Aforismi di un poeta svogliato (ma laureato)

ZEICHEN

Valentino Zeichen è un poeta troppo sopravvalutato. Non è un caso se alcune sue opere sono state pubblicate nello Specchio mondadoriano, storica collana di poesia, e una volta anche prestigiosa, nella quale oggi pubblicano poeti (e mi riferisco soprattutto agli italiani) che non hanno molto da dire.

Qualche anno addietro, stroncando molto volentieri Neomarziale, uscito appunto ne Lo Specchio, parlai di Zeichen  come di un poeta (?) che racconta occasioni e situazioni senza mai entrare nel cuore delle cose, il suo verso descrive soltanto quello che accade. Una poesia incolore che rende la vita una faccenda antiemotiva e priva di sensazioni.

Zeichen con quella raccolta si confermò un poeta dalla vena occasionale. Questo descrivere alla lettera le cose e le azioni del quotidiano fa della sua poesia una sequenza completamente morta di parole che serve soltanto a riempire pagine bianche. Valentino Zeichen, ancora oggi, non crede nella funzione affermativa della poesia, non ritiene opportuno scavare nelle ragioni intrinseche della parola poetica, cosa più grave non vuole ispirarsi alla follia di vedute passionali per inventare emozioni in grado di catturare i lettori.

Il poeta (?) è riuscito anche a rovinare la nobile arte dell’aforisma. Nel 2010 Zeichen dà alle stampe Aforismi d’autunno (Fazi editore, pagine 167, 15 euro), una cattiva copia di uno zibaldone in cui il poeta (?) si cimenta con la folgorante brevità dell’aforisma. Il risultato è davvero deludente, ma è allo stesso tempo la conferma della scrittura insignificante e minimalista di Zeichen che non riesce ancora una volta ad andare oltre la superficie delle parole.

A cosa serve scomodare le intuizioni che pugnalano tipiche dell’aforisma se non si riesce a scalfire il proprio tempo con la ricchezza di poche parole? Praticamente a nulla. Nel caso di Zeichen l’aforisma è un vuoto esercizio di stile, un pretesto per realizzare un narcisistico atto di scrittura. “Si lima le ossa / delle unghie / sul mio cuscino”;  “Nel frattempo si annida la polvere / sul nodo scorsoio della cravatta”; “ I poeti subacquei s’immergono / nel torbido dell’interiorità / mentre la profondità galleggia / nella superficie del linguaggio” .

Questi pochi frammenti rendono perfettamente l’idea di una scrittura arida e volutamente incapace di esprimere qualcosa. Nella bandella si legge che Zeichen ha scritto questi aforismi in forma di poesia “pensando ai cambi di colore della natura in autunno,a metafora di una condizione esistenziale, trae ispirazione dalla profondità di Karl Kraus, dall’eleganza di Oscar Wilde, nonché dalla raffinata leggerezza di Ennio Flaiano”.

Cari amici di Fazi, forse avete esagerato un po’. Leggere per credere. Oscar Wilde: “L’opinione pubblica esiste laddove non ci sono idee”. Karl Kraus: “Che tortura questa vita in società! Capita che uno sia così premuroso da offrirmi del fuoco e allora, per essere premuroso con lui, mi devo tirar fuori di tasca una sigaretta”. Ennio Flaiano: “Ho un solo motivo di consolazione. Si crede comunemente che gli stupidi sodalizzino. Non è vero. Nessuno odia e disprezza tanto uno stupido quanto un altro stupido. Se così non fosse… ma il guaio è che siamo tanti”.

Non c’è nient’altro da aggiungere. Zeichen non ha la profondità di Kraus, nemmeno l’eleganza di Wilde, la raffinata leggerezza di Flaiano neanche lo sfiora. Infatti, in uno dei suoi aforismi autunnali, egli si definisce un poeta svogliato che non vuole più saperne di scrivere, e ha bloccato l’emorragia dell’inchiostro con la matita emostatica. A questo punto è lecito chiedersi perché Zeichen continua a scrivere poesie e aforismi.

Nicola Vacca

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