La rabbia anarchica di Luciano Bianciardi

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Luciano Bianciardi ha attraversato il mondo culturale italiano del secondo Novecento con rabbia, intelligenza, onestà intellettuale. Tre caratteristiche che hanno fatto di lui uno scrittore libero che non è mai sceso a compromessi con il mondo editoriale che lo ha accolto e poi lo ha respinto.

Di Luciano Bianciardi si può dire che ha attraversato il potere culturale senza mai esserne sedotto.

La sua «Trilogia della rabbia» ancora oggi rappresenta l’atto d’accusa alla nevrosi quotidiana del mondo editoriale schiacciato dai suoi stessi giochi di potere e dalle compromissioni con  scelte che nulla hanno a che fare con la letteratura e la cultura.

«Il lavoro culturale», «L’integrazione» e «La vita agra», i tre romanzi che compongono il mosaico di Bianciardi, oggi più di ieri fotografano la decadenza del mondo editoriale troppo occupato a giocare con il clientelismo del marketing  e del marchettificio.

Dai tempi di Bianciardi la situazione è peggiorata, eppur di molto.

Ne «La vita agra» di legge: «La verità è che le case editrici sono piene di fannulloni frenetici : gente che non combina  una madonna dalla mattina alla sera ma che dà l’impressione – fallace – di star lavorando. Si beccano persino l’esaurimento nervoso».

L’ironia corrosiva e anarchica di Bianciardi è davvero profetica.

Uomo libero e scrittore determinato, come Pasolini aveva intuito la deriva  con trent’anni di anticipo.

Non rinunciò mai alle sue idee e nel suo lavoro intellettuale scelse sempre il richiamo della  coscienza lasciando ai posteri un’autentica lezione morale: non barattare mai la propria arte con i compromessi,  non svendere mai la dignità, non tradire la scrittura e la vita, che poi sono la stessa cosa, per farsi addomesticare da un sistema che vuole solo comparse e non menti pensanti.

Bianciardi con onestà intellettuale e coraggio ha raccontato i deteriorarsi della del suo tempo tra i progetti infondati di rivoluzione culturale del dopoguerra e le ugualmente infondate convinzioni del benessere economico.

Oreste Del buono così scrisse di lui: «Bianciardi costituiva uno scandalo per la letteratura e la cultura italiana in genere. Uno scandalo discretamente ingombrante con il quale non si aveva  molta voglia di fare i conti. Luciano è stato uno dei pochi arrabbiati italiani sinceri. Arrabbiati per che cosa? Via non siamo ingenui. Non c’è che l’imbarazzo della scelta».

Bianciardi non ha mai rinunciato ad aprire il fuoco, anche se la conseguenza fatale della sua vita agra e anarchica è stata l’autodistruzione attraverso l’alcol, che lo porterà alla morte, il 14 novembre 1971.

Anche se in letteratura non sempre il tempo è galantuomo, le parole e le amare riflessioni di Luciano Bianciardi leggendole oggi sono attualissime e profetiche. Il mondo editoriale, e non solo quello, che lui ha corrosivamente dipinto è qui in mezzo a noi con tutte le sue brutture.

Nicola Vacca

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2 thoughts on “La rabbia anarchica di Luciano Bianciardi

  1. La citazione :”La verità è che le case editrici ecc.” fa parte di una Lettera indirizzata a Mario Terrosi il 23 maggio 1960 e non di La vita agra. Per il resto sono d’accordo con te.

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