Ho scelto la libertà

copertina ho scelto la libertà

“Nel mio paese, coloro che hanno lavorato con me e mi hanno concesso la loro amicizia, senza parlare di quelli che mi hanno voluto bene, resteranno sempre sotto l’ombra del sospetto. Se vorranno sopravvivere, dovranno distruggere anche il ricordo che conservano di me. Per salvare la pelle saranno costretti a rinnegarmi, come io stesso dovetti fingere di rinnegare altri sciagurati che erano incorsi nella vendetta dello stato sovietico” – pagina 12. In queste poche parole, è sintetizzata tutta la tragedia di un popolo, quello russo, e di un uomo, Victor Kravchenko, diplomatico e defezionista sovietico che nel 1943, approfittando di una missione diplomatica in Usa, chiese l’asilo politico al governo statunitense, mentre l’altra parte del mondo lo condannava a morte per alto tradimento.

Nel 1945 veniva pubblicata la celebre novella di George Orwell, “La fattoria degli animali”, un capolavoro letterario che aveva un solo obiettivo: denunciare il “compagno” Stalin di avere tradito gli ideali socialisti creando la più grande e sanguinaria dittatura di tutti i tempi. L’anno successivo, uscivano negli Usa le memorie di Kravchenko, “I choose Freedom”, pubblicate in Italia nel 1948 dalla casa editrice Longanesi, con il titolo “ho scelto la libertà”. Un beste seller… poi dimenticato.

L’opera di Kravchenko forse fu il più grande affronto che un ex cittadino sovietico avesse potuto fare contro il dittatore Stalin. “In tutta la storia dell’umanità non conosco nulla che, anche dal solo punto di vista dell’estensione, sia paragonabile alla spietata persecuzione che volontariamente, direttamente o per riflesso, venne inflitta a milioni di Russi. Accanto a Stalin, lo stesso Gengis Khan non è se non un apprendista, un dilettante… Una guerra selvaggia contro il suo stesso paese e il suo stesso popolo, è quella che la cricca del Cremlino ha condotto tenacemente fino alla fine” – pagina 549. Una ventina di anni fa, avrei bollato le suddette frasi come la solita propaganda americana contro il comunismo e lo stesso Kravchenko una specie di voltagabbana. Molte delle mie amicizie probabilmente oggi, leggendo sempre questi due passi, potrebbero dire la stessa cosa… lo stalinismo è stato selvaggio, ma non ha niente a che fare con il comunismo e comunque Kravchenko doveva farsi amico il nuovo paese che aveva scelto.

Detto francamente questo pensiero l’ho avuto anch’io prima della lettura del libro.

Ma il problema di Kravchenko è il libro in sé, come oggetto, perché è introvabile. Io ho l’edizione del ’48, comprata per puro caso su di una bancarella. L’ho letto tutto, il libro. E sono convinto che se venti anni fa non avessi letto solo le due frasi suddette, ma tutto il libro di Kravchenko, questi mi avrebbe convinto: il comunismo e lo stalinismo coincidono, e sono una follia.

Questa opera dimenticata è stramaledettamente convincente.

Leggendola vi commuoverete, vi arrabbierete ma soprattutto rimarrete folgorati da una domanda: com’è stato possibile? Se si va ad analizzare gli obbrobri del nazismo, si giunse alla conclusione che il nazismo è stato possibile perché il genocidio, la guerra, l’antisemitismo sono sempre esistiti. Il nazismo ha aggiunto a questi tre elementi la tecnologia, dando vita allo sterminio industriale di una etnia. Ciò che invece io personalmente non riesco a spiegarmi è come sia stato possibile che una rivoluzione nata per liberare il proletariato e le masse contadine dalla tirannia degli Zar, abbia poi dato vita alla schiavitù di quelle stesse masse. Sì perché questo ha fatto il comunismo, ha legalizzato la schiavitù. Nel libro di Kravchenko tutto ciò è spiegato nei minimi dettagli perché lui era un ingegnere, un dirigente industriale, cioè comandava 1500 operai se non di più.

Il suo racconto comincia con la rivoluzione del 1905, a cui partecipò il padre Andrei Fiodorovic Kravchenko. Questi era un rivoluzionario socialista, ma essenzialmente un libero pensatore, che non volle mai prendere nessuna tessera di alcun partito. Combatté sulle barricate, subì il carcere zarista, la deportazione, evase più volte, fu ripreso, ma infine poté godere della grazia e tornare dalla sua famiglia. “Durante i primi nove anni della mia vita, mio padre restò per me uno straniero, un eroe da leggenda (…) Le visite che ci faceva tra una evasione e l’altra mi riempivano di un’animazione febbrile; io le attendevo, anticipavo con impazienza il loro rinnovarsi, quasi che avessero fatto parte del ciclo normale della nostra esistenza” – pagina 21. Stiamo parlando del periodo degli Zar, noti per essere stati poco teneri con i propri sudditi. Ebbene, il padre dell’autore in quel periodo issava barricate, organizzava scioperi, veniva arrestato, torturato, evadeva, veniva catturato ancora, ma alla fine fu graziato e tornò a casa. Scorriamo le pagine del libro: “Al principio del 1929, uno dei vecchi bolscevichi più in vista, Cristiano Rakowski, tenne un discorso nella nostra fabbrica. Fu l’ultima volta che fu permesso a un nemico di Stalin di parlare in pubblico. Alcuni giorni dopo mio padre mi parlò di quella riunione e solo allora capii la tristezza che l’opprimeva da qualche tempo: Rakowski ha criticato i dirigenti del partito, mi disse. Non so se devo mettermi dalla sua parte, e non so nemmeno se la massa dei lavoratori lo farà. In ogni modo, ascoltandolo, si è capito che è cominciata una lotta per il potere e che Stalin vincerà. Alcuni ascoltatori sembravano dar ragione a Rakowski; gli posero delle domande e gli applaudirono… Poi Rakowski se ne andò. Ebbene, figliolo, il giorno dopo, quegli operai che gli avevano mostrato la loro simpatia, sono stati convocati dalla G.P.U.” (la Ceka di Lenin, acronimo per “Comitato Straordinario di tutta la Russia per combattere la Controrivoluzione ed il Sabotaggio”, divenuto poi Kgb… fate attenzione alla parola “sabotaggio” perché sarà la paranoia portante di tutta la dittatura comunista) – pagina 103.

Qualche pagina dopo, Kravchenko parla dell’affare Shakhty… l’inizio della grande paranoia. “Un gruppo di ingegneri dell’industria olearia fu mandato sotto processo a Mosca, alla presenza dei corrispondenti della stampa sovietica e straniera; le sedute furono riprese con documenti cinematografici e la radio propagò l’eco delle discussioni in tutto il paese. Ecco le ragioni, dichiarava il poche parole il Kremlino al popolo, per cui la nostra produzione subisce tanto spesso dei gravi inceppi: agenti capitalisti, agenti dell’antico regime, complottano e provocano deliberatamente degli incendi sabotando le nostre industrie” – pagina 111.

Vediamo invece che aria tirava sotto il regime sovietico per i presunti colpevoli che venivano incarcerati. Lo facciamo per far intendere che il regine zarista, a confronto, era decisamente il meno peggio e che la rivoluzione comunista in Russia può essere riassunta nel proverbiale “dalla padella alla brace”.

“Il primo dicembre del 1934, nella lontana Leningrado… un colpo di rivoltella era stato tirato nell’atrio del vecchio istituto Smolni, allora sede del partito a Leningrado, da un giovane comunista, di nome Nicolaiev, contro Sergei Kirov, membro del Politburo, praticamente il vero dittatore della Russia del Nord. L’eco di quel colpo di pistola continuò nel nostro paese per molti anni e costò parecchie centinaia di migliaia di vite umane (…) Benché la stampa non ne avesse mai fatto cenno, tutti noi sapevano che migliaia di studenti erano stati arrestati in seguito all’affare Kirov e che erano stati giustiziati parecchie centinaia. D’altronde, bastava ben poco per destare i sospetti del G.P.U. Se alcuni studenti, una sera, si riunivano tra di loro per ballare o divertirsi fra amici, erano giudicati subito sospetti” – pagina 307/309, e come più volte l’autore dice in seguito, sparivano nel nulla. Sotto gli Zar, il padre dell’autore tornò e come lui tanti agitatori politici. Sotto Stalin, non si tornava. Sotto gli Zar, si andava dentro per politica, con Stalin si rischiava di sparire perché ci si riuniva tra amici… per ballare.

Kravchenko ha vissuto in prima persona tutti gli orrori del comunismo sovietico, dalla guerra in Persia alla collettivizzazione. Ha subito due epurazioni. Il suo processo alla seconda epurazione durò diciotto mesi, e consisté in interrogatori notturni a cui doveva presentarsi lui “spontaneamente” e firmare poi un documento che lo obbligava a non parlare con nessuno dell’interrogatorio subito. Dopo la nottata passata negli uffici della polizia politica, doveva andare a lavorare per dodici ore perché la sua assenza poteva essere denunciata come un tentativo di sabotaggio.

Le pagine però che mi hanno colpito di più sono state quelle riguardanti la scoperta della schiavitù. Ogni singolo membro del Politburo, aveva sotto di sé una piramide di protetti. Quando il membro del Politburo cadeva in disgrazia, quando cioè non piaceva più Stalin, cadeva lui con tutti i suoi protetti e le famiglie dei protetti. Per ogni bolscevico che veniva condannato e giustiziato, sparivano fette di popolazione, perché da lui partivano catene di “clientelismi” e amicizie che giungevano fino al più disperato e povero contadino ucraino o chissà di dove. Tutti i dirigenti industriali, per forza di cose, dovevano avere un protettore, quindi quando questi veniva arrestato, loro cominciavano a subire interrogatori. La pressione della polizia segreta sui dirigenti, creava problemi in fabbrica. Diminuiva la produzione, quindi spuntava l’accusa di sabotaggio. Assieme al dirigente e alla sua famiglia, sparivano anche i collaboratori. Poteva anche succedere che il collaboratore sparisse prima del dirigente, e quando si trattava di un collaboratore importante era difficile rimpiazzarlo, allora ecco che c’era un calo nella produzione e il dirigente veniva accusato di sabotaggio – sparendo, ribadisco sparendo, nella nulla con moglie, figli, fratelli, parenti. In sostanza si era creata una industria carceriera. Questa gente andava a finire nei campi di concentramento e veniva usata per i lavori forzati presso le industrie che pagavano gli “affitti dei corpi” alla polizia segreta che prosperava né più né meno dei mercanti di schiavi. E parliamo di milioni di persone. Kravchenko ha testimoniato nelle sue pagine di avere visto morire di lavoro – sotto i suoi occhi! – decine di persone. Per morire di lavoro si intende: denutrizione e lavoro forzato al gelo, vestito di stracci, fino al collasso delle funzioni vitali. Queste unità di produzione creavano torba, che andava a bruciare per dare luce e riscaldamento alle fabbriche, ma non alle baracche dove vivevano gli operai “liberi”. Riscaldamento e luce giungevano nelle case dei nuovi padroni – politici e militari – ma non nelle stamberghe del proletariato in nome del quale era stata fatta la maledetta rivoluzione.

Io mi rendo conto che per un giovane idealista l’idea di rivoluzione coincida con quella di speranza, e non voglio toccare le speranze di nessuno, ma credo fermamente che la rivoluzione russa sia stata una maledizione, una scomunica, una sciagura… e che i miei cari amici ebrei mi perdonino, ma dopo la lettura di queste pagine, anche l’olocausto sembra essere stata una passeggiata, in fondo durò poco tempo, mentre l’orrore comunista è durato decenni… bambini nati nell’orrore, cresciuti nell’orrore e morti nell’orrore, una vita – che è una sola! – sprecata per le paranoie di un gruppo di sanguinari filibustieri di cui Stalin era il degno maestro.

Kravchenko spiega nei minimi dettagli come funzionasse lo spionaggio (spie che spiano spie), descrive i lussuosissimi ambienti dei gerarchi, potremmo stare per delle ore a parlare di questo libro, ma voglio lasciarvi con la storia di un poeta di cui non abbiamo la foto, non abbiamo il nome, non abbiamo il cognome, non abbiamo neanche un suo verso, bensì solo l’eco vecchia di settanta anni di un pettegolezzo che una donna fece a Kravchenko: “Non aveva diciassette anni quando si innamorò di un poeta di mezza età e se ne andò a vivere con lui. I pochi mesi passati con lui, mi disse, furono i più felici della sua vita, ma il poeta scomparve all’improvviso, e non si seppe mai più nulla di lui. Egli era ostile al nuovo regime, e Claudia supponeva che, seppure era scampato alla morte, doveva trovarsi in qualche campo di concentramento”. Ecco qual è l’eredità dello stalinismo, la possibilità di creare un nuovo tipo di monumento che non sia dedicato al milite ignoto, bensì al poeta ignoto.

A detta dei figli di Kravchenko – che in America si sposò e visse sotto falsa identità – il padre non morì suicida come fu creduto da tutti. Fu il Kgb a sparargli un colpo alla tempia.

Consiglio vivamente la lettura di questo libro – se lo trovate.

Gianpaolo Ferrara

Victor Kravchenko, “Ho scelto la libertà,” Longanesi, Milano, 1948

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One thought on “Ho scelto la libertà

  1. sottoscrivo tutto,anch’io ,pur essendo stata un’insegnante di liceo anticomunista, ho trovato slo adesso per puro caso il libro di kravchenko e lo sto leggendo con passione….Nei libri di storia non è citato,è assolutamente sconosciuto nel mondo della scuola (sono di rimini),l’ho trovato solo su internet! Maria Ceccarelli

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