Soldati e il toscano – di Antonio Castronuovo

soldati e il toscano

( articolo apparso su “Microprovincia”, Stresa, n. 51-52, pp. 121-125)

Il 4 marzo 1956 Soldati annotò nel suo diario: «Ho un armadietto nello studio, dove tengo sigari, sigarette, tabacco e pipe. Ma le pipe stavano tutte ammucchiate, alla rinfusa, in un angolo; e mi era scomodo, ogni volta, per scegliere quella buona, rovistare nel mucchio. Così, al falegname che era venuto per riparare le persiane avvolgibili, ho detto di farmi un piccolo scaffale per le pipe, da adattare dentro l’armadietto».

Nel 1956 era da quasi trent’anni che fumava e, come si evince dall’annotazione, fumava di tutto, anche se la pipa era in buona posizione sul suo orizzonte nicotinico. Non lo sarebbe stata per sempre, dato che Soldati si convertì infine al sigaro toscano, a partire da un certo momento presenza costante tra le sue labbra. E non ciondolante, come accade per la nota immagine della sigaretta esistenzialista, ma presenza imperiosa e paciosa al contempo: la netta differenza tra i due tipi di fumata è ben sancita da quella posizione.

Scrittore fecondo, Soldati lo fu anche in quanto fumatore: più di una ventina di mezzi toscani al giorno, e chi fuma il toscano conosce il peso di un tale numero. Aveva iniziato nella prima gioventù; terminò a 92 anni quando, poco prima di morire, si fumò l’ultimo. Uomo di simpatie cattoliche, non esitava a considerare quell’aroma alla stregua di un “incenso laico”, un penetrante richiamo olfattivo che accompagna il rito quotidiano di avvicinamento alla sola «eredità positiva del nostro Risorgimento», quale appunto era secondo lui il toscano.

Fumava dunque tanto, consapevole che il toscano, al contrario di una droga, non ottunde la mente e anzi la stimola (conosco bene questo effetto e non posso che dargli ragione), e fumava i toscani semplici, che giudicava i migliori. Ordinava alla manifattura di Cava de’ Tirreni la confezione da duecento pezzi e se l’andava anche a ritirare. Una volta a casa, era un piacere schiodare la scatola di legno, estrarne i pezzi e disporli su un vassoio in una camera aerata. Per fumarli non li ghigliottinava, li spezzava invece a metà con le mani, certo che questo era il sistema migliore per ottenere, nel punto di irregolare frattura, un perfetto tiraggio. L’amore era quasi libertino, e come in tutti i libertinaggi ecco apparire una “macchina celibe”: per godersi il profumo del toscano anche quando non aveva voglia di fumare, Soldati si era fatto costruire una macchinetta che fumava al posto suo e spandeva l’irrinunciabile odore nella camera.

Fu per me – moderato fumatore di toscano – una bella sorpresa imbattersi anni fa nel “Mario Soldati”, tanto più se oltre a fumare si pratica la letteratura. Era il 2006, e il Monopolio aveva inteso festeggiare con l’emissione di quel modello il centenario di Soldati, nato a Torino nel 1906.

Ma il peso dello scrittore nella storia del famoso sigaro italiano risale a molti anni prima. La questione è che Soldati e il toscano formano una simbiosi perfetta, al punto che un giorno, notando qualcosa di strano nel sigaro che stava fumando, ne chiese lumi alla direzione dei Monopoli. La risposta non si fece attendere (strano…): per mancanza d’altro era stato di recente utilizzato in miscela un tabacco Kentucky coltivato in Campania. La miscela era ottima, e Soldati propose la produzione di un sigaro con quel gusto dolce e quel colore chiaro. Fu così che nacque, nel 1982, il toscano Garibaldi.

Ora, è noto che il tratto specifico della scrittura di Soldati è l’autobiografismo: quando scrive, parla quasi sempre di sé. Non poteva pertanto tacere su uno degli amori che segnò la sua vita: quello per il toscano. Nella sua opera lo fa a più riprese.

In un articolo apparso il 10 novembre 1978 su “La Stampa” (A elogio e difesa del sigaro toscano) sottolineò il divario che separa il toscano dal resto: «Il toscano è costituzionalmente, profondamente diverso dalle sigarette, da tutti gli altri sigari, e da qualunque tabacco per pipa. La sigaretta è un consumo nervoso, sottile, apparentemente lieve e diabolicamente traditore: la si può fumare, anzi il più delle volte la si fuma meccanicamente, senza pensarci e senza nemmeno provare piacere. […] Il toscano, lo si gode non come una droga, non per l’effetto che produce, ma per il gusto che dà mentre lo si fuma. È un gusto così forte, sincero, deciso, che quando per ragioni fisiologiche (perché lo abbiamo fumato troppo a lungo) o quando per ragioni psicologiche (perché la sua voluttà contrasta col nostro stato d’animo) non ci va, noi fumatori di toscani siamo i primi, spontaneamente e prontamente, a smettere».

L’analisi di questa fisiologia nicotinica procedette con un articolo apparso il 22 luglio 1979 sul “Corriere della Sera” (Estate, gelati, nicotina): «Ma il kentucky del toscano, dalla sua magica origine vegetale fino alla lontana meta sanguigna, percorre la stessa strada [della sigaretta] con una lentezza infinitamente maggiore: lo trattengono, deliziate, quelle numerosissime piccole sporgenze che vivificano la mucosa linguale specialmente ai margini, alla base, sulla punta; passa, il kentucky, attraverso il folto filtro delle papille gustative e trova, attraverso le papille olfattive, una collaterale via di comunicazione ancora più lenta e sottile. Ne consegue che il piacere del toscano, contrariamente a quanto accade per la sigaretta, può definirsi psicosomatico solo in un secondo tempo e come in un secondo piano».

Certo, il fumo grumoso del sigaro e la sua carica chimica possono fare qualche scherzo e scatenare una qualche allucinazione. Accade nel racconto surrealista Nicotina. Vi viene narrato un fatto criminale assai angoscioso, con un crescendo emozionale fino alle ultime righe quando, col cuore che gli batte forte e trafitto da un dolore acutissimo, il narratore si risveglia, si alza e scrive il sogno che abbiamo letto. E forse la causa di quel brutto sogno è proprio un eccesso di nicotina: aveva fumato una decina di mezzi toscani tra le nove di sera e l’una di notte, prima di entrare in quel sonno agitato.

Ma la sede in cui Soldati si sofferma più a lungo sulla propria passione nicotinica è il racconto “E ingannerò anche te”. In un articolo dedicato alla legge contro il fumo, Ceronetti aveva commentato che i guai della vita consigliano di non rinunciare a un pizzico di nicotina, consolazione solo relativamente dannosa. Dalla lettura di quell’articolo prende il via il ricordo di Soldati sulla propria vicenda di fumatore: «Incominciai a fumare soltanto una sessantina di anni fa: ne avevo già diciotto. Accadde in piena estate, al Favàro, nelle Prealpi Biellesi. Mi insegnò Pierina, operaia in una delle tante tessiture della zona. Bruna, formosa, bella e arguta, giovane come me, ma molto più esperta di me». Pierina, di cui ci vengono narrati frammenti di vita, è l’iniziatrice che tenta di fargli aspirare il fumo di sigaretta; nulla da fare, «non andai al di là, io, di qualche frettolosa boccata. Invano Pierina cercò di mostrarmi come dovevo aspirare, respirare il fumo». C’era una ragione: il gusto della Giubek, la sigaretta di cui Pierina decantava il piacere, gli diventò invece subito ripugnante.

Ma la stessa estate segnò il destino di conversione al toscano. Un giorno, dopo che il giovane Soldati aveva servito messa, fu il parroco del paese a offrirgli il primo pezzo di sigaro. Non che da quel momento lo adottasse; dovettero passare parecchi anni prima che giungesse a rifiutare ogni altro genere di  fümarëggia, che abolisse «una dopo l’altra tutte le possibili variazioni del tema» e scoprisse «la quasi assoluta innocenza del toscano». E non solo scartò, uno a uno, i vari tipi di sigarette e di tabacco sciolto: scartò anche tutti gli altri sigari, e tra i toscani «tutti i più o meno recenti tipi meno quello normale, il più semplice, il più economico».

In una persona intellettualmente curiosa, la manifestazione di una passione va di pari passo con la voglia di conoscere radici e storie. Il racconto si prolunga infatti sulla descrizione della genesi del sigaro nostrano, a partire dalla fermentazione di un grosso cilindro, alto quanto un uomo, di foglie Kentucky, poi sparpagliate e fatte seccare in un ampio locale aerato. Entra ora in gioco una figura femminile, che non è secondaria al gradevole andamento della passione nicotinica: «Quando le foglie sono abbastanza secche, le operaie le dividono in due parti: di qua i frammenti, le foglie meno belle e più strapazzate, che sono destinate a fornire l’interno del sigaro, e di là quelle intatte, destinate a rivestire il sigaro, e chiamate, appunto, “la fascia”. A questo punto le operaie, aiutandosi appena appena con l’appoggio di una obliqua tavoletta di legno, e soltanto a mano (mani abili ma delicate, veloci ma pazienti), arrotolano i sigari uno per uno, assottigliando, affusolando i frammenti dentro la fascia verso le due punte opposte, e lasciandoli più grossi verso il centro».

Le operaie di Soldati non assurgono alla celebrità delle sigaraie che frusciano nella Carmen di Bizet, ma sono ugualmente artefici di un fenomeno straordinario: con quell’abile lavoro manuale creano pezzi sempre differenti. Non esiste infatti un solo toscano – tra le migliaia che vengono lavorati ogni giorno – che sia uguale all’altro: «Ciascun toscano ha la sua assoluta individualità, né più né meno di una qualsiasi creatura della natura. Più o meno panciuti, più o meno sottili, più o meno diritti, più o meno curvi, più o meno storti». E ne deriva che il fumatore di toscano prova ogni volta una sensazione diversa, intensa o lieve, mai omologata come gusto di serie.

Per sua natura uno “all’antica”, l’apoteosi della differenza è un’ottima ragione per convincere il fumatore di toscano di quanto sia buona la propria scelta. Ma la conferma arriva da un’altra ragione almeno: il toscano contiene in sé i germi dell’autoregolazione. Trasmette al corpo la nicotina in maniera lenta e prolungata, ma con una forza tale da avvertirci quando arriva il momento di smettere: «Il toscano ci offre sempre, con la sua intima violenza, il migliore antidoto, la migliore difesa contro gli eccessi del fumo».

Insomma, conclude Soldati in dialogo con Ceronetti, è certo saggio moderarsi col fumo, ma abdicare no: «Siamo troppo deboli per rinunciare a questo velo profumato e impalpabile che ci stendiamo intorno, tra noi e la tragedia, qualche volta atroce, del vivere. A non fumare, si rischia troppo». E vista l’aria di colpevolizzazione che tira sui fumatori, la crociata di Soldati appare se non altro coraggiosa. Personalmente, m’imbatto sempre meno in ribelli che – contrastando il conformismo salutista – persistono a gustarsi, ancorché distanti dal consesso umano, il loro toscano. Di recente ho trascorso un’ora “in lode del toscano” con un artista milanese, Michele Tamaso. Ci siamo francamente confessati il reciproco amore per l’Antico. Mi ha ricordato Soldati, fumatore non pentito.

Nota

L’annotazione diaristica del 1956 si legge in Un prato di papaveri: diario 1947-1964, Milano, Mondadori, 1973, p. 97.

Il racconto Nicotina apparve ne La verità sul caso Motta, Milano, Rizzoli, 1941; “E ingannerò anche te” è invece raccolto nella collezione di ricordi e ritratti Rami secchi, Milano, Rizzoli, 1989.

Antonio Castronuovo è saggista. Tra i suoi titoli Libri da ridere: la vita e i libri di Angelo Fortunato Formíggini (2005), Macchine fantastiche(2007), Ladro di biciclette: cent’anni di Alfred Jarry(2008), Alfabeto Camus (2011), tutti presso Stampa Alternativa. Traduttore dal francese, ha da ultimo pubblicato L’incendio e altri racconti di Irène Némirovsky e Il cervello non ha pudore di Jules Renard (2013 e 2014). Ha curato Nebbia di Miguel de Unamuno (Rizzoli bur 2008), Il rosso e il nero di Stendhal (Rusconi-Barbèra 2009), La commedia dei filosofi di Albert Camus (Via del Vento 2010). Dirige varie collane per la Editrice la Mandragora di Imola. Ha ricevuto il Premio Guidarello per il Giornalismo d’Autore 2011.

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