Broch, speleologo dell’anima

broch

Hermann Broch è uno dei più noti scrittori  mitteleuropei del Novecento. Ha pubblicato importanti romanzi filosofici e poesie. La morte di Virgilio è il suo romanzo più  celebre.Nel libro che racconta l’ultima giornata  di vita del poeta  c’è  un confronto serrato tra prosa e poesia. In Italia  la sua opera poetica è quasi sconosciuta.

Ma per capire davvero  Broch  bisogna incontrare la sua poesia. Per lo scrittore austriaco scrivere significa voler conquistare conoscenza attraverso la forma e la verità della parola.

Sono queste le premesse di una poesia dall’altezza vertiginosa, che si muove tra simbolismo e la sua deflagrazione, tra religione e sentimento. Al centro di tutte queste tensioni vibra sempre il ruolo centrale dell’uomo nel creato.

La poesia, per Broch, è un tutt’uno  con l’essere: essa inizia  con la vita e si estende  al confine estremo della vita stessa. La poesia è semplicemente la vita che accade.

Da questa forte impronta esperienziale lo scrittore austriaco non si allontanerà mai. La sua grandezza sta nella ricerca assoluta delle incognite più profonde del pensiero. Con un linguaggio intimo e colloquiale Broch scalda il cuore del lettore quando intinge la penna nell’osservazione del quotidiano e invita il suo prossimo a sottoporsi alla tentazione del sentimento:  «Sempre il sentimento /ci è vicino e lontano/ come un vecchio gioco di bambini / ciò che un tempo ci accadde come in sogno/ e per metà non fu più visto:/ lo cerchiamo nel nostro amore / e offriamo le nostre trepide mani».

Nonostante le tragedie del suo secolo – di cui Broch è stato acuto osservatore,avendo  studiato in particolare il fenomeno del totalitarismo – il poeta  non ha taciuto  e ha cercato le risposte  a tutto il male che accadeva   nell’illuminazione  dell’ umano che permane. Mosso dalla fede nella potenza demiurgica dell’uomo, Broch mostra un intenso amore per la vita. Anche se il pensiero si scioglie nel vuoto, la sua poesia non smette mai di prestare attenzione al valore dell’umanità.

Al centro della sua poesia c’è sempre un umanesimo , incontro  di fede, conoscenza, sentimento e ragione. Nelle pieghe della sua infinitezza il poeta  scava perché è consapevole che nonostante il terrore di cui è capace l’uomo non può smettere di abitarlo.

La poesia di Hermann Broch è capace  di immagini forti: si avverte  lo stupore della parola che precipita nel fuoco della vita per preservarla dalle sue oscenità.

Broch attraverso la ricchezza della lingua dice la realtà. Il poeta  conosce il peso delle parole e sa andare oltre il loro significato.  I suoi versi si pongono il problema metafisico della conoscenza della realtà che ha sempre bisogno della «parola che si irrigidisce nel mare dei pensieri».

Lo scrittore austriaco  non concepì mai la poesia senza la conoscenza: in virtù di questo rapporto ebbe a scrivere:  « perché poesia è veggente attesa  nella penombra, poesia è abisso che sa della penombra, è attesa sulla soglia, è comunione e insieme solitudine, è promiscuità e paura della promiscuità, casta nella promiscuità(…) Oh, poesia è attesa, non è ancora partenza, ma perenne congedo».

L’umanistico sapere della poesia di Hermann Broch  va oltre le ragioni  del codice terrestre . La parola supera il confine  per offrirsi come dono  dell’ esperienza  che va oltre se stessa per parlare all’uomo  e alle sue oscurità.

Nicola Vacca

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