insolita, non solo per un fantasma, ma anche per un essere umano vivo e in salute. Avevo avuto l’impressione, senza tuttavia osare chiedergli, per timore di irritarlo, se era vero che si fosse ritoccato le ciglia con il mascara. Indossava un braccialetto di metallo con sopra incisa la frase: “But I loved you, damned!”, le ultime parole di una giovanissima groupie americana che si era uccisa quando la loro breve relazione era finita. Sorridevo al pensiero che quella frase, uno scrittore narciso del nostro tempo, la porterebbe tatuata a grandi lettere sui pettorali palestrati o sull’avambraccio. Sedevamo al tavolino di un caffè all’aperto e lo spettro di Malaparte era straordinariamente affabile, la sua conversazione fluida e brillante. Mi chiedevo per quale motivo avesse scelto di parlare proprio con me, mentre chissà quanti grandi della carta stampata l’avrebbero intervistato volentieri. Temevo, per quanto l’idea fosse assurda, di fargli perdere tempo. Questa domanda, e un’infinità di altre, si raggrumavano nella mia mente accalcandosi come una folla a ridosso di una porta stretta. Ma accade a volte che l’incontro fortuito con una persona interessante, e con la quale avremmo immaginato conversazioni straordinarie, si risolva poi nel chiacchierare di cose banali, oppure se non peggio, in un imbarazzante silenzio. Ci ritrovammo così a parlare di sport, di biciclette, di Coppi e Bartali, e infine di quel mancato tour  ciclistico di Malaparte negli Stati Uniti, sponsorizzato dalla Coca Cola. Peccato che non se ne fosse fatto nulla, avevo detto.

Qualche anno prima, in una libreria di libri usati, avevo scovato una copia di “Kaputt”, nell’edizione Vallecchi del 1963. Fino a quel momento avevo solo sentito vagamente parlare di Malaparte, parlar male, certo. E sembrava evidente lo scarso entusiasmo degli editori nel ristampare i suoi libri, la disattenzione nei suoi confronti delle rubriche culturali. Si trattava insomma, di uno scrittore semi-dimenticato, di quelli ridotti, quando va bene, a oggetto di studi specialistici e accademici, ma ignorati dal pubblico, dai lettori comuni, a volte anche dai più attenti tra questi

Come sono abituato a fare ogni volta che incontro un autore per me sconosciuto, anche allora avevo aperto il libro a caso e iniziato a leggere a metà pagina. È stata subito una folgorazione. La scrittura fluida e visionaria di Malaparte mi aveva immediatamente proiettato lontano nel tempo e nello spazio, come se fossi io stesso, lì e in quel momento, un testimone oculare nello scenario apocalittico dell’avanzata tedesca in Russia.

Ovviamente acquistai quella copia di “Kaputt”, e di seguito, tutti gli altri libri di Malaparte. E poi le biografie, quella scritta da Giordano Bruno Guerri e la più recente di Maurizio Serra. È iniziato quel giorno un viaggio che dura ancora oggi, di indagine, scoperta, letture e approfondimenti intorno a un autore straordinario e maledetto sul quale per troppo tempo è gravata la scomunica di un’egemonia culturale quanto meno carente di oggettività e senso critico, quando non del tutto interessata e in malafede.

Malaparte è tra gli autori sui quali grava il giudizio sferzante e sarcastico, la scomunica di quella sorta di pontefice laico, molto più citato che veramente letto e conosciuto, che fu Antonio Gramsci. “Un dilettante dell’anima”, l’aveva definito il fondatore de “L’Unità”. E serve ricordare che questo giudizio risale agli anni ’30, quando Malaparte ancora non aveva scritto i suoi capolavori “Kaputt” e “La pelle”. Come se lo stesso Gramsci, fatta salva la sua indiscutibile statura di intellettuale, non fosse stato almeno qualche volta umanamente fallibile, come appunto si dice dei papi, che mai possano sbagliare.

E grava poi un altro giudizio, facile a distorsioni, quello di Piero Gobetti, uno dei primi editori di Malaparte, il quale l’aveva definito “la più bella penna del fascismo” fondendo insieme ammirazione e rammarico.

In realtà il rapporto di Malaparte con il fascismo – e in generale con il potere in ogni sua forma – fu né più né meno il rapporto tipico che col fascismo sostanzialmente ebbe ogni italiano, vale a dire il decorso di una storia d’amore destinata a finire male: amore folgorante e pieno di entusiasmo all’inizio, poi tiepida tenerezza e confortevole abitudine, poi ancora amore-odio e infine odio puro, disprezzo e separazione. La differenza con i comuni mortali – ed è una differenza non da poco – è che, nel caso di Malaparte, non si è trattato di un amore unilaterale, a senso unico. Lui flirtava con il potere e il potere flirtava con lui; l’uno cercava di servirsi dell’altro e i rispettivi scopi non sempre coincidevano.

Come d’Annunzio, il dente guasto che si ricopre d’oro affinché non nuoccia, Malaparte diventa per forza di cose un intellettuale organico al fascismo. Ma organico fino a un certo punto. A soli trentun anni viene chiamato a Torino come direttore de “La Stampa” e allontanato poco tempo dopo in circostanze poco chiare cui fa seguito un turbine di pettegolezzi riguardo a una presunta relazione con Virginia Agnelli, nuora del Senatore, relazione che in realtà ebbe inizio solo qualche anno dopo. Cade in disgrazia per uno sgarbo a Italo Balbo e finisce al confino a Lipari. Riabilitato in seguito, ma tenuto d’occhio dall’OVRA, ritorna a scrivere. Nel 1939 fonda la rivista “Prospettive”, che dirige fino al 1943, organo di propaganda del regime, sul quale però trovano spazio autori tra i più significativi del tempo, talvolta anche antifascisti, tra i quali Ruggero Jacobbi, Alberto Moravia, Aldo Palazzeschi, Alberto Savinio e Mario Praz.

Come d’Annunzio, Malaparte è stato un collegiale al Cicognini di Prato, un dandy, un volontario in guerra e un amante di donne bellissime, irraggiungibili silfidi dell’alta società o attricette di estrazione popolare, le une come le altre pronte a cascargli tra le braccia, a sopportare la sua personalità complessa, il suo ego ipertrofico. I due sembrano avere molto in comune, in realtà sono scrittori tanto diversi per temi e contenuti. Solo nello stile a tratti un po’ si assomigliano. Del resto è comprensibile ed è un dato di fatto che le influenze dannunziane investono quell’epoca, oltrepassando i confini nazionali per arrivare a scrittori del calibro di Huysmans e Proust. Nelle opere di Malaparte non c’è il mito del superuomo. La voce narrante, l’alter ego dello scrittore, è un osservatore sconcertato e disilluso, a volte cinico, a volte commosso, disperato, colmo di indignazione e di pietà per il prossimo e per sé. Non solo manca il superuomo ma, viceversa, per lo scrittore pratese “non vi è nulla di sacro fuorché l’umano”.

Diversa anche l’estetica nel quotidiano mestiere di vivere. Il gusto dell’orpello, dell’eccessivo e del ridondante, lascia il posto un’essenzialità scarna e spartana, una sorta di minimalismo ante-litteram. “Casa come me”, la meravigliosa villa che Malaparte costruisce a Capri tra il 1939 e il 1942, sulla roccia di Capo Massullo, è un capolavoro del razionalismo. Disegnata dall’architetto Adalberto Libera, con sostanziali contributi progettuali dello stesso Malaparte. Almeno due sono le pellicole nelle quali è visibile la villa e l’essenzialità degli interni: “Il disprezzo” di Godard e “La pelle” di Liliana Cavani, del quale dirò più avanti.

Malaparte, nato nel 1898, appartiene a quella generazione di scrittori segnata dall’esperienza della prima guerra mondiale alla quale partecipa giovanissimo come volontario con la spedizione garibaldina. La generazione di Hemingway, Apollinaire, Malraux, Céline, Erich Maria Remarque, Ernst Jünger, Ungaretti, Comisso e un’infinità di altri autori che dal trauma delle trincee traggono, ciascuno a suo modo, sostanza letteraria. Non a caso, una delle sue primissime opere è “Viva Caporetto!” dove la disfatta italiana viene esaminata sotto una luce diversa dalla retorica ufficiale e il suo giovanissimo autore dà prova della sua capacità di una visione disincantata e anticonformista.

Il romanzo “Kaputt” è di una forza dirompente. Iniziato nel 1941, quando Malaparte è corrispondente di guerra al seguito delle truppe naziste che invadono l’Unione Sovietica nel corso dell’operazione Barbarossa, e pubblicato a Napoli nel 1944.

La voce narrante è dunque testimone della tragedia che si consuma sul fronte orientale. Nel titolo, il presagio delle conseguenze nefaste che si abbatteranno sull’Europa a causa della guerra, della follia collettiva. L’Europa che è fuori uso, “Kaputt”, parola tedesca che per mano della sorte ha etimo nella lingua yiddish, la lingua degli ebrei della mitteleuropa, la parola kapparoth che significa marcio, guasto. È dunque l’Europa marcia e guasta, che commette il proprio suicidio attraverso la follia totalitaria, il crimine della persecuzione degli ebrei, il disprezzo della vita, l’assenza di ogni umana pietas.

Ogni capitolo di “Kaputt” è ispirato a un animale, gli animali fanno da contrappunto ai personaggi umani che compaiono nel racconto, personaggi storici che vanno da Hans Frank a Himmler, da Ante Pavelic a Galeazzo Ciano, come a suggerire che sovente gli animali sono migliori degli uomini.

E attraverso le pagine di “Kaputt” si può pervenire alla deprimente conclusione che la tesi di Hannah Arendt sulla banalità del male, possa essere una visione parziale e limitata, a suo modo persino consolatoria. Certo, è esistito Eichmann, il ragionier Fantozzi del genocidio. Malaparte però ci avverte che non è tutto qui, permettendoci di accedere alla sontuosa corte di Hans Frank, il governatore generale della Polonia, raffinato e coltissimo, eccellente conversatore, fine estimatore di musica ed egli stesso discreto pianista. No, colui che William Shirer ha definito “intellectual gangster”, non è affatto un individuo banale. Malaparte ce lo presenta, ci accompagna attraverso i lussuosi saloni del suo palazzo di Varsavia, tra lo splendore delle argenterie, gli invitati, i banchetti, le pose da mecenate rinascimentale del governatore e di sua moglie, mentre gli ebrei muoiono compressi nel ghetto, consumati dalla denutrizione e dalle malattie. Il ghetto è schmutzig, è sporco, non vale la pena visitarlo, dice con indifferenza la moglie del governatore, tra un boccone e l’altro.

 “La pelle” è un romanzo ambientato a Napoli nel 1944, nella città occupata dagli Alleati. È in un certo senso la prosecuzione di “Kaputt” anche se tra i due libri non viene esplicitamente definito un nesso. Qui la voce narrante è un capitano dell’esercito italiano cobelligerante, assegnato come ufficiale di collegamento al comando Alleato. Il capitano è desolato testimone degli infiniti espedienti per mezzo dei quali la popolazione stremata tenta di sopravvivere nella città distrutta dalle bombe, vendendosi in cambio di un po’ di cibo, tra il disprezzo dei vincitori. Risale poi l’Italia al seguito delle truppe alleate, fino a Firenze. Il romanzo, pubblicato nel 1949, ebbe vita difficile fin dall’inizio. Iniziava l’era democristiana e le accuse, a parte un certo naturale risentimento da parte di alcuni napoletani che si sentivano diffamati, era di mostrare i panni sporchi in pubblico. Accusa estesa in seguito al cinema neorealista. Poco lusinghiera appariva anche l’immagine degli Italiani, sempre pronti a entusiasmarsi per il vincitore di turno, ed “eroi con la pelle degli altri”. Così come poco lusinghiero il ritratto degli Alleati, ora alla guida del Patto Atlantico appena siglato. Per non far mancare nulla, il libro venne messo all’indice dalla chiesa cattolica.

Liliana Cavani nel 1981 ne ricavò un film, a mio avviso mediocre  – e mi perdonino i cinefili – che, nonostante l’ottimo cast con Mastroianni, la Cardinale e altre eccellenze, non raggiunge la vetta visionaria del romanzo.

Malaparte stesso si cimentò come regista e riuscì a realizzare un unico film “Il Cristo proibito”, che venne premiato al Festival di Berlino nel 1951. Anche se in questo campo aveva dimostrato un notevole talento, dovette tuttavia rinunciare al cinema.

Mentre emergevano i nuovi autori come l’”allievo” Moravia, già ospitato su Prospettive, con il quale nel frattempo il legame di amicizia si era piuttosto deteriorato, l’astro di Malaparte era in declino.

La politica continuava a corteggiarlo, a modo suo ricambiata. Il flirt, questa volta con il partito comunista, procedeva senza tuttavia pervenire a nulla di concreto, tra le consuete ambiguità e le infinite polemiche dovute in prevalenza ai suoi precedenti legami con il fascismo, l’amicizia con Ciano e altri personaggi influenti del passato regime.

Infine, quell’ultimo viaggio in Cina nel 1956 come corrispondente del periodico “Tempo”, l’intervista a Mao e l’imboscata del destino: un cancro ai polmoni, omaggio pervenuto a quarant’anni dalla prima guerra mondiale, dal fronte di Bligny, dove aveva respirato i gas tossici.

Al suo capezzale, presso la clinica Sanatrix di Roma, è un lungo corteo di persone che gli fanno visita, tra cui Palmiro Togliatti con il quale conversa a lungo, e una giovanissima adorante Oriana Fallaci. Lo scrittore pratese ha intuito il suo talento, e con lei è prodigo di incoraggiamenti e consigli.

Malaparte muore nel luglio del 1957, spegnendosi a soli 59 anni, con i suoi umanissimi difetti, il suo trasformismo camaleontico, la sua scorrettezza politica, la sua naturale sostanza di italiano ipertrofico, di arcitaliano, così paradossale per lui, di padre tedesco, con quel suo vero nome di Kurt Erich Suckert che suona come un meccanismo a orologeria e dà illusione di rigore e intransigenza.

Trascurato e quasi dimenticato in Italia, fatta salva una timida rivalutazione in tempi recenti, cui ha fatto seguito la ristampa delle sue opere più importanti da parte di Adelphi, è un autore molto letto e apprezzato all’estero. Vorrei ricordare lo splendido saggio che gli ha dedicato Milan Kundera nella sua raccolta “Un incontro”, anche questa pubblicata da Adelphi.

Cosa importa dei suoi difetti, del suo ego ipertrofico, del suo fascismo prima e antifascismo poi – come se fosse stato l’unico in Italia a cambiare camicia. Cosa importa, dicevo, se ci ha lasciato pagine così belle? Se l’orrore della guerra, l’orrore del ‘900, che ancora oggi riverbera e non si è spento, è stato raccontato così bene da lui?

Forse l’autore pratese è detestato perché agli italiani piace immaginarsi migliori di quanto siano in realtà e nessuno è disposto ad ammettere di essere un piccolo Malaparte con tutti i suoi difetti ma sovente privo della sua intelligenza.

Nicolò Tambone

Nicolò Tambone è nato ad Alba nel 1968. Ha pubblicato alcuni racconti e il romanzo “Taliani”.

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