Tolstoj o la vocazione alla felicità

tolstoj

Ho preso da un po’ di tempo l’abitudine di dividere l’umanità in due categorie: quelli che hanno letto Tolstoj e quelli che non l’hanno letto. Per quanto mi riguarda, ho conosciuto in ritardo questo gigante della letteratura, verso i quarant’anni. Tutta colpa di Dostoevskij. Da giovane, infatti, ero talmente immerso nelle ossessioni, nelle nevrosi e nella cupa attrazione per il male dell’autore dei Fratelli Karamazov, con tutto il suo allucinato armamentario gotico, da provare un’istintiva diffidenza verso il senso di normalità e di salute che emanavano invece i libri di Tolstoj. Una diffidenza che si estendeva, inevitabilmente, anche ai lettori di quei libri. Perché, in fondo, con i due geni russi succede un po’ come con i Beatles e i Rolling Stones: si è più propensi ad amare ed apprezzare i primi da adulti riappacificati e i secondi da adolescenti inquieti (anche se a me, nel caso delle due band inglesi, è successo l’esatto contrario). La mia scoperta tardiva di Tolstoj – iniziata con il celeberrimo incipit di Anna Karenina e la descrizione dello scompiglio in casa Oblonskij – è stata dunque una vera epifania. Lo spalancarsi di un mondo stupefacente, popolato da personaggi circondati, come scrisse Henry James, da «una meravigliosa massa di vita», che fino ad allora avevo colpevolmente ignorato. Ho intuito subito di aver guadagnato, con quella scoperta, qualcosa di indispensabile: una visione del mondo e dell’uomo di una tale ricchezza da rendere tutto ciò che avevo letto in precedenza assolutamente secondario (a parte Shakespeare, s’intende). E questa intuizione si è rinsaldata per tutto il tempo in cui, in pochi giorni, ho divorato Anna Karenina. Si è confermata con la successiva, immediata, e altrettanto simbiotica lettura di Guerra e pace. E non mi ha mai più abbandonato. Come avevo fatto a vivere tutti quegli anni senza Tolstoj? Senza quei tanti momenti memorabili contenuti nello scrigno inesauribile dei suoi due romanzi? Se dovessi indicarne uno solo per entrambi i libri, avrei solo l’imbarazzo della scelta, che inoltre cambierebbe ogni giorno (oggi penso ad Anna che giace a letto guardando una candela che si sta consumando lentamente, fino a spegnersi, e al principe Andrej che scopre l’immensa nullità della vita e della morte fissando, ferito sul campo di battaglia, il cielo di Austerlitz. Ma domani chissà quale altro mi verrebbe in mente). Se dovessi però scegliere una sola immagine che renda in pieno il senso di quella particolare vocazione alla felicità che aveva Tolstoj come scrittore – e che amo in lui più di ogni altra cosa – non avrei alcun dubbio. Per “Guerra e pace” quella in cui Nataša fa la sua prima comparsa con un’irruzione precipitosa nel salotto dei Rostov, preceduta da un rumore di passi e dal fracasso di sedie rovesciate. Un’apparizione imprevista, causata dal non «aver misurato lo slancio della corsa», e dunque da un eccesso di esuberanza, da un élanvital fanciullesco ed erotico allo stesso tempo, che coinvolge cose, ambienti e persone. E per Anna Karenina, quella in cui Lévin pattina sulla pista di ghiaccio con Kitty, mano nella mano. E lei che gli dice di sentirsi sicura, accanto a lui, e lui che le risponde: «Anche io mi sento sicuro quando voi vi appoggiate a me». Solo il genio visivo di Tolstoj poteva immaginare una metafora così perfetta dell’amore felice: scivolare senza sforzo sui pattini, insieme, su una superficie levigata, leggeri e armoniosi, descrivendo cerchi e spirali, tenendosi per mano per sentirsi più sicuri.

Fabrizio Coscia

Fabrizio Coscia  è nato a Napoli nel 1967. Ha collaborato al quotidiano “Liberazione” e al settimanale “Il Diario”.Scrive da anni sulle pagine culturali del quotidiano “Il Mattino”. Soli eravamo è il suo ultimo libro

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