Baudelaire secondo Caproni

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Giorgio Caproni, uno dei più grandi poeti italiani, che traduce Charles Baudelaire, il più grande poeta di tutti i tempi. Ci chiedevamo che fine avesse fatto la bellissima traduzione dei Fiori del male curata dal poeta livornese. Si era persa traccia di questo  capolavoro nel capolavoro di Giorgio Caproni,  che è stato uno dei grandi traduttori italiani della migliore letteratura  francese. A lui dobbiamo la bellissima traduzione di Morte a  credito di Céline e altre importanti opere .

Nel 2008, a quarant’ anni dalla sua prima uscita,  è stata ripubblicata da Marsilio  la più bella versione di uno di libri più amati della storia universale della letteratura.

I fiori del male secondo Giorgio Caproni è  un evento che aspettavamo da molto tempo.  Caproni per tradurre il poeta maledetto ha  dedicato  la sua vita tenendo presente  lo spirito innovatore di Baudelaire, e non dimenticando  la straordinaria attualità di una poesia che si tuffa negli abissi del nostro quotidiano.

Caproni, infatti, mira all’essenza stessa della poetica Baudelairiana: “I Fiori del male  sono lo specchio lucido fino alla crudeltà dei contrasti  fra un moralismo tutto di comodo e la disperata aspirazione a una morale assoluta”.

Caproni ha la chiave giusta per entrare nell’inferno del grande poeta maledetto. Quell’intuizione  metafisica, caratteristica principale della sua poesia, necessaria per esplorare il delirio e il vuoto di una discesa agli inferi.

Questa bellissima traduzione rilegge il cuore  messo a nudo del poeta maledetto. Baudelaire è il poeta della malinconia  e del rimorso, ma è anche il disperato cercatore della Bellezza offuscata dalla crudeltà del  male.

Caproni sa cogliere i fiori di Charles Baudelaire perché  la sua stessa  poesia è gremita di ombre, echi, figure che interrompono  il corso del reale.

In questo non luogo  la metafisica caproniana incontra il decadentismo del poeta francese, che è poetica delle cose in cui si agita l’ombra che prelude al disfacimento.

I fiori del male aprono le porte della poesia a quelle istanze del profondo che umiliano la volontà e offendono  lo spirito.

La traduzione esemplare di Giorgio Caproni afferra la trascendenza dei demoni di Baudelaire.

Il viaggio, la frontiera, le terre di nessuno, le apparizioni e i paesaggi solitari, la caccia alla Bestia, sono questi i fantasmi dell’ autore del Muro della terra.

Attraverso le sue metafore il traduttore dialoga benissimo con il mondo di Baudelaire, regalando al lettore le suggestioni   visionarie di un delirio che indaga l’ignoto. Ma soprattutto la modernità sconvolgente di un capolavoro ossessionato da quel sentimento di precarietà nel quale si sorge  la lucidità della coscienza del male.

“Nell’atto della traduzione – ebbe a scrivere Caproni – chi scopre non è il traduttore, ma il poeta che viene tradotto, il quale investendo il traduttore del suo potere, suscita in lui, e in lui rende diurno,ciò che era in lui ma dormiente, notturno e quindi ignorato”.

In questo gioco straordinario delle parti due poeti  transitano nel tempo,  con la stessa idea del viaggio che li condurrà in quel non luogo metafisico, dove   le ferite che l’uno arreca all’altro finiscono per contaminare  il senso di quella malinconia che rappresenta  lo spirito della decadenza.

Le risonanze di un sentimento della perdita  echeggiano nel cielo vuoto dove la crudeltà e il male  si prendono gioco del pensiero che dorme.

Nelle pagine di Baudelaire scorazza il genio poetico di Giorgio Caproni. Quest’ultimo ha  imparato a conoscere se stesso traducendo i versi immortali dei Fiori del male. Da poeta a poeta, nasce così il miracolo della grande poesia.

Nicola Vacca

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