Buon compleanno Vanni

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(L’8 febbraio 1934 nasce Vanni Scheiwiller. Un uomo, un editore e un poeta che ha dato molto alla cultura italiana. Oggi avrebbe avuto 81 anni. Sono davvero onorato di ospitare un ricordo di Vanni scritto da Marina Bignotti che per molti anni è stata la sua più stretta e preziosa collaboratrice)

Chi era Vanni Scheiwiller? Lascio questo compito alla scheda che ho predisposto, una breve biografia dove sono indicate le notizie essenziali, ma per parte mia posso dire: Vanni Scheiwiller era un poeta-editore, un grande piccolo editore, un brillante intellettuale, per me un maestro.

Vorrei in questa occasione, oggi 8 febbraio sarebbe stato il suo ottantunesimo compleanno, raccontare della mia esperienza con lui, di come lavorava, dei suoi molti amici, insomma tentare di farne un ritratto umano.

Il mio primo giorno alla Libri Scheiwiller, non ancora ventenne, fu il 1° aprile del 1981. Presentandomi in via Sacchi 3 a Milano – la sede era in un palazzo di fine Settecento e gli uffici erano un open space; più tardi avrei saputo che era la sede della galleria Transart di Sigfrido Amadeo –, tra me e me pensavo: 1° di aprile, non sarà un “pesce d’aprile”…, uno scherzo? Già, uno scherzo durato venticinque anni, di cui diciotto anni sei mesi e sedici giorni accanto al più grande dei piccoli editori.

Vanni era molto divertito all’idea che il mio primo giorno coincidesse con il “pesce”: il suo “pesce d’oro”!

Quando arrivai, era evidente che la Libri Scheiwiller era fresca di trasloco, la mia postazione – non avevo una scrivania bensì un’asse posta su due cavalletti, vicina all’antibagno – era circondata da scatole contenenti di tutto: corrispondenza di anni, né suddivisa né tanto meno archiviata, appunti, annotazioni, contratti con autori, lettere personali di Vanni, suoi giustificativi di spese di viaggio, articoli, libri, manoscritti preziosi e non, insomma di tutto un po’. Mi resi subito conto che il lavoro non mi sarebbe mancato.

Il secondo giorno ero alle prese con la scrittura di Vanni: un articolo su Filippo de Pisis. La sua firma era un ideogramma formato dalle sue iniziali, V.S., e da un pesce stilizzato che col tempo aveva imparato a disegnare in un solo tratto (ne sono sempre stata affascinata). Negli anni ho avuto modo di ricevere moltissimi pesci da Vanni: alcuni piangevano, quando c’era qualche problema in casa editrice; altri “gridavano” S.O.S., quando occorreva concludere con urgenza qualcosa; pesci di corsa; pesci di ringraziamento, in questo caso erano sempre almeno un paio, sorridenti. I suoi pesciolini, tracciati sulle amate schedine color giallo girasole, me li trovavo dappertutto sulla scrivania, appiccicati alla lampada da tavolo, inseriti in un libro, o alla fotocopiatrice, una piccola caccia al tesoro mattutina. Quando era in viaggio, e accadeva di frequente, mi mandava dei fax con appunti di lavoro e immancabilmente il pesce ricompariva.

Vanni viaggiava spesso, sempre accompagnato dalla sua borsa colma di tutto, non mancava mai il foglio di carta carbone che gli serviva per gli impegni contrattuali con gli autori, stilati a mano, con la sua scritturina minuta, in duplice copia. Spostamenti da una città all’altra, dall’estremo nord all’estremo sud d’Italia, per visitare degli autori, o per riunioni, o presentazioni di libri, o per partecipare alla giuria di qualche premio letterario, o semplicemente per vedere una mostra. Riusciva a fare viaggi faticosissimi – prendendo il treno all’alba o viaggiando tutta la notte – che trovava riposanti perché gli consentivano di lavorare a ciò che più lo interessava senza l’interruzione dell’amato-odiato telefono; conosceva a menadito Il Treno, il librone dell’orario dei treni e ne sapeva molto di più lui di treni e coincidenze dell’agenzia di viaggio che gli emetteva i biglietti.

Alcuni viaggi li ho fatti anch’io; nel giugno 1981 fui coinvolta in un’emergenza: in casa editrice stavamo per uscire con due libri per la Fondazione Primo Conti di Fiesole: Futurismo, dadaismo e metafisica di Filippo de Pisis e Il sogno meccanico di Alberto Savinio. Sarebbero stati presentati la sera del 18 giugno nell’ambito di una mostra. Vanni era a Fiesole, alla Fondazione, alle prese con l’allestimento dell’esposizione e il libro di Savinio era tutt’altro che pronto. Come spesso accade in editoria, il tipografo era in ritardo e solo il 18 mattina i libri sarebbero stati ultimati: ovviamente la consegna a Fiesole in giornata era impensabile. Così, su richiesta di Vanni – pieno di scuse, mentre io ero felice e emozionata per il mio primo incarico “salvifico” –, nella tarda mattinata del 18 giugno, armata di un pesante pacco contenente parecchie copie del Sogno meccanico partii “in missione” diretta a Fiesole. Arrivai alla sede della Fondazione in un caldo pomeriggio di primavera inoltrata. L’edificio era circondato da uno splendido giardino e tra i cipressi si vedeva tutta Firenze. In questa magnifica cornice, l’atmosfera era magica. Vanni mi presentò al grande Primo Conti: una figura che mi parve anch’essa magica, vestita di bianco con i lunghi capelli pure bianchi.

Degli anni trascorsi in Scheiwiller molte sono state le occasioni d’incontro con grandi personaggi: poeti, scrittori, pittori, scultori, musicisti; quando Vanni era a Milano in casa editrice c’era un continuo via vai di persone. Non ho qui lo spazio per elencarli tutti, ne cito solo alcuni.

Vittorio Sereni: sin da ragazzina ho amato la sua poesia Via Scarlatti; incontrandolo la poesia si faceva carne e ossa, e ogni volta che quell’uomo bello e gentile, dallo sguardo dolce, arrivava in casa editricemi emozionava.

Giovanni Raboni: una figura di grande fascino, magnetico, i capelli candidi incorniciavano il viso ancora giovane, sapeva essere di una gentilezza squisita con chiunque ed era bello lavorare con lui.

Leonardo Sciascia, di passaggio a Milano, venne a trovare Vanni accompagnato dallo stampatore Franco Sciardelli. Gli fui presentata e… Il giorno della civetta si fece realtà. Ancora oggi di quell’incontro ricordo, oltre alla mia emozione, gli occhi di brace di Sciascia, acuti e languidi.

Giovanni Giudici era una persona “sempre di corsa” che spesso si palesava in casa editrice per un “saluto al Vanni”.

Francesco Messina chiamava spesso in casa editrice per parlare con Vanni, che era sempre in giro, e io facevo da tramite. Lo scultore volle regalarmi una sua litografia e per l’occasione un sabato pomeriggio venni invitata a casa Messina per un tè. Trascorsi delle ore piacevoli con Francesco e la figlia Paola; a un certo punto Paola, che ben conosceva suo padre, disse: «Papà, Marina sarebbe un bel soggetto per una medaglia, con tutti questi capelli ricci». Messina mi guardò con i suoi occhietti furbi e tuonò: «Macché medaglia e medaglia… qui ci vuole un bel bustino! Verresti a posare per me?». Mi sentii avvampare e confusa risposi: «Non so… il lavoro… Vanni…». In qualche modo me la cavai e il lunedì raccontai il tutto a Vanni che si divertì da morire e mi narrò dei trascorsi del Maestro, chiuso per giorni e giorni nello studio con Sandra Milo o altre modelle. Non se ne fece nulla, ma per anni, non appena se ne presentava l’occasione, maliziosamente Vanni si divertiva a ricordarmi: «Eh sì, un bel bustino!».

Grande festa quando in casa editrice arrivava il pittore Gianluigi Giovanola, persona spiritosa, gentile e lieve, un po’ stralunata, che per Vanni provava un affetto profondo e contraccambiato. La sua presenza metteva allegria e prima di ripartire per Roma, immancabilmente, faceva omaggio dei suoi cavallini personalizzati; ne ho ancora qualcuno.

A Dante Isella devo il mio rappacificamento con il dialetto, dopo averlo ascoltato con ammirazione leggere, in casa editrice, Tommaso Grossi e le poesie di Carlo Porta.

Alda Merini, il più importante e intenso degli incontri, la poetessa che più ho amato e seguito anche dopo la morte di Vanni, un sodalizio che è durato, a fasi alterne, per ben ventisei lunghi anni.

I nomi di Ezra Pound, Clemente e Roberto Rebora, Cesare Angelini, Ennio Flaiano, Cristina Campo, Antonio Delfini, Antonio Pizzuto, Lucio Piccolo, e.e.cummings, Camillo Sbarbaro, Luciano Erba, Daria Menicanti, Carlo Emilio Gadda, Giorgio De Chirico, Adolfo Wildt, Mino Maccari, Biagio Marin, Enrico Pea, Alberto Savinio, Stelio Crise, Fulvio Tomizza, Wisława Szymborska, Attilio Bertolucci, Italo Calvino, Giuseppe Pontiggia, Giorgio Manganelli, Primo Levi… mi erano tutti così familiari, neanche fossero dei parenti, grazie ai molti racconti di Vanni o, per alcuni di loro, a qualche telefonata o incontro, ma il più delle volte per aver tenuto fra le mani i “tesori dell’archivio Scheiwiller”: lettere, poesie, manoscritti, inediti, bozze, disegni, incisioni, sculture, o altro. Ero circondata da queste “care grandi ombre” – rubo questa definizione a Francesco Messina – e gli anni trascorsi in redazione sono stati quanto di più elettrizzante abbia mai vissuto: i più grandi nomi del Novecento erano lì.

Vanni lavorava tantissimo e anche tutti i suoi collaboratori, o meglio collaboratrici – le “Vanni-tose”, come ci chiamava –, ma è sempre stato in grado a fine giornata di ringraziare per il lavoro svolto. La sua giornata iniziava presto, alle 7 del mattino incontrava il tipografo e amico Giorgio Lucini per studiare la lavorazione dei vari libri e proseguiva a ritmo serrato fino a tardi. Il continuo squillo del telefono ci faceva impazzire.

Nel lavoro con Vanni i momenti più belli erano per me quelli della creazione di un libro; seguivo con lui anche i progetti che facevamo per le banche e sono sempre rimasta affascinata dalla sua abilità nel trasformare anche poche notizie in un progetto compiuto, frutto di conoscenza, di quel sapere radicato nel suo dna, della genialità delle soluzioni che sapeva trovare. I suoi libri lo dimostrano. Ogni volta erano per me occasioni di arricchimento ed emozione.

Con Vanni ho sempre avuto una buona intesa, lui amava scherzare, mi innervosiva solo la sua proverbiale distrazione. Un giorno in casa editrice era riuscito a fissare ben quattro appuntamenti tutti alla stessa ora, così cercammo di suddividere gli ospiti nelle varie stanze. Per ragioni di lavoro dovevo assentarmi e prima di uscire dissi a Vanni: si ricordi che nella stanza in fondo c’è il signor xy. Di ritorno due ore dopo, Vanni stava per uscire a sua volta e gli chiesi: «Ha parlato con XY?». Se ne era completamente dimenticato e l’ospite stava ancora in attesa nella stanza.

Altro aspetto negativo del suo carattere: il suo disordine, la scrivania quasi completamente coperta da pile di cartelline colorate, ne consumava tantissime, così alte che spesso non si riusciva a vederlo seduto dall’altro lato; ma non solo, anche la libreria alle sue spalle era stracolma, e quando occorreva cercare qualcosa nella sua stanza era veramente un’impresa.

Quando Vanni amava un’idea, un progetto, una causa, era imbattibile; animato dal sacro fuoco andava dritto verso la meta nonostante tutto e tutti. Difendeva a spada tratta i suoi autori, i suoi amici, anche di fronte all’evidenza. Amava il bello in tutte le sue forme e manifestazioni, il bel carattere tipografico, la carta, l’illustrazione, dotato di un gusto e raffinatezza innati.

Sapeva voler bene, ma a modo suo. Ricordo che un giorno non mi era stato possibile andare a lavorare perché la sera prima ero caduta da una scala e al pronto soccorso mi era stato prescritto qualche giorno di riposo. Avvertii le mie colleghe e pensai che forse Vanni, distratto com’era, non si sarebbe nemmeno accorto della mia assenza. Dovetti ricredermi; a metà mattina lo squillo del telefono e la voce di Vanni che diceva: «Pronto, parlo con Pico della Mirandola?». Dolorante e un po’ confusa, pensai: ecco, è talmente distratto che avrà pensato di chiamare qualcun altro di cui non ricorda il nome e gli è venuto Pico della Mirandola… Risposi: «Buongiorno, sono Marina». Scoppiò in una risata fragorosa e mi disse: «Ma lo sa che Pico della Mirandola dopo una caduta fece una grande scoperta, e pure Edison dopo una caduta scoprì la lampadina? Allora, Marina, come sta?».

Questo era il suo modo di essere vicino, con affetto e lievità.

Marina Bignotti

Vanni Scheiwiller nasce a Milano l’8 febbraio 1934. Il nonno materno era lo scultore Adolfo Wildt (1868-1931), quello paterno Giovanni (1858-1904) che, giunto a Milano intorno al 1880 dal Cantone di San Gallo nella Svizzera tedesca, fu uno dei primi collaboratori di Ulrico Hoepli. Il padre, anch’egli Giovanni (1889-1965), assunto da Hoepli, diventa in seguito direttore della libreria; nel 1925 avvia un’autonoma attività di editore d’arte e letteratura, creando nel 1936 la sigla editoriale «All’Insegna del Pesce d’Oro».

Nel 1951 Giovanni propone al figlio diciassettenne, che accetta con entusiasmo, di continuare la sua attività editoriale. Vanni, laureatosi in lettere all’Università Cattolica di Milano nel 1960 (con una tesi su Alberto Savinio e/o il surrealismo italiano), si concentra inizialmente sulla poesia, dando vita alla collana «Acquario», allargando poi i suoi interessi alla prosa e alle arti figurative. Nel 1962 riprende la collana «Arte Moderna Italiana» e inaugura le collane «Proposte» e «Documenti d’Arte Astratta». Fra i suoi autori figurano i più importanti scrittori e artisti italiani e stranieri del Novecento: Eugenio Montale, Clemente Rebora, Camillo Sbarbaro, Angelo Barile, Corrado Govoni, Alfonso Gatto, Sandro Penna, Vittorio Sereni, Luciano Erba, Giovanni Raboni, Romano Bilenchi, Manlio Cancogni, Antonio Pizzuto, Goffredo Parise, Elio Vittorini, Cristina Campo, Gavino Ledda, Alda Merini ecc.; Ezra Pound, Jorge Guillén, Seamus Heaney (Nobel 1995), Czesław Miłosz (Nobel 1981), Wisława Szymborska (Nobel 1996) ecc; Carlo Belli, Vincenzo Agnetti, Fausto Melotti, Pietro Consagra, Francesco Messina, Jerzy Panek, Katarzyna Kobro, Kengiro Azuma, Ho Kan ecc… I suoi interessi si ampliano sempre più e spaziano in vari campi: dalla poesia alla prosa e all’arte italiana e straniera, alle culture orientali, all’archeologia.

A partire dal 1977 dà vita alla nuova sigla editoriale «Libri Scheiwiller» che gli permette di proporre e realizzare, grazie al mecenatismo bancario, rinomate collane di volumi monumentali (tra cui «Antica Madre» e «Civitas Europæa» per il Credito Italiano e «Gli Stranieri e l’Italia» per il Banco Ambrosiano Veneto).

Oltre che editore, è stato giornalista e acuto critico d’arte. Dal 1969 al 1978 ha collaborato con continuità, come cronista d’arte, a «Panorama», «Il Settimanale», «L’Europeo», e più tardi, saltuariamente, con «Il Giornale» di Indro Montanelli; dal 1985 fino alla morte ha tenuto la rubrica Taccuino per l’inserto domenicale de «Il Sole 24 Ore». Alla sua attività editoriale sono state dedicate varie mostre (Roma 1974; Parigi 1978; Milano 1983; Reggio Emilia 1986; Mosca 1987; Lugano 1990; Cracovia 1991; Varsavia 1994; New York 1996). Scheiwiller ha ottenuto nel 1993 il Premio Nazionale per la Traduzione, riservato agli editori; nel 1995, insieme alla moglie, la pittrice polacca Alina Kalczyńska, il premio della Société Européenne de Culture; infine, nel 1998, il Premio alla Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Muore improvvisamente a Milano il 17 ottobre 1999.

Dopo la sua morte vari studi hanno iniziato a mettere in luce anche il suo carattere di intellettuale originale e incisivo, grande scopritore di talenti e autore di testi importanti, come dimostrano i volumi collettivi Per Vanni Scheiwiller (Libri Scheiwiller 2000); Le Venezie di Vanni Scheiwiller (Libri Scheiwiller 2002); Venezia per Giovanni e Vanni Scheiwiller («Quaderni Veneti», giugno 2003); All’amico editore. Dediche a Vanni Scheiwiller (All’Insegna del Pesce d’Oro 2007); Libri d’artista. Le edizioni di Vanni Scheiwiller (Mart 2007); Vanni Scheiwiller uomo intellettuale editore di Giancarlo Ferretti (Libri Scheiwiller 2009); I due Scheiwiller (Università degli Studi di Milano-Skira 2010); Giovanni e Vanni Scheiwiller Editori. Catalogo storico 1925-1999, a cura di Laura Novati (Unicopli 2013).

Nel 2006 l’archivio completo di Vanni Scheiwiller – che comprende anche quello del padre Giovanni – è stato acquisito dal Centro Apice, Archivi della Parola dell’Immagine e della Comunicazione Editoriale, dell’Università degli Studi di Milano. L’archivio Scheiwiller consta di due corpi distinti: il Fondo Giovanni Scheiwiller che copre un arco di tempo compreso tra il 1902 e il 1965, e quello di Vanni dal 1951 al 1999. Il Fondo Scheiwiller è sicuramente uno dei più importanti archivi del Novecento, grazie al quale si avrà la possibilità di chiarire e/o modificare la conoscenza relativa agli scambi intellettuali intercorsi nel secolo appena passato.

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