Gabriel Garcìa Márquez e Fidel

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Gabriel  Garcìa  Márquez non solo amava Cuba ma  stravedeva  per il modello del socialismo realizzato dalla rivoluzione di Fidel Castro. Márquez ha dato conto del suo mare per Cupa in molti  articoli successivamente raccolti in volume. Mentre  il dittatore  cubano  avviava  una durissima repressione  contro  persone, intellettuali e dissidenti  sospettati di cospirare contro il regime comunista, Gabo  pubblica le sue cronache giornalistiche nelle quali  elogia  il modello rivoluzionario e dispotico  del socialismo cubano .

Ignorando del tutto  che nell’isola da decenni è impossibile parlare di democrazia e libertà, Márquez si lancia in un’ agiografia della politica castrista. Nell’ articolo Cuba da cima a fondo ,il premio Nobel diventa scrittore di regime  e parla per pagine intere di un socialismo  che si tocca con mano . «Ogni cubano sembra convinto che se un giorno non rimanesse più nessuno a Cuba, lui solo sotto la guida di Fidel Castro, potrebbe proseguire la Rivoluzione fino a condurla al suo felice compimento. Per me, senza tante perifrasi, questa constatazione è stata l’esperienza più emozionante e decisiva della mia vita».

Senza tante perifrasi, anche noi che leggiamo, abbiamo capito che Márquez è schierato apertamente dalla parte del dittatore , quindi di conseguenza  giustifica le continue violazioni dei diritti umani  che il lider maximo da numerosi anni  compie ai danni del suo popolo per mantenere sempre vivo il mito della Rivoluzione. Forse quando egli ha scritto queste pagine in onore del governo castrista  ha dimenticato di dare conto dell’affollamento  delle prigioni  cubane, ha inoltre ignorato  la fuga dei cubani verso la Florida in cerca di quella libertà  che Castro quotidianamente nega, ma ha inoltre ignorato di annotare  gli omicidi perpetrati dal regime.

La visione (non sappiamo quanto) ingenua del sistema socialista cubano è paradossalmente agiografica e quindi nega assolutamente la verità: per Marquez Cuba è il migliore dei mondi possibili.«È un socialismo che i cubani stanno costruendo a misura  dei loro bisogni  e delle loro possibilità, con una passione  e una serietà esemplari, ma sempre  sbellicandosi dalle risa, e mettendo in ogni azione  quella scintilla di pazzia  latente che è forse la  loro virtù più antica  e feconda». Questo scriveva di Cuba l’autore di Cent’anni di solitudine a metà degli anni ’70 . L’isola caraibica non è Macondo. Chi si oppone alla tirannia di Castro viene arrestato, torturato, e assassinato. Ma  Marquez scrive del  trionfo della Rivoluzione e la definisce un prodigio che costruirà una «nuova morale».

Questa non è buona  letteratura o  buon giornalismo ma è soltanto propaganda, e  lo scrittore  sembrava saperlo e non si sottraeva ad essa quando  nel suo reportage enfatizzava la figura del tiranno esaltandone le qualità e il genio. Secondo il punto di vista  tutto castrista di Márquez,   i grandi eventi della Rivoluzione, i suoi trionfi e i suoi fallimenti, con i loro antecedenti più remoti, i dettagli sconosciuti, il significato politico e umano sono  affidati al genio oratorio di Fidel. Grazie  ai «reportage orali» del dittatore, «Il popolo cubano è uno dei meglio informati sulla propria realtà, e mediante un canale più diretto, profondo  e onesto di quello degli ingannevoli giornali giornalistici».

Le pagine dei giornali che richiamano  l’attenzione  su Cuba e sul suo governo che reprime le libertà fondamentali  e viola i diritti umani  per il famoso scrittore sono ingannevoli  e menzogneri. Fidel Castro  a Cuba  avviava durissime  repressioni  che hanno portato   in carcere  intellettuali  e cittadini perché sospettati di cospirazione, spionaggio e tradimento.  Secondo  il pensiero dello scrittore, si trattava soltanto di propaganda imperialista.

Ma per Márquez la Rivoluzione è  un gioco e soprattutto «procede bene» .La sua ammirazione vero il modello rivoluzionario di Castro,  e la critica  violenta agli Stati Uniti  per il blocco economico  attuato nell’isola, non lascia spazio a dubbi e perplessità.

Gabriel Garcìa Márquez   consegna al mondo  un’immagine  idilliaca  della vita a Cuba dove: «non esistono prostituzione, vagabondaggio, privilegi individuali, repressione poliziesca, discriminazioni per alcun motivo, ne c’è chi non possa entrare dove entrano tutti , o vedere un film o qualsiasi  altro spettacolo sportivo o artistico, e non c’è nessuno che  non possa far valere i propri diritti».

 Lo scrittore  insignito del premio Nobel  non si è mai fatto accompagnare  dal suo amico Fidel nelle prigioni cubane, dove intellettuali e dissidenti  forse potranno meglio spiegargli, senza tante perifrasi, il vero volto del socialismo cubano.

Nicola  Vacca

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