La poesia di Bonhoeffer

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Dietrich Bonhoeffer, pastore e teologo luterano, è considerato uno dei pensatori più fecondi del XX secolo. Interessante nella sua opera è la ricerca del senso della fede cristiana in cui testimonianza e autenticità s’incontrano sempre per edificare un profondo messaggio di umanità.

Il teologo fu arrestato dai nazisti mentre lavora alle note della sua Etica con l’accusa di aver fatto fuoriuscire ebrei. Bonhoeffer trascorre in carcere due anni, dal 5 aprile del 1943 al 9 aprile 1945, giorno della sua impiccagione. Fu accusato inoltre di aver appoggiato e sostenuto i cospiratori contro Hitler.

Risalgono a questo doloroso periodo di prigionia le poche poesie che il teologo ha scritto.

La breve e fulminante esperienza poetica del teologo, che nello spazio angusto della cella scopre la poesia come la forma più immediata per comunicare  l’esperienza della privazione della libertà con lo strumento interiore della fede.

Dieci poesie, poche pagine di versi di un uomo che ha invece dedicato un grande impegno ad una scrittura diversa e corposa, di un uomo che – al di là di qualche tentativo giovanile – non aveva una familiarità con la forma poetica, e verso la quale possono averlo attirato qualche ricordo o qualche lettura.

In cella Bonhoeffer legge Memeoria da una casa di morti di Dostoevskij e Rilke. Questi due autori influenzeranno notevolmente la scrittura dei suoi testi poetici. Il teologo è diventato nell’ultimo periodo della sua vita poeta per un forte bisogno interiore. La poesia, nella solitudine della sua cella, diventa preghiera attraverso la quale si rivolge a Dio e agli uomini per rinsaldare l’importanza dei valori fondamentali senza i quali  nessuna vita può essere possibile.

Nella disperazione della fine imminente, l’uomo che soffre si fa poeta per cantare  l’amore, la fratellanza, la consolazione della fede, l’amicizia,  la libertà.

Bonhoeffer aspetta la calma della notte per accendere la fiamma intima dell’anima e intingere la penna nell’assoluto della poesia: « Quando su noi discende il silenzio profondo / oh, lascia che udiamo quel timbro pieno / del mondo, che invisibile s’ estende intorno a noi /  di tutti i figli  tuoi canto alto di lode. / Da forze buone, miracolosamente accolti / qualunque cosa accada,  attendiamo confidenti. / Dio è con noi alla sera e al mattino / e stanne certa, in ogni nuovo giorno».

In questi versi che spedisce alla fidanzata, la fede del credente che veglia si unisce  alla solitudine di un’anima che, nel silenzio notturno della prigionia, avverte i legami con l’universo e sviluppa una grammatica dei sensi che nella vita quotidiana ordinaria  non si conosce.

I versi bonhoefferiani proprio per questo sanno essere epifanie e dono, estasi che racconta allo stesso tempo il dramma e la liberazione di un’ anima.

«Nulla va perduto; in Cristo tutto è recuperato, preservato, ma sotto un aspetto mutato, tutto è trasparente, chiaro, libero dal tormento del desiderio egoista». Così Dietrich Bonhoeffer scrive in una lettera del 18 dicembre 1943. L’essenzialità della sua poesia ancora oggi sta a testimoniare che soltanto il coraggio di credere può trasformare la vita in un miracolo da lasciare in eredità alle generazioni future.

Nicola Vacca

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