Un racconto crudele di Giuseppe Cristaldi

foto cristaldi

REGOLA NUOVA: IL PAVIMENTO NON SI BAGNA

   Avevo l’età in una mano.

   Chiamavo piacere quanto mi suscitasse il sorriso.

   Avevo l’età in una mano e nell’altra una benedizione messa per iscritto dalla Sede Vaticana, perché avevo una zia a Roma, suora era, missionaria in Somalia era, esperta nell’individuare i morti veri in mezzo ai morti di fame. L’anziana donna, nell’impossibilità di prendere parte al mio battesimo, mi fece un regalo a modo suo: mi raccomandò direttamente a Papa Wojtyla. La benedizione a righe sottolineava che un collettivo di gente imparentata col cielo mi avrebbe protetta. Me ne andavo in giro con una mano piena di benedizione, stretta al passo di un adulto.

   Avevo l’età per chiamare piacere il triciclo di faggio, l’altalena sotto la magnolia, la bambola di pezza e il suo corpo generoso. Niente altro.

   Mia madre un vizio solo c’aveva e lo chiamava famiglia. Per il resto, nulla da dire: conosceva i dosaggi del miele e i pois della mia coperta. Li contava tuttimentre io contavo le pecorelle. Ci addormentavamo sempre insieme, perché quanto più grande è l’impotenza, tanto più prossime sono le cure: delle volte, di ritorno dalla passeggiata cogli adulti, manco mi faceva mangiare, tale era la fretta di consegnarmi a un sonno, a un oblio.

   I bambini un vizio solo c’hanno e lo chiamano memoria quando diventano un po’ più grandi, quando i più la definirebbero pregio.

   Io la memoria di tutta un’infanzia amputata la racchiudo nel ricordo delle passeggiate cogli adulti. Ce ne andavamo alla casa al mare, a vedere come dormono i pesci d’inverno, mi dicevano, a sentire cosa dice loro la salsedine, mi strattonavano.

   Le prime volte il mare lo vedevo per davvero, mi toglievano le scarpette e mi lasciavano alla schiuma del bagnasciuga. Però,in quei gesti che cominciavano con una consapevolezza paterna, sentivo il desiderio di sconfinare in un oltre che non percepivo quando mia madre faceva lo stesso. Sentivo come se le dita degli adulti avessero una premura conoscitiva, quasi che vedessero per la prima volta il corpo di una bambina. Li chiamavo col nome della parentela, gli adulti, e quelli s’inzuccheravano gli occhi e mi regalavano gli aquiloni.

Che il pavimento non si bagna, regola nuova, il pavimento non si bagna.

 

Poi un giorno i pesci non hanno più dormito, il mare non ha più parlato.

   Non lo vedevo. Ricordo soltanto che era vicino e urlava da dietro le pareti di calce, comecchévolesse interrompere i giochi degli adulti. E ricordo che pensavo al gioco della bottiglia e domandavo perché facessero così male i loro giochi, perché dalle scarpette fossero passati al vestitino.

   A mia madre proibivano di mettermi i pantaloni e lei reagiva coi singhiozzi, ma anche quelli non li vedevo, perché mia madre aveva un modo di reagire simile a quello del mare. Io, invece, dopo sei o sette passeggiate avevo dimenticato come si singhiozzasse, come si lacrimasse, come si esprimesse un dolore neonato. Quando sulle pareti crescevano le ombre, chiudevo gli occhi e strillavo il nome della mia zia, suora, che venisse a prendermi dalla Somalia, che mi portasse di là, perché a lei adducevo le benedizioni e quindi una liberazione da quello che mi facevano patire. Tremavo, piangevo, e gli adulti, nella stranezza delle loro emozioni, giocavano ad allontanarmi un piede dall’altro. Sempre di più, sempre di più.

   Le passeggiate di ritorno erano la coda di un calvario.

   Muovevo i passi come se tra le gambe avessi un globo di pietra.

   Gli adulti non mi attendevano quando si ritornava a casa, avevano un passo insostenibile, intuivo che si vergognavano ad avermi accanto, eppure ero del loro stesso sangue, dello stesso rosso che mi faceva a pois le calze. Mia madre contava anche quei pois, e tornava a singhiozzare ogni qualvolta facesse la lavatrice.

   Avevo l’età in una mano. Allora.

   E m’insegnarono un piacere senza sorrisi, che vomitavo prima di addormentarmi.

   Ero un’adulta diversa, allora, e facevo il mestiere della bambina che tanto piaceva a quei mostri. Loro avanzavano il menù di me stessa alla mamma e quella annuiva e mi faceva le trecce oggi e la coda l’indomani, il rossetto di martedì e il mascara la domenica.

   Ad ogni compleanno festeggiavo una vecchiaia.

   Una volta cresciuta cambiarono il nome alle nostre passeggiate. Le chiamarono punizioni, e nel mentre non facevano altro che inventarsi un mio errore, una colpa inesistente. Mi avevano educata ad avere il terrore per gli atti minimi, anche quelli semplici del bere, del portare alla bocca un bicchiere. Tremavo perché mi guardavano e l’acqua cadeva ai lati della bocca e così nasceva un’altra condanna.

Che il pavimento non si bagna, regola nuova, il pavimento non si bagna.

 

Voi raccontate la vita di donna.

Io cerco la mia morte bambina.

La cerco nei dosaggi di mia madre, perché da sola coi farmaci non ci so fare.

Mia madre sì, mia madre è come il mare: trova sempre il coraggio per riprovarci. Con la vita.

Mia madre un vizio solo c’aveva e lo chiamava famiglia, e lo chiamava marito, e lo chiamava cognato. Per il resto, nulla da dire.

Giuseppe Cristaldi nasce il 1983 – 2007 esce il suo primo romanzo Storia di un metronomo capovolto (ed. Libellula, con nota di FRANCO BATTIATO), ambientato a Messina, nel quartiere dei baraccati, il Bisconte. E’ la deriva di una famiglia poverissima che ha patito la perdita di un proprio caro nella strage alla stazione di Bologna. – 2008, esce il docudramma Un rumore di gabbiani – Orazione per i martiri dei petrolchimici (libro + dvd, ed. Besa, con cameo filmico di FRANCO BATTIATO e prefazione di CAPAREZZA),partecipare all’ECOFESTIVAL DI BOLOGNA organizzato da Legambiente, al LEVANTE FILMFEST DI BARI, al PUGLIA INTERNATIONAL FILMFEST DI NEW YORK, al CINESALENTO FILMFEST, al TERRA 4 PUGLIA FILM FESTIVAL DI TORONTO e a rubriche televisive nazionali (tg2 – mizar, tgnorba, tg3, sky rock tv). Circa 50 presentazioni in tutta Italia (Festival del Libro Possibile di Polignano, Fiera del libro di Campi Salentina…). PREMIO KALLISTOS 2009 (premiato insieme a Michele Placido e Teresa De Sio). E’ un excursus sulla vicenda di tutti gli operai italiani ammalatisi e morti nei petrolchimici, in particolare quello di Brindisi. Con quest’opera si è creato un processo popolare, parallelo, perché all’interno delle presentazioni non vi erano critici o comuni relatori, ma gli operai stessi, i loro figli, gli oncologi, gli esperti del settore.    OPERA RISTAMPATA. – 2010, esce Belli di papillon verso il sacrificio (ed. Besa Controluce, prefazione di TERESA DE SIO). E’ ambientato a Taranto. E’ la storia di una famiglia di pescatori che subisce il pignoramento della sua abitazione. E’ pure un racconto attorno al business illecito delle aste giudiziarie. E’ stato presentato in diverse città italiane. OPERA RISTAMPATA  – 2011 esce Nefrhotel. Mi hanno venduto un rene (Corvino Meda Editore – Promomusic), da quest’ultimo ne è derivato l’omonimo spettacolo di teatro civile, che sta andando in scena nelle maggiori città italiane. Ha partecipato alle rubriche radiofoniche FAHRENHEIT – RADIO 3, L’ARGONAUTA – RADIO 1. Ha partecipato al PISA BOOK FESTIVAL 2011, ed è stato già presentato a Lecce, Roma, Foggia, Firenze, Taranto, Sassari, presentazioni in cui sono intervenute associazioni come AMNESTY INTERNATIONAL ED EMERGENCY. Il romanzo attualmente si è incanalato in un circuito di presentazioni all’interno delle scuole.– 2012 vince il primo premio al concorso nazionale di drammaturgia contemporanea UNDER30 tenutosi al Teatro Golden di Roma in Febbraio. In giuria il regista, attore e sceneggiatore MAURIZIO NICHETTI, la critica teatrale del quotidiano ‘Il Tempo’ Tiberia De Matteis, il critico e autore teatrale Angelo Longoni ecc. Cura la rubrica letteraria SUBUMANI all’interno del quotidiano leccese IL PAESE NUOVO, trattasi di racconti aventi una forte aderenza popolare; lavora ad un cortometraggio riguardante la condizione della donna e al suo ultimo romanzo. – 2013 pubblica il romanzo Macelleria Equitalia (Lupo Editore, con una nota di MICHELE PLACIDO) grazie a cui vince il Premio Eccellenza Pugliese.

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