Cosimo Argentina e il suo amore per Kafka

kafka

Un autore preferito. Ah, bè, in realtà non ho un autore preferito perché sono una sorta di puttana letteraria che ciondola da una pagina di Joseph Conrad a una frase di Agota Kristof, da un verso di Baudelaire a un incipit di Louis Ferdinand Céline. Mi innamoro dei romanzi. Meridiano di sangue, il western definitivo, Bartleby lo scrivano e via dicendo. Ma la domanda di Nicola è legittima, perciò tento una strambata in corsa e provo a focalizzare un nome, uno solo, e a dire perché mi attizza la sua scrittura, le sue storie, le sue ambientazioni.

Scelgo Franz Kafka.

Ho conosciuto prima l’aggettivo e poi l’autore boemo. Questa situazione è kafkiana di qua, quello è un tipo kafkiano di là. Ma chi cazzo è sto Kafka?

Poi un giorno che ti leggo? IL PONTE. Un racconto che mi smeriglia la devozione e devo fare giri concentrici intorno a quell’unico foglio perché perdio è pura follia dove però tutto è lucida congettura. Hemingway diceva che la scrittura è architettura, non arredamento. E IL PONTE è uno spazio rigido in cui conficcare aste metafisiche di genialità antropomorfa. È architettura ridotta alle ossa. È verità assoluta nella metafora più blasfema che mi sia mai capitato di imbattermi.

A quel punto leggo Lettera al padre. E mi viene da piangere. Ehi, ragazzi, beninteso! Non sono uno dallo zampillo facile eppure mi commuovo come una teenager davanti a Maria De Filippi nel far scorrere gli occhi su quelle pagine pregne di un amaro senso di stimmate. Stimmate che non ti scegli, ma che ottieni solo grazie a un dono. Alla forza propulsiva della tua natura.

A quel punto mi calai nei meandri cerebrali del grande praghese. Guardo le sue foto da ragazzo, quelle da giovane maturo (come avrebbe detto Totò). Leggo La metamorfosi, Il processo, Amerika, Il castello. Titoli sordidi, squallidi, riciclati ma… ma dentro tesori inviolati, il sunto del genere umano ridotto a un ammasso di grovigli esoterici, perdiana!

Durante la prima metà degli anni ’90 vivevo nel sobborgo di Pinzano, a Limbiate, in una enorme casa che mi costava duecentomila lire al mese. Avevo trovato un articolo su Franz Kafka sugli ottant’anni della Metamorfosi. C’era una foto in bianco e nero, gli occhi distanti, tristi, già oltre il lutto. La giacchetta stretta alle spalle. I capelli leonini. Ritagliai il biancoenero e lo appesi in cucina. Ai tempi scrivevo poesie che non avrei mai pubblicato e i primi romanzi che poi avrei fatto a pezzi e gettato nel caminetto. Anche lui lo avrebbe voluto fare. Ma se il mio fu un atto di intelligenza il suo sarebbe stato un delitto universale. Il buon vecchio Max ci ha salvati. Ci ha salvati tutti.

Sposato e con un figlio in fasce mi trasferii prima a Villaggio Fiori e poi a Bovisio. La foto di Frank sempre tra gli stipiti della cucina. Io con un romanzo alle spalle e un altro in arrivo e lui a vegliare su di noi. Il piccolo Francesco ormai lo considerava uno di casa. Quella vecchia foto. Una volta venne a trovarci un conoscente e domandò a Francesco che all’epoca aveva tre anni e mezzo a chi volesse più bene tra mamma e papà. E lui, per non far torto a nessuno dei due, disse Kafka. Chi? Domandò l’ospite. E lui, Franz Kafka, l’ho pure sognato. Mangia sempre con noi, ma non mangia mai quello che mangiamo noi. Però è buono e sta sveglio a guardare la casa anche quando noi andiamo a letto.

Durante il trasloco a Desio l’immaginetta andò perduta. Non l’ho mai sostituita. Le cose preziose non vanno sostituite. A morte i surrogati. Ma devo confessare che di tanto in tanto sfoglio uno dei libri di Kafka alla ricerca di quegli occhi, e quello che trovo invece è il suo tesoro spurgato in pagine di carta dozzinale. E se mi accade di non riuscire a capire perché sono su questa terra e non tra le stelle sempiterne o non trovo il modo di elaborare l’essenza della mia vita (e mi succede spesso) quello che faccio non è altro che rintanarmi nelle sue storie. IL PONTE resta la mia preferita, perché un ponte, una volta costruito, non può cessare di essere ponte, senza precipitare.E quando nacque la sorellina di Francesco, io e lui decidemmo il nome: Milena.

Cosimo Argentina

Cosimo Argentina è nato a Taranto nel 1963, insegna diritto in Brianza, ha esordito nella narrativa nel 1999 con Il cadetto (Marsilio). Tra i dodici libri pubblicati ci sono Vicolo dell’acciaio (Fandango- 2010), Beata Ignoranza ( Fandango 2009), Per sempre carnivori (Minimum Fax 2012) e l’ultimo, L’Umano sistema fognario (Manni 2014).

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One thought on “Cosimo Argentina e il suo amore per Kafka

  1. Bella questa confessione sul suo santino. Probabilmente ogni scrittore ha il proprio.
    I lettori di sicuro: se non è una foto , è un libro (Lo straniero), se non è un libro è un’immagine ( la sua perenne sigaretta in bocca), se non è un’immagine, è un’incipit: ” oggi la mamma è morta . O forse ieri, non so.”

    Mi piace

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