Sulla morte della filosofia

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“Io cerco per sapere, non per avere un’opinione”. (Agostino, Soliloqui)

 Si tenga presente l’arte che è all’uomo più nobile, quella del pensiero contemplativo, un muto continuarsi di immagini osservanti, molto vicine alle idee semplici del caro Locke, che traducono una pura visione in un’idea della stessa completamente finita, granitica. Io contemplo il mio pensare e in nulla lo identifico, eppure il mi atto non costituisce alcunché di vicino alla filosofia. Qualsivoglia io penso, difatti, è talmente lontano dalla filosofia da essere ad essa quasi contrario. Esistono, in verità, due diverse filosofie che animano il mondo: una meramente antropologica e l’altra totalmente ulteriore all’uomo, che potremmo chiamare, per miseria grammaticale, meta-filosofia. Ora, possiamo affermare con certezza che la prima dalla notte dei tempi ha ammazzato la seconda e vestita con gli abiti della vittima per essa si è spacciata. Un assassinio inevitabile, perché ciò che all’essere razionale è altro e ulteriore, è a questo fonte di dispiacere. Ecco la morte della filosofia, dove esistono pensiero e idea non può esistere alcuna ulteriorità. Dov’è che si anima la lama leggera della morte? Nell’uomo, nel suo pensiero. Tutto ciò che chiamiamo filosofia, non è che mera saggistica del pensiero, della voce, dell’inchiostro e persino il dialogo e il dubbio non sono che aborti della Verità. Cosa farsene di questa? Utilizzarla come mezzo per nessuno scopo, tranne quello del viaggio. Io amo e cerco, perché lo faccia non so, per arrivare in quale luogo, per raggiungere quale meta, mi immolo all’ignoranza, eppure presuppongo una fine che sia il vortice di tale viaggio, poiché ammettere la fermezza in una realtà che non sia quella dell’arte è puramente un errore. Da tempo hanno smesso, gli uomini, la ricerca del Principio di Natura, il soffio che ha dato il muoversi delle cose, forse perché’ impigriti da scienza e religione (nemiche da sempre della filosofia), o forse perché delusi dall’introvabile universalità che non abita alcun luogo. Desiderosi di conoscenza gli uomini che utilizzano la Verità come fine si ammazzano all’inizio del percorso. Pregheremo anche per loro.

 Dalla filosofia empirica (perché antropologica) di cui da sempre si sono vestiti gli uomini, anche i più rispettabili, è in vita ognuna delle cose, ma non può essere l’unica e dirsi tale, poiché una filosofia che anche solo si dica, si getta tra le fauci d’un paradosso mai contingente. Non è, caro Socrate, caro Platone, nella scrittura l’errore, ma nel pensiero, che ha universalizzato gli atti filosofici, mutandoli in pensabili. Io non penso alla meta-filosofia, bensì al suo simulacro, al suo assassinio. Può fuggirsi l’errore? Certo, si deve, anzi, ma bisogna concepire un pensiero altro da quello umano, bisogna fuggire da noi stessi, tornare ad Anassimandro, all’idea di un illimitato di cui non siamo altro che imperfezione, un indefinito pensiero non pensato, totalmente ineffabile, inimmaginabile, molto più vicino al nulla che al vuoto. Se c’è un Dio generatore, è nullo, non contiene in se’ costituzioni ne’ umane, ne’ inumane, è non-buono, non-bello, non-generatore; se c’è un Dio, ci ha generato non generandoci, lasciando al paradosso qualsiasi nostra preghiera, e se da Esso discendono la meta-filosofia e la filosofia antropologica (generata dall’intelletto) allora è totalmente lontano dalla ricerca. Come si può vivere nel nulla, sentire il nulla, trovare il nulla?

Vero è che nello zero illimitato è lo spazio confinato dalla penna, e che noi siamo il confine e l’abissale nulla è quello spazio, eppure noi chiamiamo il Principio con diversi nomi, siamo tesi ad esso, lo aneliamo come Verità. E’ questo che ha definitivamente impigrito i filosofi della Natura, la ricerca finalizzata al ritrovamento, come gareggiassero in una lotta eterna, come se sapessero cosa farci con la Verità, una volta ritrovata. Essa esiste in quanto appercepita nell’uomo stesso, e come tale assume proteiformi vesti, è una donna, un uomo anziano, un bimbo deforme, ma non è mai l’Uno inconoscibile da cui discende. Essa, che chiameremo Ulteriore Fine Dell’Uomo, ha assunto durante il susseguirsi dell’antropologia storica (perché quando parliamo di storia non parliamo del tempo, ma dell’uomo), diverse forme: è stata Principio, poi Essere, poi Dio, poi Atomo, poi Monade, poi Verità, poi ancora Amore. Cos’è allora? Tutto e nulla, Tutto in nulla, nient’altro che un vortice per la tensione dell’individuo, che ha creduto, meschino, che bastasse un pensiero benvestito per arrivare ad essa. Ma il pensiero è una parola della mente e la parola fugge come fuggiamo noi alla vita, l’uomo ha ammazzato quella che era filosofia ulteriore con il proprio pensiero finito e la modernità le ha dato il colpo di grazia. Nessun rimorso? Nessuno, dall’inizio dei tempi, eppure i saggi continuano a dirsi sapienti, ma io sono insignificante e cammino per camminare.

Antonio Iannone

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