Il bastone – Racconto di Roberto Saporito

saporito foto

( Questo blog è uno spazio condiviso. Direi apertamente condiviso. Proprio per questo ho deciso di aprirlo anche ai pochi amici di penna e compagni di viaggio che stimo.

Iniziamo oggi con un racconto di Roberto Saporito.

Roberto è uno dei migliori scrittori della nostra narrativa.Per me è in assoluto il migliore.Egli è uno scrittore che lavora alle sue storie considerando il punto di vista di chi le leggerà.

Le sue storie provvisorie di letteratura e vita ci cambieranno nel bene e nel male ma anche al di là del bene e del male. Gli scrittori veri a questo servono.)

“Ci sono persone che non meritano di stare a questo mondo, ed è un bene quando qualcuno li spedisce nell’altro.” (Luigi Bernardi)

 Un fazzoletto sporco di sangue, il tuo, che appallottoli e getti a terra, sul marciapiede grigio tutto crepato, a far compagnia a cicche di sigarette, infilate in gran quantità tra le pieghe del marciapiede e negli interstizi di terra umida del porfido della strada.

Ti tocchi delicatamente la punta del naso, la narice destra, quella sinistra, inspiri prima piano, poi profondamente, il naso non è più ostruito, e il sangue ha smesso di colare. Appoggi il bastone a terra e ricominci a camminare.

Ogni tanto ti ritocchi la punta del naso, come se servisse a qualcosa, come se fosse veramente un metodo per sapere se sta per ricominciare a sanguinare o meno, ma non è così, non serve a niente.

Respiri cauto, e respiri da entrambe le narici. Cauto.

Erano anni che non ti sanguinava il naso. Da ragazzino ti capitava spesso, poi crescendo sempre meno, poi più niente, fino ad oggi.

Il bastone è antico, dell’Ottocento, è stato di tuo padre, e prima di lui di tuo nonno, il proprietario originario, il primo acquirente: da qualche parte hai ancora la ricevuta d’acquisto che tuo nonno ha tenuto per anni in un cassetto di una piccola ribaltina intarsiata di un bel legno di palissandro, per la verità la ricevuta è ancora in quel cassetto, una ricevuta datata 1938, e la ribaltina ora è tua, come il bastone.

Il bastone è di un legno rossastro, lucido, potrebbe essere mogano, non ne sei sicuro, e ha un’impugnatura d’argento, molto pesante, che sembra l’artiglio di un uccello rapace che stringe un oggetto ovoidale, o qualcosa del genere.

Tuo nonno lo ha usato per anni, zoppicava dalla gamba destra, poi per anni lo ha usato tuo padre dopo un’operazione al ginocchio, destro, non riuscita proprio alla perfezione. Adesso lo usi tu, e non è un vezzo. Dopo l’incidente non puoi farne a meno. Anche se ti piace molto il tuo bastone, ti sarebbe sempre piaciuto andare in giro con questo bastone, da quando eri bambino: cosa che di nascosto facevi spesso, in giro per casa, quando eri solo, quando nessuno ti poteva vedere. Adesso invece ti guardano tutti, o almeno a te sembra che tutti ti guardino. All’inizio non ti sentivi per niente a tuo agio ad andare in giro col bastone, infatti all’inizio usavi la stampella ortopedica. Poi è morto tuo padre e piano piano sei passato al bastone di famiglia. Quasi una maledizione di famiglia. Tre generazioni di maschi della stessa famiglia che a un certo punto della propria vita ha cominciato a camminare con un bastone, anzi con il bastone: sempre lo stesso.

Dall’incidente siete usciti vivi in due, tu con la gamba destra devastata, ma vivo, e Giulio con una braccio rotto, ma vivo.

Anche la macchina è andata totalmente distrutta. Da quel giorno hai smesso di guidare, anche se non eri tu alla guida, ma Giulio. Quando sei uscito dall’ospedale hai preso la tua patente e l’hai ridotta a brandelli, tanti minuscoli pezzi che poi hai bruciato dentro un grosso portacenere, anche se non è stata colpa tua.

Tua moglie e tua sorella invece sono morte.

Tu e Giulio siete stati sbalzati fuori dall’auto, tua sorella e tua moglie sono rimaste incastrate nella macchina che ha preso fuoco.

Arse vive ti hanno detto poi. Tu hai perso i sensi e ti sei risvegliato in ospedale immobilizzato al letto.

Tu non l’hai vista la macchina bruciare. L’hai vista dopo, bruciata.

Ti ricordi solo di Giulio che andava troppo forte per quella strada stretta e piena di curve. Ti ricordi solo di Giulio che si era fatto due righe di coca e correva come uno stronzo. Perché quello è sempre stato Giulio: uno stronzo. L’hai sempre saputo ma è stato ugualmente il tuo migliore amico per trent’anni.

Come si fa ad essere amici con qualcuno per buona parte della propria vita sapendo che è uno stronzo? Te lo sei chiesto spesso, e dopo l’incidente di più, anche se dopo l’incidente hai smesso di frequentarlo Giulio. O lui ha smesso di frequentare te: non è chiaro, ma pian piano avete smesso di vedervi. Anche perché lui e il suo braccio rotto sono guariti velocemente ma tu hai passato più di tre anni ad entrare e uscire dagli ospedali per una serie di operazioni alla gamba, sempre più dolorose, sempre meno efficaci, sempre più tossiche per la tua esistenza.

Tu hai perso il lavoro, e sopravvivi con una minuscola pensione di invalidità e quello che ti ha lasciato tuo padre. Giulio ha fatto invece una fulminante carriera politica. Prima nell’amministrazione comunale fino a diventare sindaco della tua città e ora come deputato al parlamento a Roma, zigzagando da un partito all’altro, lasciando le varie navi-partito un minuto prima del loro affondamento.

Appoggi il bastone e cammini lentamente proseguendo la tua passeggiata pomeridiana: i medici ti dicono sempre di tenerla in allenamento la gamba, anche se è doloroso e fastidioso e noioso camminare. Camminare così, con questo bastone.

Entri in casa. Abiti in una casa molto grande, in centro. Abiti in questa casa da sempre, sei nato qui: era di tuo nonno la casa, il prima acquirente, come per il bastone, poi è passata a tuo padre e adesso a te.

La casa è arredata con i vecchi mobili di tuo nonno: trecento metri quadri di stanze e mobili e polvere e un unico essere umano: tu.

Fino a due giorni fa.

Scendi, a fatica, le scale di pietra che portano nelle cantine, grandi come la casa, che è della fine del seicento.

Qui la temperatura è molto più bassa e l’umidità una presenza olfattiva non necessariamente fastidiosa, quasi marina.

Giulio ha gli occhi spalancati, seduto dritto sopra una poltrona dall’imbottitura un po’ sfondata e dalla struttura di legno molto tarlata.

Giulio è vestito col suo vestito blu di sartoria da impeccabile parlamentare, un’eleganza senza tempo.

Giulio è morto. Capita agli stronzi. E, purtroppo, spesso, non solo a loro.

Lo lasci lì, tanto in cantina non ci va mai nessuno.

L’autore:

Roberto Saporito è nato ad Alba (CN) nel 1962.

Ha studiato giornalismo.

Ha pubblicato romanzi e raccolte di racconti. Tra gli ultimi romanzi pubblicati ricordiamo “Il rumore della terra che gira” (Perdisa Pop, 2010, nella collana “Corsari” diretta da Luigi Bernardi) e a luglio 2013 il romanzo “Il caso editoriale dell’anno” (come “Anonimo”) con Edizioni Anordest ( http://www.edizionianordest.com/ )

Nel 2015 pubblicherà un nuovo romanzo con Del Vecchio Editore di Roma.

Suoi racconti sono stati pubblicati su antologie e innumerevoli Riviste Letterarie.

Collabora con la Rivista Letteraria di Milano [diretta da Gian Paolo Serino] “Satisfiction” [ http://www.satisfiction.me/ ] con una sua personale rubrica.

Nel 2013 il suo primo romanzo “Anche i lupi mannari fanno surf” [2002] diventa “oggetto di studio” di una delle dieci lezioni del corso di scrittura narrativa “Inchiostro rosso sangue”, per la precisione la settima intitolata “L’hard boiled in salsa italiana: il curioso caso di “Anche i lupi mannari fanno surf”, di Roberto Saporito.”, organizzato dalla Rivista Letteraria “Inchiostro” a Verona, insieme ai romanzi, oggetto di altre lezioni, di Giorgio ScerbanencoCarlo Lucarelli, Massimo Carlotto e Gianluca Morozzi.

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