Un racconto di Roberto Saporito

foto racconto roberto

 (In questo racconto Roberto Saporito con la sua scrittura incisiva e essenziale entra nelle stanze vuote della coscienza. Buona lettura)

“Spazi d’aria racchiusi dietro le cose”

“Lei si è costretta a una sorta di immobilità,

ma ciò non ha impedito al mondo di continuare a muoversi.”

(Zadie Smith “NW”)

Cominci a staccare i quadri dalle pareti della sala. Da qualche parte dovrai pur cominciare: tra due settimane vengono gli imbianchini.

E’ che ne hai proprio tanti di quadri, e tutti d’autore, tutti di gran valore, acquistati negli ultimi venticinque anni, anche se negli ultimi cinque ti sei un po’ fermato: la crisi. Tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta ti sei proprio scatenato sempre in giro tra una galleria d’arte, una casa d’aste o una fiera d’arte contemporanea: il lavoro girava bene, e ti piaceva spendere in quadri. In fondo è anche un investimento ti sei sempre detto: e infatti alcune di queste opere oggi valgono un sacco di soldi, hai avuto naso, ci hai sempre azzeccato con l’arte contemporanea, hai sempre visto lungo, visto cose che gli altri non vedevano. Adesso la tua collezione vale veramente tanto.

Stacchi i quadri anche delle altre stanze, e sono proprio tanti, ricoprono quasi tutte le pareti, perfino in cucina, ma quelle delle cucina sono solo opere grafiche, anche se tra quelle c’è perfino un Andy Warhol.

Porti tutti i quadri in garage e quando ritorni in casa la vista di queste pareti completamente bianche un po’ ti inquieta. Cammini per casa e anche il suono dei tuoi passi sembra diverso da prima, non assorbito dalla tela delle opere e dal legno delle cornici e dallo spazio d’aria racchiuso dietro i quadri.

Con calma cominci a togliere i mobili più piccoli: i tavolini antichi, le sedie e le poltrone, antiche e di design, alcuni scatoloni con dentro soprammobili, piccole lampade e oggetti vari, tanti, veramente tanti, oggetti raccolti negli ultimi venticinque anni.

Fai molti viaggi e man mano si svuota la casa e si riempie il garage: la macchina l’hai messa in strada, anche se il garage è grande, ci sta molta roba.

Il lunedì mattina prendi l’auto e vai a lavorare; solo che il negozio non rende più molto, c’è crisi, e quello che vendi tu oggi sembra interessare a pochissima gente.

Quando torni a casa, la sera, entri e subito ti rendi conto che l’ambiente è veramente cambiato. La casa mezza vuota ha una sorta di eco che prima non esisteva, sembra più silenziosa, sembra che abbia anche un altro odore.

Continui a portare mobili, i più grossi, quelli che gli imbianchini ti hanno detto di non togliere perché li avrebbero coperti con dei teli, in garage, aiutato dal tuo vicino di casa, Lorenzo: una credenza, un tavolo, una scrivania, due grosse poltrone di pelle, due cassettoni, il grosso televisore e una cassapanca.

Dopo numerosi viaggi e con la schiena a pezzi l’appartamento appare quasi spettrale. Dopo aver ringraziato Lorenzo e avergli offerto una birra hai cominciato a svuotare la libreria che occupa un’intera parete di cinque metri: centinaia di libri che hai letto negli ultimi venticinque anni, un sacco di tempo (perso?) dedicato a qualcosa che forse avresti potuto dedicare a fare altro: cosa però non lo sai.

Riempi scatoloni e scatoloni e ancora scatoloni, fai altri viaggi verso il garage, che ormai è quasi pieno mentre la casa e sempre più svuotata e sembra molto più grande di prima e con una forma diversa.

Stacchi il telefono, il fax e il computer e li porti in garage.

In casa è rimasto un divano in una stanza praticamente vuota, se si esclude la libreria a muro senza più un libro, un corridoio vuoto, una camera da letto con solo più il letto e un armadio e la cucina e il bagno con il minimo indispensabile.

Ti siedi sul divano e osservi i fantasmi dei quadri alle pareti, gli spettrali chiodi neri come tante croci in un cimitero bianco sporco.

Ti piace questa casa vuota dall’eco gentile, ti sembra anche di respirare meglio: era piena di cose inutili in fondo.

Prendi il cellulare, chiami gli imbianchini e gli dici di non venire più inventando una scusa: il solito grave e fittizio problema di salute.

Spegni il cellulare e lo porti in garage che chiudi in fretta quasi avessi paura  che qualcosa possa uscire e seguirti in casa.

Ti chiudi bene la porta blindata alle spalle, cammini per l’appartamento guardandoti intorno come se fossi in un luogo totalmente nuovo, sorridi lieve ascoltando l’eco dei tuoi passi: un museo del non ricordo.

La mattina dopo la sveglia non suona, anche perché è in garage insieme a tutto il resto delle cose della tua vita, e quando ti svegli sono le nove del mattino: di solito ti alzi alle sette e alle otto sei già in negozio.

Ti alzi, fai il giro della casa e poi ti siedi sul divano nella stanza vuota: rimani lì, ad osservare i chiodi neri.

* L’autore :

Roberto Saporito è nato ad Alba (CN) nel 1962.

Ha studiato giornalismo.

Ha pubblicato romanzi e raccolte di racconti. Tra gli ultimi romanzi pubblicati ricordiamo “Il rumore della terra che gira” (Perdisa Pop, 2010, nella collana “Corsari” diretta da Luigi Bernardi) e a luglio 2013 il romanzo “Il caso editoriale dell’anno” (come “Anonimo”) con Edizioni Anordest ( http://www.edizionianordest.com/ )

Nel 2015 pubblicherà un nuovo romanzo con Del Vecchio Editore di Roma.

Suoi racconti sono stati pubblicati su antologie e innumerevoli Riviste Letterarie.

Collabora con la Rivista Letteraria di Milano [diretta da Gian Paolo Serino] “Satisfiction” [ http://www.satisfiction.me/ ] con una sua personale rubrica.

Nel 2013 il suo primo romanzo “Anche i lupi mannari fanno surf” [2002] diventa “oggetto di studio” di una delle dieci lezioni del corso di scrittura narrativa “Inchiostro rosso sangue”, per la precisione la settima intitolata “L’hard boiled in salsa italiana: il curioso caso di “Anche i lupi mannari fanno surf”, di Roberto Saporito.”, organizzato dalla Rivista Letteraria “Inchiostro” a Verona, insieme ai romanzi, oggetto di altre lezioni, di Giorgio ScerbanencoCarlo Lucarelli, Massimo Carlotto e Gianluca Morozzi.

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