Un racconto di Roberto Saporito

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(Vesuvius di Andy Warhol)

Mi ha detto di camminare

 

“La malattia è una cosa che hai, non una cosa che sei.”

(David Foster Wallace)

Mi ha detto di camminare. Almeno un’ora, un’ora e mezza, dopo pranzo. Mi ha detto ti fa bene, il tuo organismo ne ha bisogno. Lui, il mio medico, non cammina mai, peserà più di cento chili ormai, lui fuma almeno venti sigarette al giorno, e io devo camminare, io che peserò si e no cinquantacinque, sessanta, ma a esagerare, chili, e sono quasi un metro e ottanta e non ho mai fumato, né bevuto, e mangio poco, e quel poco sano. Però io cammino volentieri e seguo sempre il solito percorso, come un automa programmato, senza allontanarmi troppo da casa. Esco alle tre e alle quattro e mezzo, massimo le cinque, sono di ritorno a casa. Non è che abbia degli impegni, ormai sono in pensione, in pratica non ho niente da fare, ma è un’abitudine e le abitudini col tempo diventano rigidi copioni sempre uguali, cose che bisogna fare per il nostro bisogno di consolazione, anche. Sono sì in pensione, ho appena compiuto settant’anni, ma la mia pensione è miserrima, intendiamoci, colpa mia, versati pochi contributi, e adesso quello che arriva arriva, ma non è con quello che campo, diciamo che negli anni ho accumulato denaro vendendo le mie opere: ah già dimenticavo di dirlo, sono un artista, e anche ben quotato, e in teoria gli artisti non è che vadano in pensione, uno è artista per sempre, o qualcosa del genere. Le mie opere hanno avuto un lento, ma costante, aumento di valore negli anni, e oggi, quelle poche che ci sono sul mercato, se le contendono i collezionisti a prezzi altissimi: sono poche, le mie opere, perché ho sempre lavorato poco, pochissimo. E infatti i due mercanti che hanno tentato di farmi lavorare in maniera costante con uno stipendio mensile e quindi una produzione stabilita in partenza per contratto hanno desistito dopo pochi anni: prendevo lo stipendio, quello sì, ma consegnavo le opere solo quando volevo io, cioè raramente, e per loro troppo raramente. Ma il sistema dell’arte non funziona così, il sistema dell’arte ha delle regole ferree (è un sistema, appunto), e o tu stai alle regole o stai fuori dal sistema, in fondo è semplice. Solo che poi capita che uno come me, restio alle regole, per caso diventi di moda, e che i collezionisti comincino a volere le mie opere al di là del sistema, e a questo punto il sistema ti riviene a cercare e tu diventi prezioso e le regole in qualche modo le fai tu. E la mia unica regola era lavorare poco, lavorare quando mi andava. La famosa eccezioni che conferma la regola. Ed è appunto con questi soldi fatti lentamente ma inesorabilmente con le mie opere che adesso posso vivere relativamente tranquillo fino alla fine (la mia fine).

Vivo in provincia, in una cittadina minuscola, che se la tira da città maiuscola, e devo dire che non ci vivo male, appartato, socialmente orso. Ogni tanto mi cercano per organizzare una mia mostra, con quelle poche opere che riescono a mettere insieme galleristi e curatori di musei di arte contemporanea, o studenti che chissà perché decidono di fare una tesi su di me: mi dà piacere? Sì, ma sempre meno.

Il mio medico, quello che pesa più di cento chili, ha tre anni più di me e siamo amici da quando io avevo cinque anni e lui otto, e lui non ha nessuna intenzione di andare in pensione: “che faccio tutto il giorno se non lavoro?” dice. Niente, dico io, che a ben pensarci non è una brutta cosa. Ma lui quando ha due ore libere si annoia, mentre io se ho due opere libere le consumo in un attimo, a fare niente, e sono la persona più felice del mondo.

Il mio amico medico mi ha detto cammina e prova a non pensare a quello che hai.

Ah, ho dimenticato di dire anche che sto morendo, o almeno così dicono i medici (cinque, uno più luminare dell’altro, amici del mio amico), solo che io non ho nessun dolore, ho solo una sorta di scadenza (pochi mesi, dicono i luminari).

Come vivo sapendo che devo morire?, come tutti, perché magari non ci  pensate troppo spesso, e magari fate anche bene a non pensarci, chissà, ma anche voi morirete, anche voi avete una scadenza. Solo che voi non la sapete la data di scadenza.

Io sì.

*L’autore:

Roberto Saporito è nato ad Alba (CN) nel 1962.

Ha studiato giornalismo.

Ha pubblicato romanzi e raccolte di racconti. Tra gli ultimi romanzi pubblicati ricordiamo “Il rumore della terra che gira” (Perdisa Pop, 2010, nella collana “Corsari” diretta da Luigi Bernardi) e a luglio 2013 il romanzo “Il caso editoriale dell’anno” (come “Anonimo”) con Edizioni Anordest ( http://www.edizionianordest.com/ )

Nel 2015 pubblicherà un nuovo romanzo con Del Vecchio Editore di Roma.

Suoi racconti sono stati pubblicati su antologie e innumerevoli Riviste Letterarie.

Collabora con la Rivista Letteraria di Milano [diretta da Gian Paolo Serino] “Satisfiction” [ http://www.satisfiction.me/ ] con una sua personale rubrica.

Nel 2013 il suo primo romanzo “Anche i lupi mannari fanno surf” [2002] diventa “oggetto di studio” di una delle dieci lezioni del corso di scrittura narrativa “Inchiostro rosso sangue”, per la precisione la settima intitolata “L’hard boiled in salsa italiana: il curioso caso di “Anche i lupi mannari fanno surf”, di Roberto Saporito.”, organizzato dalla Rivista Letteraria “Inchiostro” a Verona, insieme ai romanzi, oggetto di altre lezioni, di Giorgio ScerbanencoCarlo Lucarelli, Massimo Carlotto e Gianluca Morozzi.

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