C’è del marcio nella poesia italiana

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Seminari sulla poesia, accademie della poesia, centri di poesia, linee lombarde e perpendicolari romane, consorterie della poesia, sedicenti guru della poesia che elaborano un «pensiero dominante» da dare in pasto alla corte di adulatori che sbavano ai loro piedi. Anche questa è la miseria intellettuale di un’Italietta in cui la cosiddetta categoria dei «poeti laureati» assassinano la poesia.

I«poeti laureati» si esibiscono  nei salotti e ovunque l’audience sia di casa. Sempre gli stessi nomi utili a incentivare  una baronale egemonia culturale. Questo  è il male diffuso che compromette  lo stato della poesia contemporanea e il suo ruolo culturale e sociale.

Questa situazione è soprattutto incoraggiata anche dalle complicità conniventi e di scuderia  del mercato editoriale  con alcuni grossi nomi della poesia contemporanea,  i soli che riescono a vivere di quello che scrivono.

Gli assassini della poesia si riuniscono in conventicole  e si parlano addosso creando veri e propri centri di potere culturale che detengono  promuovendo soltanto gli adepti alla loro scuola. Alla fine si trovano, grazie alla complicità di una potente e facoltosa lobby editoriale,  a stabilire le regole: seguendo i dettami di un sinistro manicheismo impongono al mercato della cultura  il loro verbo (dopo di noi nella poesia il diluvio) e tutto quello che non rientra nella loro scuola è  non poesia che  va ignorata e snobbata. «Il pensiero dominante» imposto dagli assassini della poesia diventa  la linea ufficiale al di fuori della quale non esiste  nulla di buono. Ma poeti non bisogna esserlo soltanto sulla carta,  poeti si è soprattutto nella vita. Invece qui  gli illusionisti hanno la supremazia.

«Bisogna indicarli gli assassini della poesia – scrive polemicamente  Giuseppe Conte- non sono certo il popolo, i ragazzi e le ragazze, i lavoratori, gli anziani, le persone comuni, ma sono tra i poeti e gli intellettuali stessi almeno tra quelli che vivono di rendita, su vecchie posizioni nichiliste, materialistiche ed eurocentriche, sono fra quei borghesi corrotti, cinici ,conformisti, pigri ,incolti che rappresentano il ventre molle della classe dirigente italiana, sono tra i cultori del trash, sono tra coloro che attaccano e avvelenano la Madre Terra, sono tra i sostenitori di una inedita gerarchia in cui Denaro e Tecnica occupano il primo posto nella scala dei valori».

L’atto di accusa di Giuseppe Conte  punta il dito  contro l’ipocrisia di un certo mondo culturale  del quale  fanno parte anche  quegli intellettuali che amano sulla carta definirsi poeti ma poi nella vita sono soltanto degli astuti calcolatori  a caccia di proficue rendite di posizione.

Gli  assassini della poesia sono numerosi e non agiscono nell’ombra. Tra questi  ci sono sicuramente i poeti della cosiddetta linea lombarda, che ha avuto in Luciano Anceschi il suo padre nobile, presto dimenticato dai suoi epigoni .   Oggi la sua discreta fortuna editoriale, come ha scritto Flavio Santi, è legata al marketing («La linea lombarda , molto pragmaticamente,  ha capito che non basta scrivere capolavori. Bisogna anche  saperli vendere. A volte, se è il caso, anche con l’aiuto di qualche imbonitore».) e alle  «amicizie giuste» tra i critici.

Della poesia arida, oggettiva, fredda, antiemozionale, della poesia delle cose espressa da questa corrente  letteraria  non resterà assolutamente nulla. Ma a questi poeti  interessa il mercato e l’immagine da consolidare attraverso il potere culturale di una critica letteraria e di un mercato editoriale che  divulgano il loro agire a prescindere dalla qualità dell’opera.

Nei poeti  della linea lombarda si percepisce soltanto un anoressico vuoto che finisce per neutralizzare  la capacità di provare qualcosa.

La loro filosofia di azione è il «pensiero dominante» che detiene un potere culturale e detta le linee guida della poesia contemporanea, influisce sulle scelte del mercato editoriale: sono loro a decidere, senza possibilità di replica, chi deve emergere, e chi deve essere  escluso sacrificando quasi sempre quei poeti che scrivono per essere, per premiare coloro che invece scrivono per apparire.Se andiamo avanti così scopriremo che la posta in gioco è l’estinzione della vera poesia.

Ma  in questi ultimi anni, chi  ha veramente ucciso la poesia, nello specifico dei suoi contenuti, sono gli scrittori del cosiddetto  movimento del gruppo ’93, i cui massimi esponenti sono Aldo Nove e Tiziano Scarpa.  Un minimalismo  iperquotidiano  fatto di vuoto e di nulla è il tema principale  della loro linea poetica.  Cosa ce ne facciamo di una poesia alla portata di tutti che esprime l’assenza  di contenuti e soprattutto di un energico sentire? Complice di questa operazione di killeraggio letterario  è il mercato editoriale della grande distribuzione  che contrabbanda per poesia  quella divulgata di questi autori. Nel rifiuto assoluto di tutto quello che li ha preceduti, tradizione letteraria compresa, propongono nei loro libri versi scritti solamente  per rappresentare un edonismo senza valori, unico elemento rappresentativo della loro intera opera.

Il vero omicidio della poesia  è il contrabbando. Contrabbandare per nuova esperienza poetica un operazione commerciale  che impone al pubblico dei lettori un prodotto piuttosto che un’autentica opera letteraria. Questa subcultura imposta dal potere culturale è diventata il punto di riferimento della già maltrattata  poesia contemporanea.

Gli assassini della poesia  sono presenti non solo tra  i poeti. Ma la rete della loro organizzazione  si estende  soprattutto nell’intero mondo dell’editoria e della comunicazione: li troviamo nelle case editrici , nelle redazioni dei grandi giornali, nei talk-show.

Tutti pronti a usare  il nobile concetto della poesia per promuovere il prodotto effimero della loro immagine.

Sì perché, gli assassini della poesia, che siano poeti  o critici letterari,  credono che anche il senso profondo del pensiero poetante possa essere usato come merce dell’economia di mercato.

Sono numerosi gli assassini della poesia che, nel nome della poesia,  si sono creati profitti e tornaconti personali e magari  hanno scritto dei libri di cui non rimarrà traccia.

La mediocrità del mondo culturale è tutta rappresentata  da  questi signori che amano  riconoscersi in scuole dalle porte chiuse ed elitarie. Consorterie  politicamente orientate composte da intellettuali travestiti da manager, imbonitori e venditori,  servi sciocchi del potere culturale . L’unico obiettivo è  quello di cavalcare le scene di un protagonismo asservito al vuoto effimero che esprimono.

Gli assassini della poesia amano sfilare in ogni dove. Presenzialisti  con la maschera del conformismo, sempre pronti ad  abbracciare il credo prevalente di turno. Non sono altro che  intellettuali asettici di corte che si trovano a loro agio nei reality show insieme ai nani e alle ballerine.

Nicola Vacca

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5 thoughts on “C’è del marcio nella poesia italiana

  1. Buongiorno, mi chiamo Tiziano Scarpa, ho pubblicato tre libri di poesia negli anni 2000: “Discorso di una guida turistica di fronte al tramonto”, “Groppi d’amore nella scuraglia”, e “Nelle galassie oggi come oggi” insieme a Raul Montanari e Aldo Nove. Non ho mai fatto parte del Gruppo ’93 (e nemmeno Aldo Nove), di cui facevano invece parte Marco Berisso, Marcello Frixione, Paolo Gentiluomo, Mariano Baino, Biagio Cepollaro, Lello Voce e Tommaso Ottonieri. La mia ultima serie di poesie l’ho pubblicata in rete, l’anno scorso. Sono le “Poesie scritte dalle parole”. Eccone un paio a cui sono particolarmente affezionato:
    http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/spip.php?article2448
    http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/spip.php?article2460
    Forse l’autore di questo articolo voleva fare uno scherzo di Carnevale.
    Un caro saluto amichevole, viva la poesia
    Tiziano Scarpa

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