La realtà sacra triadica – di Gian Ruggero Manzoni

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Per l’esoterismo o lo sciamanesimo alla base di ogni religione, mistica, credenza filosofica, più o meno trascendentale, presenti sul pianeta, si ha la cosiddetta “realtà sacra”, che è il fondamento su cui poggiano i sistemi di ordine etico propri di quei saperi, di quelle esperienze di matrice cognitiva e di quei culti. È nella “realtà sacra” (nel senso morale… cioè nel riconoscimento di ciò che è buono o cattivo, bello o brutto) o, più precisamente, nell’ontologia o “natura dell’essere” presente in essa, che si inizia a indagare o a formulare la struttura di qualsiasi credo (che sia rivolto prettamente all’ambito umano, spirituale in genere o divino). Quindi il fulcro di ogni conoscenza “altra” (cioè che va oltre la sfera materiale o razionale) viene definito “realtà sacra”, per noi la sola realtà che perdura nel tempo, perché antecedente il tempo stesso degli uomini e che continuerà a divenire oltre gli stessi.

Una volta giunti a riconoscere la “realtà sacra”, ricercata, anche, quale “realtà assoluta”, si giunge a comprendere pienamente il “paradigma” (o visione totale del mondo) che regge l’intera umanità (quel modello linguistico e simbolico proprio di tutti gli esseri pensanti) e inoltre si è in grado di cogliere la formazione dei vari modelli cosmologici, liturgici (quindi rituali), ascetici, sviluppatisi nei secoli dai vari gruppi di individui che formano il  genere umano, i quali, innegabilmente, hanno come base un principio unico (l’origine, l’arché, l’uno e l’unico, venutosi poi a frammentare nella molteplicità delle forme).

Quindi il Dio, gli dei, gli spiriti, le energie (naturali o immateriali), le “anime delle cose”, poi il popolo (Volk), costituito dall’insieme di tutti i popoli, la terra stessa, la tradizione, il mito e gli infiniti aspetti dell’esistere, cioè i tanti sistemi culturali presenti sul pianeta, si riflettono nella “realtà sacra” e vengono sostenuti dalla stessa tramite un ordine che dovrebbe applicarsi a tutti i livelli della società, ma che oggi vediamo ancora diviso per etnicità, fedi politiche, classi sociali, per possibilità economiche etc. Ciò è arricchente dal punto di vista dell’analisi o della produzione creativa (come diceva Gottfried Benn: “Quella che è la forza delle differenze in poesia”), ma crea non pochi problemi all’atto pratico, in particolare quando si vuole imporre a un altro la propria verità, dando vita a dei sotto ordini che inducono (e hanno sempre indotto) al contrasto (StreuungStreit).

Il filosofo e teologo Raimon Panikkar diceva che una delle ragioni della crisi della spiritualità di oggi è la “mancanza della fiducia cosmica”, fondamentale in tutte le esperienze trascendentali, mistiche, filosofiche tradizionali, cioè l’assenza della “realtà cosmoteandrica” (cosmos – theos – aner). Infatti i tre mondi (quello appunto cosmico, quello divino e quello umano), pur distinguibili e gerarchicamente ordinabili, non sono separabili, da ciò risulta l’impossibilità di parlare di un uomo che non abbia un corpo materiale o di un Dio autosussistente, cioè privo di qualsiasi corporeità e di qualsiasi rapporto con la materia.

Per questo motivo, e specificamente per il fatto che il pensiero, nonostante tutti gli sforzi di spingersi sempre più nella conoscenza, prima o poi segni il passo e sia costretto ad ammettere che le profondità che scopre si rivelino sempre più profonde, noi possiamo affermare che la mente non è tutto, così come non lo è la materia, ma che, insieme, sacralmente parlando, danno compiutezza al reale. In definitiva, mai come oggi, va recuperata la visione classica di anima mundi (di cui parlavano anche Platone, Plotino e Marsilio Ficino), per la quale lo stesso mondo è un organismo vivente e tutto è essenzialmente legato al restante tramite pulsioni energetiche.

Panikkar, nelle sue elaborazioni filosofiche, parla anche della struttura trinitaria della realtà. Per lui l’intuizione tripartita sembra essere una costante umana. Appare tanto nella visione triadica della realtà (appunto il divino, l’umano e il cosmico) quanto in quella dell’uomo (corpo, anima, spirito) e del mondo (spazio, tempo, materia). La realtà, così, diviene tutto ciò che “è e non è”. Non a caso la struttura trinitaria della realtà può essere percepita ed espressa sotto altri nomi, dette “triadi”, che sono gli equivalenti omeomorfici, o le “equivalenze funzionali”, o le corrispondenze che si possono stabilire tra parole-concetti che appartengono a tradizioni quindi a culture diverse, andando infine oltre la semplice analogia per divenire un unicum: monismo-dualismo-advaita, padre-figlio-spirito, maschio-femmina-uomo, trascendenza-immanenza-incarnazione, ecc. (e mi fermo qui perché la lista risulterebbe infinita).

Tutto ciò viene a incunearsi prepotentemente nell’orizzonte del pensiero moderno che sempre più parla (anche a livello scientifico) di strutture trinitarie della realtà e, di certo, trova in esse riferimenti più o meno diretti e indiretti: dottrina trinitaria cristiana; trimurti indù (Brahma, Visnu, Siva); saccidananda (sat-essere, cit-coscienza, ananda-gioia); strutture triadiche nel pantheon delle religioni indicate per esempio da George Dumézil; la Grande Triade del taoismo (terra-cielo-uomo) analizzata da René Guénon; le triadi di classificazione di Kant; la dinamica triadica di Hegel (tesi-antitesi-sintesi); le molteplici triadi buddiste (Buddha-dharma-sangha), ecc.

Nella nostra visione attuale pensiamo, perciò, che mai come oggi sia necessario andare oltre le formulazioni sulla Trinità immanente, quindi oltre il discorso di “un Dio in sé” (in fondo sarebbe cripto-monismo), e che non basti più la proposta di una Trinità economica che agisce nella storia (sarebbe cripto-dualismo), ma quale unica soluzione, come passo da compiere (un compito che spetta alla nostra epoca), sarebbe proprio vivere, parlare e pensare del e nel cosmoteandrismo.

Se la prima tappa del processo di sacralizzazione dell’esistere è stata in noi segnata dalla sacralità del e in tutto, e la seconda è sfociata nel secolarismo, quale liberazione mistica da ogni laccio o dogma, oggi è il momento di elaborare un “laicismo sacro”, trinitario (nelle accezioni sovra esposte) e radicale, al fine di rendere ogni uomo “strumento (appunto) del divino”, quindi perennemente divinizzato. Cioè: una realtà del tutto o di/per tutti (Realität aller).

GIAN RUGGERO MANZONI è nato a San Lorenzo di Lugo, in provincia di Ravenna, nel 1957, dove tuttora risiede. Poeta, pittore, teorico d’arte, narratore, performer ha pubblicato, fra le tante, con case editrici come Feltrinelli, Il Saggiatore, Scheiwiller, Sansoni, Stamperia dell’arancio, Diabasis, Moretti & Vitali, Skirà-Rizzoli, Matthes & Seitz Verlag (in Germania e per i paesi di lingua tedesca), Emede (in Argentina e per i paesi di lingua spagnola) ed ha al suo attivo numerose personali e collettive di pittura tenutesi in Italia e all’estero (USA, Germania, Svizzera, Francia, Rep, Ceca, Grecia, Spagna, Argentina, Gran Bretagna). Ha lavorato a fianco di artisti come Paladino, Cucchi, Polke, Ontani, Pench, Fioroni, Lupertz, Ceccobelli, Knap, Arcangelo, Immendorff, Mondino, Baselitz (col quale, in Germania, ha tenuto due seminari di pittura nel 1985 e nel 1989), Galliani, Cerone, Kiefer e altri non meno importanti. La sua formazione quale pittore è avvenuta, in Italia, a fianco degli esponenti della “Transavanguardia”, in Germania, a Monaco di Baviera e a Berlino, negli ambienti del neoespressionismo e della neofigurazione tedeschi, in Inghilterra e USA vicino ai graffitisti e fumettisti della “Generazione X”. Nel 1984 e nel 1986 ha partecipato ai lavori della Biennale di Venezia, nelle due edizioni dirette da Maurizio Calvesi e Marisa Vescovo, per “Arte allo specchio” e per “Arte e Scienza”. Ha diretto la rivista di arte e letteratura Origini e ora dirige la rivista di arte, letteratura e idee ALI.

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3 thoughts on “La realtà sacra triadica – di Gian Ruggero Manzoni

  1. Certo; ancor più radicalmente la dimensione sacrale precede temporalmente e concettualmente l’elaborazione del mito-narrazione col quale l’uomo si è affrancato ( o ha tentato ) dal sacro.
    Stabilendo totem e tabù e quindi bene e male si è emancipato dalla confusione dei codici che permea lo scenario del sacro, in cui il dio è bene e male, giorno e notte, coesistenza dei contrari, dimensione stessa dell’ossimoro quando Dioniso irrompe nella città.
    Ma, evidentemente, abbiamo bisogno del sacro ( in questa accezione primigenia ) che abita la stessa dimora del gioco e della poesia, come necessità di dar voce a quell’altro scenario che ci contraddistingue: la nostra follia costitutiva che struttura la sua potenza espressiva sulla molteplicità dei significati, che prescinde necessariamente dal principio di non contraddizione, incapace di rendere conto dell’interezza dell’uomo, e più in generale sulla dimensione dell’Alterità e dei suoi multipli registri linguistici.

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