La vicenda umana di Ungaretti al fronte

ungaretti

Giuseppe Ungaretti è stato uno dei testimoni più grandi della Grande Guerra. Dalla trincea scrisse versi memorabili, che riassumono  lo spaesamento esistenziale  dell’uomo di fronte agli orrori di quel conflitto bellico. Il porto sepolto è il libro  ungarettiano che più di ogni altro racconta,con una tensione morale unica, il rapporto inscindibile  che esiste tra la vita e la morte.

L’esperienza di Ungaretti  al fronte  – e il racconto dei giorni terribili trascorsi dal poeta  soldato sul Carso –  è tutta raccolta nell’epistolario che egli scambiò con i suoi amici scrittori dell’epoca. Qui troviamo il poeta e l’uomo, entrambi disperati di fronte  allo spettacolo crudele della guerra. Come nella sua poesia, Ungaretti nelle lettere  che scrive a Soffici, Papini e Prezzolini non prescinde dal vissuto reale e dal dramma in cui è precipitato. Scrive, infatti, a Soffici: «Sono un uomo che onora il reggimento,come onora il paese; fa male chi non vuol capire che ho bisogno di  riposo, riposo significa potermi occupare  di cose mie».Sono le parole di un uomo frantumato nel fisico e nel morale dalla guerra.

Ungaretti è un uomo sull’orlo di una crisi di nervi. La sua sensibilità di poeta  scava dentro l’inquietudine della guerra che si insinua come un tarlo nella sua anima e nel suo cuore. A  Prezzolini scrive: «… la  nevrastenia sta uccidendomi;seguire le vie regolari sarebbe lungo,e ho bisogno d’un pronto soccorso. Poi tornerò al combattimento».

La vicenda umana di Ungaretti e la ricostruzione della sua esperienza di uomo soldato sono al centro del suo epistolario. Se la poesia del Novecento italiano deve moltissimo all’opera di Ungaretti,  la sua precaria condizione esistenziale, vissuta in trincea, impreziosisce le riflessioni sulla tragica esperienza della guerra. Scrive a Papini dalla trincea sotto San Michele: «Stamani mi sono aggirato  per questi budelli; c’è una fila ininterrotta di uomini stesi in lungo addosso a una parete ; rasento l’altra per passare; la sola luce delle feritoie; un uomo erra di feritoia  in feritoia, il fucile imbracciato,cercando la preda…».

Forte e bruciante,come scrive Andrea Zanzotto, è l’attualità della sua poesia, perché vi si può cogliere l’irreversibile passaggio dalla lotta «tradizionale» a una criminalità pura,che oggi è diventata norma.

Nicola Vacca

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One thought on “La vicenda umana di Ungaretti al fronte

  1. Ringraziare Nicola Vacca per amicizia sarebbe troppo facile e scontato. Qui desidero farlo per “necessità” storica.
    Il pregio di quanto ha scritto sta nel fatto di non avere scisso l’uomo dal poeta, perché non si può essere l’uno senza l’altro, quando si parla e si soffre e si “abbrucia” di poesia.
    I solchi profondi di terrificanti trincee, con Ungaretti divengono le rughe di dolore, di sofferenza e d’indignazione di un’umanità oppressa dal delirio di una guerra senza fine, che ancora oggi macella individui.
    Occorre essere poeti e uomini per trarre da quel fango una stilla di luce e di condanna ed Ungaretti ce lo sussurra.
    “L’interventismo non si concilia con il poeta” ci raccontano, puntando il dito, numerosi critici e storici in parata.
    “Non c’interessa!” Grida il valore etico ed umano della parola di Nicola Vacca, a cui dico grazie.

    Sì, “Vi arriva il poeta/ e poi torna alla luce con i suoi canti/e li disperde./ Di questa poesia/mi resta/quel nulla/d’inesauribile segreto.(Il porto sepolto)

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