Non dimentichiamo anche Bufalino

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Ho visto Gesualdo Bufalino per la prima volta in un’intervista televisiva in una di quelle pigre mattine di Rai Tre che un tempo si usavano per motivi rispettabili. Era morto da pocoe io, ahimè, nella mia ignoranza di universitario svogliato, non sapevo chi fosse quell’uomo. Dritto sulla sua sedia parlava di sé, della letteratura, del mondo. Eppure sembrava non parlasse di nulla di tutto questo. Sembrava soltanto e semplicemente che parlasse. E che le parole uscite dalla sua bocca con impensabili ikebana di suoni, bastassero a loro stesse: che esistessero cioè, non tanto per veicolare un messaggio, non tanto come strumento al servizio di un senso, ma piuttosto per una misurata e sottilmente divertita ostensione di sacralità.

Era una cosa che non avevo mai visto e che subito catalizzò la mia attenzione. Appena l’intervista finì, uscii a comprare Diceria dell’untore. Ricordo che lessi le prime pagine già in libreria, con una trepidazione infantile, inedita per me. Giunto alla fine del sogno che apre quel romanzo – O quanto tutte le notti – per pigrizia, per avarizia – ritornavo a sognare lo stesso sogno – avevo la sensazione netta di trovarmi di fronte a qualcosa che non avevo mai immaginato, e che percepivo innegabilmente come bellissimo. Mi accorsi soltanto poco dopo che non avevo capito nulla di quello che avevo letto. Non avevo capito il contenuto, ma avevo provato quasi un piacere fisico, il piacere che solo la musica – l’arte dionisiaca per eccellenza – era capace di darmi.

La prosa di Bufalino non è una prosa gaddiana, non si fonda sul conflitto, non cerca la contraddizione rivelatrice di senso, la prosa di Bufalino è semplicemente musica, musica che tutto unisce, che tutto rende armonico. Così l’ossimoro, la figura retorica alla quale spessissimo ricorre – L’amaro miele, Argo il cieco, sono titoli di alcuni suoi libri – rappresenta soltanto la più alta e autoironica sfida di unità melodiosa tra le parti. Ne consegue che l’autore comisano, che non usa le parole per veicolare un messaggio, sia inevitabilmente, assolutamente rinchiuso nella sua solitudine. Una solitudine avuta un po’ per diritto di nascita – isolitudine, chiamava la sua sicilianità –, un po’ per una ricercata e ostentata claustrofilia.

Così, quel preside di un liceo di Comiso avrebbe preferito diventare uno scrittore postumo, e parlare da un altro mondo – come un personaggio di Qui pro quo – ai suoi lettori, ma non gli riuscì, pare, per un gesto di galanteria nei confronti di Elvira Sellerio (complice Leonardo Sciascia che diventò suo grande amico).

Felicità del bambino punito, racconta nell’Uomo invaso, è quella di chiudere la porta dietro di sé ed essere finalmente inevitabilmente soli. Così resta la memoria e la possibilità di farla rivivere con le parole, coi suoni, con una musica privata e segreta. Messo ai margini dalla storia, quando si ammalò di TBC durante la guerra e fu rinchiuso in un sanatorio palermitano, chiuse dietro sé la porta della sua stanza e scrisse l’indimenticabile, funerea, orfica Diceria dell’untore. La storia di un uomo malato, del suo innamoramento terrestre e celeste, delle meccaniche che muovono la vita e la morte, di sinistri pupari che giocano con le nostre salme viventi. Da quando fu pubblicato, quarant’anni dopo quell’esperienza, la letteratura italiana ha avuto uno scrittore in più, e Bufalino è stato meno solo. Suo malgrado.

Alessandro Cinquegrani

Alessandro Cinquegrani (1974) è ricercatore di Letteratura comparata all’Università Ca’ Foscari Venezia. Collabora con L’Indice, FuoriAsse, Scenari, Filmcronache. Ha pubblicato il romanzo Cacciatori di frodo (Miraggi 2012, finalista al Premio Calvino, candidato al Premio Strega) e i volumi di critica letteraria La partita a scacchi con Dio. Per una metafisica dell’opera di Gesualdo Bufalino (Il Poligrafo 2002, Premio Bufalino), Solitudine di Umberto Saba (Marsilio 2007, Premio Promozione ricerca del CNR), Letteratura e cinema (La Scuola 2009, Menzione speciale al Premio Efebo D’Oro).

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