L’ umanità di Giovanni Guareschi

Giovannino_Guareschi

<Salve. Si accomodi.>

<Grazie, buongiorno.>

<Proietti Mancini, giusto?>

<Sì, sono io.>

<Dunque, lei ha presentato una tesina su Guareschi, è così?>

<Sì, certo. Giovanni Guareschi.>

<Ah. E come mai, non su Topolino?>

<… Prego?>

<No, dico, volendo fare una scelta alternativa, qualcosa di diverso, forse avrebbe fatto meglio a scegliere Topolino o una tesina sui fumetti, non pensa?>

<No. Non penso.>

<Guareschi le pare un autore da portare alla maturità?>

<L’ho portato.>

<L’ha trovato nelle antologie? Nel programma? Nel piano di studio?>

<No.>

<Verga c’è. Anche Silone, Pratolini, ce ne sono tanti, ma lei…>

<Ci dovrebbe essere anche Guareschi, visto che non c’è e nessuno ce lo mette, ci ho pensato io.>

<Mi sa che lei non prenderà un bel voto, Proietti Mancini.>

<Vorrà dire che me lo sarò meritato. Ma avrò studiato quel che volevo.>

Non è una conversazione inventata. Per una volta mi sono concesso qualche riga di autobiografia, necessaria a raccontare la storia di un amore letterario e umano. Che mi è costato caro, di un prezzo che è diventato in alcuni casi un debito da scontare, nelle valutazioni e nei curriculum, ma è un prezzo che ho pagato volentieri e che ripagherei ancora ogni volta, sperando di dimostrare la medesima coerenza dimostrata dall’autore Guareschi e dall’uomo Giovanni Guareschi.

Giovanni Guareschi ha una storia umana e letteraria talmente nota da non richiedere ulteriori presentazioni, certamente io non potrei aggiungere nulla a quando di lui è già stato scritto da decine di penne celebri e meno celebri che hanno usato il suo nome per riempire pagine di fatti, vicende, impressioni. A me piace solo ricordare che l’uomo Guareschi riuscì, per amore di quella già citata coerenza, a collezionare nella sua vita due periodi di reclusione, entrambi evitabilissimi, ma che lui ostinatamente volle scontare. Il primo in un campo di prigionia tedesco, rifiutando di abiurare al giuramento di fedeltà fatto da ufficiale dell’Esercito per passare nelle fila della milizia della Repubblica di Salò, il secondo quando rifiutò di richiedere la Grazia al Presidente della Repubblica, dopo la condanna per la diffamazione di De Gasperi, successiva alla pubblicazione delle lettere falsificate – non da lui, ovviamente – che aveva pubblicato con il suo Candido. La sua pervicacia nel pretendere di scontare la condanna non fu quello che ora verrebbe definito “esibizionismo mediatico”, ma ostinato rispetto di una onestà intellettuale, professionale e umana che contraddistinse tutta la sua esistenza, fusa in un tutt’uno con la sua carriera.

Non posso fare a meno, ripercorrendo la storia di Giovanni Guareschi, di pensare alla condizione dell’attuale giornalismo italiano, di qualsiasi parte, con un brivido di raccapriccio. Confrontare Guareschi con i Sallusti o i Feltri è una bestemmia.

La scoperta di Guareschi avvenne da adolescente, sugli scaffali di un mio zio acquisito di provenienza sarda, nella cui biblioteca ebbi modo di trovare i miei primi veri romanzi, andando oltre quella che era stata fino ad allora solo la lettura di cosiddetti “Libri per ragazzi”.

Jerome Kapla Jerome, Buzzati, Burroughs, D’Annunzio, ma soprattutto lui, Giovannino Guareschi, andarono grazie a mio zio a sostituire edizioni concentrate ed edulcorate di Dickens e Molnar, la lettura ripetuta di Collodi e De Amicis.

Gli altri autori mi aprirono al piacere della lettura, della ricerca della gioia all’interno delle parole, in quel travaso di emozioni che permette a un lettore di sentirsi parte della storia che sta leggendo. D’annunzio mi eccitò, Buzzati mi fece scoprire la potenza dei fantasmi interiori, Jerome mi fece – primo fra tutti – capire che un libro può arrivare a farti sorridere e ridere.

Giovanni Guareschi, l’autore che ripeteva di sé continuamente “Io, nel mio vocabolario, avrò sì e no duecento parole” invece riuscì a farmi capire che uno scrittore è nei libri che scrive, se mette in quelle duecento parole l’essenza stessa dei suoi principi, se per difendere quei libri, quegli articoli, è disposto a mettere in gioco la propria vita e non solo la propria professione. Anche se, come nel mio caso, le convinzioni politiche e sociali sono diverse dalle sue.

Per questo portai Guareschi come protagonista della mia tesina della maturità e difendo ancora quella scelta, perché sono ancora convinto che la grandezza di un autore non si misuri né nella quantità di vocaboli che utilizza, né tantomeno nella quantità di copie che vende; anzi, un autore che riesca con parole semplici a rappresentare la gamma infinita di sfumature delle emozioni e dei fatti, quello è un grande, un grandissimo autore. Un autore che può essere letto, capito da tutti, che riesce a trasmettere le stesse sensazioni tanto a un proletario quanto a un aristocratico, è quello che tutti gli autori dovrebbero essere. Perché lo scopo della lettura è questo, emozionarsi, e uno scrittore che non scriva per questo, ma che voglia limitare e circoscrivere il suo “messaggio” solo per una parte, per una élite, forse potrà esprimere messaggi sublimi, superiori, ma a cosa serve?

Marco Proietti Mancini

Marco Proietti Mancini è nato a Roma nel 1961. Nel 2009 ha pubblicato il suo primo romanzo Da parte di Padre (ripubblicato a settembre 2013 in ebook per Edizioni della Sera). Nel settembre 2012 ha pubblicato la raccolta di racconti Roma per sempre (Edizioni della Sera) – quattro ristampe e una nuova edizione ampliata con altri racconti pubblicata a gennaio 2013.  A dicembre 2012 il suo racconto “Ogni venerdì” è stato inserito nell’antologia Cronache dalla fine del mondo (Historica Edizioni) e ha scritto i testi per il volume fotografico a tiratura limitata Roma, caput mundi pubblicato a scopo benefico. A marzo 2013 il suo racconto “Ciao mamma” ha fatto parte dell’antologia Nessuna più (Elliot) curata da Marilù Oliva e pubblicata a sostegno di “Telefono Rosa” contro la violenza sulle donne. Sempre nel mese di marzo 2013 è uscito il suo secondo romanzo Gli anni belli (Edizioni della Sera). Il 2013 si è chiuso con la partecipazione al progetto 99 Rimostranze a Dio (Ottolibri).

A settembre 2014 ha pubblicato il romanzo “Oltre gli occhi” (Giubilei-Regnani) e a dicembre 2014 il suo racconto “Mi chiamo Antilope” è stato pubblicato nella raccolta di tre racconti lunghi “Storiacce romane” (Historica).

Il suo Blog “Tiri Mancini” è ospitato dal portale Cultora.it e alcuni racconti inediti sono pubblicati sul portale Liberarti.

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